Hamburger Ponte Lungo: Una Storia Gustosa tra Germania e America

L'hamburger, un panino diventato icona del fast food, è conosciuto e apprezzato in tutto il mondo. Grazie alla sua diffusione globale, soprattutto attraverso catene come McDonald's, l'hamburger si presenta oggi in innumerevoli varianti, dal classico di chianina a quello vegano. Ma qual è la vera storia di questa "polpetta grigliata" servita con lattuga, pomodori, cipolla e patatine fritte? E se la sua origine non fosse prettamente americana?

Le Origini Tedesche: Un'Invenzione di Amburgo

Per svelare la travagliata storia di questo piatto universale, è necessario tornare indietro al 1891, in Germania, precisamente ad Amburgo. Si narra che un cuoco tedesco di nome Otto Kuasw ebbe l'idea di rimuovere una salsiccia dal suo involucro, appiattirla e friggerla nel burro. La vera innovazione fu inserirla tra due fette di pane, aggiungendo un uovo all'occhio di bue. Questo panino, conosciuto come "Deutsches beefsteak", divenne popolare tra i lavoratori del porto di Amburgo e i marinai, grazie alla sua praticità, al suo valore nutritivo e al suo sapore.

L'Arrivo in America: Un Viaggio dal Porto di Amburgo

Amburgo, principale porto tedesco, fu il punto di partenza per la diffusione dell'hamburger in America. Nel 1894, alcuni marinai, dopo aver assaggiato questa prelibatezza, ne parlarono a New York. La diffusione di questa usanza fu attribuita anche a Khubilai Khan, nipote di Gengis Khan, che invadendo Mosca portò con sé usi e costumi, tra cui la "bistecca alla tartara". Questa tradizione fu adottata dai russi e, secondo alcune ricostruzioni storiche, furono le navi russe a portare la ricetta della bistecca alla tartara nel porto di Amburgo nel XVII secolo, dove risiedeva una forte minoranza russa, tanto che la città era soprannominata "porto russo".

Rivendicazioni Americane: La Nascita dell'Hamburger Moderno

Nonostante le origini tedesche, diverse città americane rivendicano l'invenzione dell'hamburger moderno.

Seymour, Wisconsin: La "Casa dell'Hamburger"

La città di Seymour, Wisconsin, si autodefinisce la "casa dell'hamburger" perché, nel 1885, Charles Nagreen, originario della città, inventò il primo hamburger moderno. Nagreen, quindicenne, vendeva polpette alla Fiera della Contea di Outagamie, ma gli affari non andavano bene perché le polpette erano scomode da mangiare mentre si passeggiava. Così, ebbe l'idea di appiattirle, metterle tra due panini e chiamarle "hamburger". La sua specialità riscosse un grande successo e Nagreen divenne noto come "Hamburger Charlie". Il suo motto, "Hamburgers, hamburgers, hamburgers hot; onions in the middle, pickle on top. Makes your lips go flippity flop", entrò nella storia. Oggi, il Wisconsin ospita una Hamburger Hall of Fame e organizza ogni agosto un festival dedicato all'hamburger, con eventi come "la parata degli hamburger più grandi al mondo".

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Canton, Ohio: I Fratelli Manches e la Carne di Manzo

A Canton, Ohio, nel 1885, i fratelli Frank e Charles Manches, venditori di salsicce cotte alla piastra, terminarono la carne di maiale alla fiera di Erie Country, nella città di Hamburg, New York. Invece di rinunciare alla vendita, sostituirono la carne di maiale con carne di manzo macinata, creando così un nuovo tipo di panino.

New Haven, Connecticut: Louis Lassen e il Louis’ Lunch Wagon

Un'altra teoria accreditata vede come protagonista Louis Lassen e il suo Louis' Lunch Wagon, aperto nel 1895 a New Haven, Connecticut. Nel 1900, un cliente di fretta chiese un pranzo veloce. Lassen prese dei rimasugli di bistecche avanzate, li macinò e li mise tra due fette di pane in cassetta tostato. Il cliente fu entusiasta e Lassen creò una vera ricetta, servendo un hamburger ottenuto da cinque tagli diversi di carne bovina tritati al coltello e cotti in speciali cassetti di ghisa.

