Neko Sushi Aosta: Storia e Origini di un'Esperienza Culinaria Unica

Roma, un mosaico di sapori, offre un viaggio gastronomico senza pari, spaziando dalle trattorie storiche ai ristoranti etnici. Allo stesso modo, la gastronomia italiana si arricchisce di contaminazioni e nuove interpretazioni, come dimostra la storia e l'evoluzione del Neko Sushi Aosta.

Roma: Un Paradiso Gastronomico

Le strade di Roma sono un vero e proprio mosaico di aromi e sapori, dove le trattorie storiche convivono armoniosamente con ristoranti moderni che offrono take away gourmet. La scena gastronomica romana è un viaggio intorno al mondo, con ristoranti spagnoli, messicani, indiani e giapponesi che offrono un'occasione per esplorare nuovi orizzonti culinari.

Monopoli: Un Gioiello Pugliese

Il profumo leggero dell’estate si sprigiona tra uliveti secolari e la terra scaldata dal sole. Un bagliore tenue illumina un’antica masseria, nel chiarore delle luci a bordo piscina, ricca e fastosa con archi mediterranei che abbracciano il profilo di Monopoli tra natura e cielo. Monopoli, il comune non capoluogo più popoloso della provincia di Bari, è uno dei porti più attivi della Puglia sull’Adriatico. Nonostante i suoi oltre 40 mila abitanti, Monopoli conserva i colori e l’atmosfera tipici di un villaggio della campagna pugliese, grazie al caratteristico centro storico di origine altomedievale, circondato da imponenti mura e affacciato sul mare.

La città incanta, come tutta la regione, per la varietà dei paesaggi e la ricchezza del patrimonio artistico e storico. È anche chiamata La città delle cento contrade, molte delle quali ormai incluse nel centro abitato, caratterizzato dalla presenza di antiche masserie fortificate, chiese e insediamenti rupestri, trulli, ville patrizie neoclassiche e case coloniche. Monopoli si trova a due passi dal mare e vicino a numerosi luoghi di interesse naturali e culturali come Bari, Alberobello, Ostuni, il Museo e Parco archeologico di Egnazia e le Grotte di Castellana.

Il Melograno: Un'Oasi di Benessere

Ricavato da una masseria fortificata del XVII secolo e arredato con mobili d’epoca, tappeti pregiati, dipinti e grandi arazzi, Il Melograno con il candore tipico delle costruzioni mediterranee, avvolto dai colori e dai profumi del grande giardino fiorito, è in straordinaria armonia con il territorio circostante, ricco di storia e di grande interesse artistico e paesaggistico. L’albergo è membro della prestigiosa catena Relais Chateaux dal 1993. Completano il quadro l’oasi benessere, una moderna palestra, l’ampia zona hammam di ispirazione marocchina, dove sono a disposizione anche una ricca scelta di massaggi e trattamenti personalizzati nelle zone relax. Immersi nel verde si trovano campi da tennis illuminati, la piscina scoperta e il percorso jogging, per gli ospiti che prediligono l’attività fisica all’aperto, godendo appieno dei benefici effetti dell’aria fresca proveniente dalle colline, dolcemente mitigata dalla brezza marina.

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Cosa Vedere a Monopoli e Dintorni

Non perdete la visita al Castello di Carlo V, situato sulla sommità di un promontorio, detto Punta Penna, una fortificazione cinquecentesca risalente all’epoca di dominazione spagnola. Utilizzato un tempo come carcere, ora è stato completamente ristrutturato e si presta come sede di eventi culturali e concerti estivi, oltre a offrire viste suggestive sul mare. È obbligatoria una visita alla vicina Polignano a Mare, una città incastonata nella roccia, splendente nelle sue facciate bianche a strapiombo sul mare. Qui troverete campi sconfinati che arrivano a toccare il mare, piazzette luminose con eleganti facciate, dove capita sovente di sentire l’eco di una canzone di Modugno nato qui e grotte marine turchesi e color smeraldo. Per una serata davvero romantica, scegliete il ristorante Grotta Palazzese, una location davvero suggestiva: la sala ristorazione è infatti ricavata in una grotta a strapiombo sul mare.