L'Ascesa Globale: Dalle Catene di Fast Food alla Giornata Mondiale

Dai primi del '900, con la catena White Castle che vendeva panini a cinque cents, fino a McDonald's e Burger King, l'hamburger ha conquistato il mondo. La sua popolarità è tale che il 28 maggio si celebra la Giornata mondiale dell'hamburger.

Saturnalia: banchetti e sapori

Quando pensiamo al Natale immaginiamo luci, presepi, cene in famiglia e regali sotto l’albero. Nell’Antica Roma, però, l’evento che occupava lo stesso periodo dell’anno non era il Natale così come lo conosciamo oggi, ma i Saturnalia: una festa dal carattere popolare e “ribaltante” che univa religione, convivialità e licenza sociale. In questo articolo vedremo somiglianze e differenze tra le due ricorrenze e scopriremo i piatti e i sapori che animavano le tavole durante i Saturnalia.

I Saturnalia erano feste in onore del dio Saturno, originariamente celebrate il 17 dicembre nel calendario romano e poi progressivamente prolungate fino al 23 dicembre in epoca imperiale, fino a diventare un periodo di festeggiamenti che poteva durare una settimana. La festività comprendeva una cerimonia pubblica al Tempio di Saturno nel Foro, seguita da banchetti privati, scambi di doni e un’atmosfera di festa generale. Una caratteristica distintiva dei Saturnalia era la sospensione delle norme sociali: si praticava una sorta di “rovesciamento” simbolico dei ruoli (i padroni servivano gli schiavi a tavola), era permesso il gioco d’azzardo in pubblico e si diffondeva una spensieratezza che ricordava l’ideale mitico dell’età dell’oro. Questo elemento di inversione sociale influenzò, nei secoli, anche altre feste e tradizioni europee.

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Similitudini tra Saturnalia e Natale: entrambe le ricorrenze cadono nel cuore dell’inverno (dicembre) e si caratterizzano per la centralità del banchetto, del ritrovo famigliare e dello scambio di regali o doni. Durante i Saturnalia esisteva la pratica dello scambio di piccoli doni (come le sigilla del giorno di Sigillaria), un tratto che ricorda chiaramente lo scambio di regali natalizi. Anche se con significati diversi, sia le feste pagane che le feste cristiane usarono elementi decorativi per contrastare il buio invernale (ghirlande, luci, sempreverdi).

Differenze tra Saturnalia e Natale: i Saturnalia erano una festa pagana legata all’agricoltura e al culto di Saturno; il Natale è una festa cristiana che celebra la nascita di Gesù. L’intento religioso, il simbolismo e le pratiche liturgiche sono quindi profondamente diversi. Mentre il Natale (nelle sue forme moderne) promuove valori come la carità e la famiglia, i Saturnalia enfatizzavano la rottura temporanea delle gerarchie sociali, il caos rituale e l’allegoria della libertà. Dove il Natale tende a istituzionalizzarsi (messe, riti), i Saturnalia erano una festa più “popolare” e disinibita.

I Saturnalia erano sinonimo di abbondanza: le fonti antiche e le ricostruzioni moderne ci parlano di banchetti ricchi, con carni, salumi, dolci e vino aromatizzato. Tra le carni, maiale arrosto, prosciutti e spalle salate erano molto apprezzati; nei banchetti potevano comparire anche lucanica (salsicce), capretti e piatti a base di pollame. Alcune ricette di Apicio e ricostruzioni moderne suggeriscono preparazioni elaborate con salse dolci-speziate. Per la parte “plebea” della festa, i legumi (fave, ceci, lenticchie) costituivano un alimento fondamentale, economico ma sostanzioso, spesso preparato in zuppe o stufati. Anche il formaggio e il pane avevano un ruolo centrale nelle tavole comuni. I Romani amavano i dolci: alle tavole dei Saturnalia non mancavano dulcia (dolcetti), frutta secca, miele e prodotti fritti o caramellati. Alcune ricette ricostruite includono mustacei (dolcetti al mosto), frutta secca e dolci fritti che oggi potremmo associare alle nostre leccornie invernali. Il mulsum, vino addolcito con miele, era una bevanda tipica dei banchetti romani e probabilmente molto consumata durante i Saturnalia. Il vino veniva spesso aromatizzato o mescolato con spezie e miele per le occasioni festive. Le fonti riportano anche lo scambio di prodotti alimentari come formaggi, dolci e frutta secca come doni. In alcuni casi, i padroni offrivano regali agli schiavi: questo aspetto della generosità rituale affiancava l’elemento della sospensione delle gerarchie.

Studiare i Saturnalia non significa “sostituire” il Natale, ma capire le radici culturali che hanno attraversato l’Europa: molte pratiche festive, dalla decorazione con sempreverdi allo scambio di doni, hanno paralleli nei riti pagani di fine anno. Comprendere questi legami arricchisce la nostra esperienza culturale e gastronomica, rendendo più ricco il modo in cui raccontiamo le feste e i piatti che le accompagnano.

Curiosità storiche sulla cucina romana

Roma non è fatta solo di monumenti, ma anche di sapori con radici antichissime. Dalle tavole dei patrizi ai banchetti imperiali, la cucina romana racconta storie di impero, innovazione e convivialità.

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Il garum era il condimento principe nell’antica Roma, usato come sale liquido e persino nelle ricette dolci. Grazie a una recente analisi di DNA da vasche risalenti a 1.800 anni fa, oggi si conferma che il garum era fatto soprattutto con sardine, ricco in umami e esportato in tutto l’Impero e può essere considerato una sorta di ketchup del passato. Era così richiesto che esistevano stabilimenti specializzati nella sua produzione, con una rete commerciale che lo portava fino in Gallia e Britannia. Il vino romano era spesso diluito con acqua o addirittura aceto. In alcune varianti pregiate, l’oenogarum, vino vecchio e il garum si fondevano per creare una salsa acidula e saporita, utilizzata come condimento o bevanda intrigante. I romani credevano che bere vino puro fosse da barbari e lo amavano aromatizzato con miele, spezie o petali di rosa. La trippa alla romana, da piatto povero a simbolo, un tempo nutrimento essenziale per i lavoratori del Mattatoio, è diventata un pilastro della cucina romana tradizionale, impreziosita da pomodoro, menta fresca e pecorino. Fagioli, lenticchie, ceci e formaggi di pecora erano alla base della dieta dei plebei e venivano persino regalati durante i Saturnalia, antiche festività dedicate al dio Saturno dove erano previsti banchetti e scambi di doni, con dediche in versi poetiche e profumati con miele o erbe. Le tabernae servivano pasti veloci soprattutto alle classi lavoratrici. Tra i piatti più curiosi: l’Isicia Omentata, polpette o “burger” di carne, un antenato dell’hamburger moderno, condito con garum e spezie. I thermopolia, veri e propri chioschi con pentole incassate in banconi in muratura, rappresentavano il cuore del pasto veloce per chi non poteva cucinare in casa.

I romani amavano combinazioni audaci: patina di pere con uova, miele, pepe e garum; gustum de praecoquis con albicocche speziate in salsa dolce-piccante, mix che stupiscono il palato moderno. Queste ricette, tramandate da Apicio nel suo “De Re Coquinaria”, erano destinate a sorprendere gli ospiti e riflettevano un gusto per l’esotico e il contrasto dei sapori. Nel Foro Romano sorgeva il “Pepper Warehouse” (Horrea Piperataria), dove venivano stoccati pepe e spezie importate da India ed Egitto, un vero simbolo del potere imperiale e del controllo del commercio di aromi preziosi. Il pepe nero era talmente prezioso da essere usato anche come moneta di scambio e donato come omaggio diplomatico. Il pane, nato nel I secolo d.C., era il cibo principale e accompagnava ciascun pasto, proposto in versioni differenziate in base alla classe sociale: integrale, farro, siligineus e persino le gallette. Ad ogni modo a Roma e in tutto l’Impero veniva così assicurato anche ai soldati, marinai nella loro variante personale e ai cittadini più poveri, affinché nessuno rimanesse senza e le panetterie infatti erano diffusissime e spesso legate a una domus o a una bottega artigianale.