Il Bar: Un Rito Sociale Italiano

Il bar è la vera casa degli Italiani. Lungi dall’essere soltanto un luogo dove rifocillarsi o consumare bevande nel tragitto tra casa e lavoro, il bar è da sempre il tempio dove si officia un rito sociale collettivo dalle mille sfaccettature: la “pausa caffè”, l’aperitivo, le chiacchiere col barista, la spulciatura dei quotidiani e persino la partita a briscola o tressette. Andare al bar significa infatti spesso liberare per qualche minuto la testa dagli impegni, rilassarsi e ricaricare le batterie, soprattutto se in compagnia.

Un Popolo al Bancone

Dalle grandi città ai piccoli centri, l’Italia è piena di bar: ce ne sono quasi tre ogni mille abitanti. Secondo un’indagine di Fipe Confcommercio del 2012 nel nostro Paese sono presenti oltre 172mila strutture. Di queste, il 17% è in Lombardia (30mila), seguita da Veneto, Lazio e Campania, mentre Val d’Aosta, Liguria e Sardegna sono le regioni che hanno favorito la nascita dei bar in modo più che proporzionale al numero di abitanti. Per questi esercizi, il mattino ha letteralmente l’oro in bocca: ogni anno i 17milioni di italiani che vi consumano la colazione spendono 1,5miliardi di euro tra caffè, brioche e cappuccini, con uno scontrino medio di 2,60 euro che genera un volume d’affari di 3,9miliardi. Tanto? Macché: il 97% degli italiani beve caffè, e in media 4 volte al giorno (due a casa, uno al bar e uno in ufficio). Il bar si conferma meta preferita anche per la pausa caffè di metà mattina o metà pomeriggio, con 18milioni di habitué e uno scontrino medio di 2,95 euro dato da bevande calde e fredde, snack dolci e salati. In quanto al pranzo, su 12milioni di connazionali che restano fuori casa “solo” 1,4 milioni scelgono il bar rispetto a mense, ristorante e ufficio. Alla sera, invece, il bar diventa regno dell’aperitivo: tra gli evergreen al bancone troviamo lo spritz, seguito dal vino e, nell’ordine, birra, mojito, prosecco, martini, vodka e margarita. Le città più mondane, su questo fronte, sono Milano, Torino Roma e Firenze, che oscillano tra aperitivo etnico o ricercato (col sushi, ad esempio) e quello all’italiana.

L’Evoluzione della Specie

Come se fosse una cartina al tornasole della società tout court, il modo in cui il bar si è trasformato negli ultimi decenni riflette i cambiamenti del nostro mondo. Pensiamo agli oggetti che un tempo trovavamo dappertutto e che oggi sono diventati quasi pezzi da antiquariato: i telefoni a gettoni alle pareti con accanto l’elenco e le pagine gialle, la tv a muro dove ascoltare i telegiornali o vedere la partita, i flipper rumorosi e i videogiochi arcade, fino alle pareti fumose cariche di bottiglie o ai tavoli di legno con la superficie rigata. Il tipico bar di oggi sembra lontano anni luce. Non peggiore, semplicemente diverso: spesso i locali hanno la connessione wi-fi, offrono l’aperitivo e allestiscono l’happy hour, sono in grado di miscelare cocktail che anni fa nessun avventore si sarebbe sognato di ordinare. È cambiato persino il sottofondo musicale, con il juke-box che ha ceduto il passo alla radio in filodiffusione o al tintinnare delle slot machine, ed è diminuito il tempo medio di permanenza.

Allestimenti Originali

In alcuni casi, addirittura, la stravaganza è da Guinness dei primati. Prendiamo il Backdoor43 sui Navigli di Milano, ad esempio: con i suoi 4 metri quadrati, è il bar più piccolo del mondo. In uno spazio di due metri per due i titolari sono riusciti a mettere un bancone, tre sgabelli e alte pareti piene di whisky, che è la vera specialità della casa. Capienza massima: tre persone più il barista, che accoglie gli avventori indossando la maschera di V per Vendetta. Ovviamente la prenotazione è d’obbligo, e la permanenza massima consentita non supera le due ore. In Valdobbiadene, nel trevigiano, c’è invece il bar… senza barman. Si tratta de All’Oste che non c’è, un casolare di fine Ottocento in piena campagna dove all’interno non c’è nessuno. La proprietaria ha iniziato mettendo sul tavolo della cucina tre bottiglie di Cartizze o prosecco, sei bicchieri e la scritta “valore 10 euro, servitevi da soli e buona degustazione”. Un modo per evitare ad amici e passanti l’imbarazzo di sentirsi scrocconi. La novità è piaciuta, e così in poco tempo la scelta si è allargata a salumi, formaggi di malga, dolcetti locali, uova e pane, in sacchetti trasparenti, e i 14 avventori che rappresentano la capienza massima del bar possono anche farsi il caffè prima di lasciare un’offerta.

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In Sicilia si trova il Bar Turrisi, altrimenti noto come il bar fallico o - per dirla con la terminologia più diffusa - il “bar dei cazzi”: in cima a una montagna sopra Taormina, nel paesino di Castelmola, c’è un locale d’ispirazione osé dove tutto ha forma fallica, con tanto di statue e quadri a tema. «I falli - racconta il titolare - non vogliono rappresentare il membro virile dell’uomo in sé ma la cultura di questi luoghi, che negli ultimi decenni dell’Ottocento ospitarono le prime comunità gay. Da queste terre intrise di storia e filosofia ellenica sono passati personaggi come Johann Wolfgang Goethe, Oscar Wilde o Thomas Mann. Gli ideali rappresentati dal fallo sono fecondità, libertà, fortuna, vita e bellezza, che da sempre aleggiano su questa terra». Tornando a Milano facciamo un salto al Crazy Cat Cafè, un bar all’apparenza ordinario dove prendere un cappuccino o gustare un dolce circondati dai gatti che riempiono il locale. Nato sul modello dei neko cafè (paradisi a misura di gatto molto diffusi in Giappone e già esportati in altre città europee) il locale ospita come attrazioni Freddie, Patti, Bowie, Nina, Elvis e Blondie, sei mici che i proprietari hanno adottato salvandoli dalla strada. «Durante una vacanza a Osaka - spiegano i titolari Alba Galtieri e Marco Centonza - abbiamo visitato un neko cafè e siamo rimasti molto colpiti. Abbiamo pensato che ci sarebbe piaciuto aprirne uno simile nella nostra città». Alla Casa del Demone a Torino l’aperitivo è invece in stile horror, servito tra bare circondate da teschi e fantasmi. A Roma prima e da qualche mese anche a Milano, infine, chi entra nell’Ice Club può gustare una vodka in un bar d’ispirazione nordeuropea dove il bancone, le pareti e il tutto il resto è completamente di ghiaccio.

I Bar Più Antichi

In un Paese che conta centinaia di locali storici, la palma spetta forse al Caffè del Tasso a Bergamo Alta, istituito nel 1476: fu lì che nel 1859 si arruolarono i garibaldini bergamaschi per l’impresa dei Mille. Dopo aver preso un caffè, naturalmente.

Un Po’ di Storia

Tutto nacque con una guerra. Perché se è vero che i bar - intesi come luoghi dove sorseggiare caffè e altre bevande, chiamati Quaveh khanek - erano già presenti a Costantinopoli nel 1554, in Europa le prime aperture risalgono all’indomani della sconfitta dei turchi a Vienna, nel 1683. In città gli ottomani lasciarono centinaia di sacchi di caffè: alcuni prigionieri insegnarono agli austriaci la tecnica della caffetteria, e il primo ad aprire un bar a Vienna fu il polacco Koltschitzsky. Il suo esempio fu seguito nel 1720 a Venezia, grazie al porto dove avvenivano gli scambi con la Turchia: nacque così lo storico caffè Florian. Il bar si diffuse quindi per l’Italia fino a giungere a Roma, dove il clero ne ostacolò la diffusione sottolineando l’origine musulmana della bevanda che vi si beveva. Dobbiamo a Papa Clemente VIII se il caffè - e di conseguenza il bar - si diffuse senza più ostacoli, arrivando in Francia, dove l’italiano Procopio Coltelli aprì il Cafè Procope. È in questo periodo che aprono i vari Aurora a Venezia, Gilli di Firenze, Cambio a Torino, Greco a Roma e Pedrocchi a Padova. In diversi casi presero la forma di caffè letterari, dove si incontravano personaggi eccentrici, creativi o rivoluzionari, giocando un ruolo importante nella nascita di tendenze artistiche e letterarie: basti pensare alle Giubbe Rosse a Firenze, ai cui tavoli fiorì il movimento futurista grazie a Filippo Tommaso Marinetti e Umberto Boccioni. Dalla seconda metà dell’Ottocento si registrarono migliaia di aperture, ma soprattutto nacquero i primi cocktail e infusioni ufficialmente per mano del barman Jerry Thomas.

Col passare del tempo la parola “bar” sostituì in molte insegne quella di “caffè”, sia per l’evoluzione dell’offerta sia per le influenze che provenivano da oltreoceano: fu l’origine degli American Bar, oggi diffusissimi. E domani? Le ultime tendenze vogliono che il bar sia sempre più interattivo, tematico (vegan bar, manga bar, gay bar e così via, fino agli esoterici “bar segreti” accessibili a pochi), attento alla riscoperta delle miscelazioni vintage e flessibile, in grado cioè di fondere in una sola dimensione lo spazio fisico e il mondo digitale.

La Curiosità: Il Caffè Sospeso

Lo scrittore Luciano De Crescenzo lo definiva “un atto di generosità verso l’umanità intera”. Il caffè sospeso è un’antica usanza filantropica che nasce nei bar di Napoli: consiste nel pagare al barista una tazzina che non viene consumata, bensì donata al primo avventore che entri nel locale e ne faccia richiesta. In questo modo, dopo che un cliente ha pagato due caffè e ne ha ricevuto solo uno, quando una persona bisognosa entra nel bar può chiedere se c’è un caffè sospeso: in caso affermativo, riceve la consumazione “offerta” dal primo cliente. Un tempo molto viva, questa tradizione ha poi conosciuto anni di declino fino a quando - nel 2011 - una rete di associazioni culturali non ha istituito per il 10 dicembre la Giornata del Caffè Sospeso. Fuori dall’Italia, una pratica simile è stata provata anche in alcuni bar di Bulgaria, Irlanda, Spagna… ma senza mai attecchire. L’esempio del caffè è invece stato seguito da iniziative come il “libro sospeso” o la “poesia sospesa”.

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Glossario: Bar, Barman, Barista o Bartender?

Oggi per bar intendiamo generalmente un locale destinato alla vendita di bevande alcoliche e analcoliche, ma il termine “bar” affonda le sue radici in un passato ben lontano. Secondo molti, infatti, deriva dalla contrazione della parola inglese barrier, ossia sbarra. Infatti, nel passato l’angolo riservato alla vendita degli alcolici, all’interno delle osterie, era diviso dal resto del locale proprio da una sbarra. Per altri studiosi, il termine deriva da barred (sbarrato) in quanto nell’Ottocento, nei periodi in cui in Inghilterra era vietata la vendita di bevande alcoliche, sulle porte degli spacci venivano inchiodate assi su cui veniva pennellata questa parola. Infine, non si può scartare l’ipotesi secondo cui “bar” derivi dal fatto che al bancone erano tradizionalmente presenti due barre, spesso di ottone: una per i piedi, l’altra per il braccio o il gomito. Oggi poi si tende a considerare sinonimi parole come barista, barman o bartender, intendendo colui che miscela cocktail, serve bevande, prepara snack e così via. In realtà, il barista si occupa di preparare e somministrare bibite e cibi, nonché tutti i prodotti di caffetteria, mentre il barman è un professionista specializzato nella preparazione di bevande alcoliche come cocktail e long drink, ed è noto negli Usa anche come mixologist, cioè dottore della miscelazione. Esiste poi una terza categoria, i bartender, che si differenziano dai barman classici perché lavorano con un approccio più moderno e utilizzano tecniche che velocizzano molto la preparazione dei cocktail, il che rende questa figura adatta a gestire le situazioni con maggiore affluenza, come discoteche e pub.

La Case History: Il Kebabbar di Lorenzo Foti

Atmosfere hypster tanto nell’arredamento quanto nel look dei ragazzi che vi lavorano per lo Star Zagros, una cinquantina di coperti tra interno e dehor in Corso 22 Marzo a Milano. Al bancone si servono da una vita kebab, pizze e falafel, ai quali ultimamente vengono affiancate birre alla spina e ricercati cocktail a prezzi nettamente inferiori rispetto alla media meneghina. «Si tratta di un kebabbar», spiega il titolare Emrah Karaman, 25 anni, di origini curde, con il pallino per la filosofia. Effettivamente il locale ha caratteristiche piuttosto ibride e il cliente, una volta entrato, si ritrova spaesato per via della coesistenza di particolari che non si è soliti concepire in un kebab: arredamento in legno con quadri e fotografie alle pareti; selezioni musicali che spaziano dal jazz all’elettronica all’hip hop al folk curdo; ragazzi dietro al bancone con più tatuaggi che primavere sulle spalle; una selezione di alcolici sorprendente impreziosita dalla presenza di diversi whisky da degustazione, da grandi classici della tradizione italiana come lo Strega e da special guest internazionali come il liquore verde francese Chartreuse, la tequila 100% di agave Espolon e il porto argentino Malamado. Compare anche una serie di sciroppi esotici fatti in casa. Emrah accoglie i clienti offrendo acqua, ghiaccio e zenzero per preparare il palato e, dopo aver studiato i loro gusti, si illumina di gioia quando gli chiedono di inventarsi un drink di sana pianta. Non amando le etichette, Emrah si limita a descrivere il suo locale come una fusione tra le sue origini e la sua vita.

Botteghe di Tokyo: Un Viaggio ad Acquerello

Prende infatti origine dal libro illustrato Botteghe di Tokyo, opera dell’artista Mateusz Urbanowicz, polacco di nascita ma cittadino di Tokyo d’adozione, e pubblicato dalla casa editrice L’Ippocampo. Un volume che è un vero e proprio viaggio per immagini attraverso le variegate e variopinte vecchie botteghe giapponesi, ce ne sono quaranta raffigurate attraverso le loro facciate e la loro storia. Suggestioni e forme esotiche ma al tempo stesso familiari, per chi è cresciuto, come tanti di noi, tra manga e cartoni animati giapponesi che hanno riempito il nostro immaginario collettivo. «Tutti i posti visti nei film d’animazione e nei fumetti adesso erano lì, davanti ai miei occhi. Più che di trovarmi in una città sconosciuta, avevo l’impressione di tornare in un luogo che conoscevo, ma che avevo dimenticato. Avevo sempre la strana impressione di sapere che cosa ci fosse dietro l’angolo, ma quando ci arrivavo, tutto era molto più interessante di quanto immaginavo. E per chi dopo questo viaggio in Giappone ad acquerello, avesse il desiderio di emulare l’artista, Mateusz regala i suoi consigli nelle pagine finali, svelando gli step con cui ha realizzato le sue opere, le tecniche, gli strumenti e i trucchi del mestiere che hanno dato vita a questa carrellata coloratissima. Intanto, le facciate ad acquerello di una selezione di Botteghe di Tokyo sono state riprodotte in grande nei 1100 mq di Tenoha, tra bozzetti di vetrine, illustrazioni, stampe, maschere, prodotti vari, per arricchire l’atmosfera e l’immaginazione. C’è la vetrina del ristorante Sakae-ya, nato negli anni Venti come ‘milk-hall’, locale dove, secondo un programma ministeriale, si poteva bere il latte per irrobustirsi. Adesso è un trionfo di onigiri e maneki-neko, i gatti portafortuna giapponesi. C’è la libreria Seishin-dou, una vecchia libreria degli anni Cinquanta specializzata in calligrafia e wahon, gli antichi libri fabbricati con carta giapponese. E anche Kikuyabashi, l’angolo della fotografia. E altri.

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