Ogni piatto romano conserva echi del passato: un mix di pragmatismo, gusto, fantasia ed economia.

Hamburger Ponte Lungo: I migliori ristoranti di San Giovanni e Appio Latino

Tra i quartieri di Roma maggiormente vivaci sotto il profilo della ristorazione, c’è sicuramente San Giovanni. Zona dai confini estremamente ambigui, non corrisponde a un vero e proprio quartiere ma a ciò che ruota intorno alla fermata metro San Giovanni e arriva a coprire (almeno per noi) l’Appio Latino. In un’estensione così ampia, non mancano indirizzi di qualità per quanto riguarda il bere, il mangiare e fare la spesa.

L’insegna della chef Sarah Cicolini e del sous chef Mattia Bazzurri tiene banco nel panorama delle osterie romane dal 2017 e nel tempo l’indirizzo si è evoluto, perfezionando sempre di più la qualità dei piatti, la cura degli impiattamenti e l’equilibrio dei gusti, fino ad arrivare alla creazione di una nuova location, che incarna perfettamente il percorso di crescita vissuto in questi anni. Ottime le paste così come i secondi di carne e le verdure e il menu si arricchisce periodicamente di novità, pur girando intorno ad alcuni capisaldi, come la bruschetta con pomodoro e formaggio, oppure la polpetta di coda. A dicembre del 2024 Baby Bao, il marchio di cucina fusion già presente a Trastevere dal 2020, è arrivato anche in zona San Giovanni. Qui la location è quella di un piccolo ristorante, anche con tavoli esterni. C’è un bancone con cucina a vista, dove vengono preparati anche dei cocktail con ingredienti internazionali. Il menu è conciso, realizzato dallo chef Andrea Massari, e arricchito dalle proposte del giorno presenti in lavagna, nonché dalle ricette che arrivano dalle numerose collaborazioni con altre realtà della città. Oltre agli starter, troviamo anche bao ripieni, yakitori, ovvero spiedini, qualche piatto completo, come riso e linguine, ma anche gyoza. Aperto all’inizio di settembre 2023, questo locale è il cocktail bar in zona San Giovanni che va a colmare un piccolo (quasi) vuoto in zona e come è intuibile, prende il nome dal vicino Largo Pannonia (anche se si trova in via Taurasia). Aperto dalle 18 di sera alle 2 di notte, concentra la sua proposta soprattutto sui cocktail, senza dimenticare il cibo e in carta ci sono 8 cocktail signature, tutti a 11€, con una drink list che si rinnova di continuo. Ai drink della casa si accompagnano anche gin tonic, classici, analcolici, birre e vini. Tra i banchi del mercato di Piazza Epiro, ce n’è uno che si è guadagnato una fama ben meritata ed è la formaggeria di Francesco Loreti, uno dei migliori indirizzi in città per trovare formaggi di alta qualità. Dal banco arrivano formaggi di tutti i tipi, selezionati tra oltre 100 produttori, dall’Italia e anche qualcosa dall’estero e c’è anche una proposta da bottega, con salumi, paste secche e altri prodotti da scaffale. Rimaniamo dentro il mercato Latino per l’ultimo arrivato (si fa per dire): Nonna Pia è una dedica a una nonna molto amata nonché la creazione di Matteo Militello che ha voluto accanto a sé Alberto Comune, suo compagno di cucina in tante avventure. In uno spazietto di quattordici metri quadrati si sfornano diversi tipi di impasti, dal pane alle crostate, dalle pizze in teglia e pizzette ai maritozzi dolci e salati. Novità, questa enoteca con cucina è arrivata in una piccola traversa di Via Gallia. Tante le etichette disponibili, tra cui alcune ben esposte negli spazi interni e al centro del locale, un grande tavolo sociale dove si mangia tutti assieme. Carta piccola, con produttori sia romani che non, ben scelti e alcuni piatti speciali che vengono raccontati sul momento. Pur non stando sulla bocca di tutti, questo indirizzo si è affermato come uno dei migliori ristoranti di cucina thailandese - come dichiara il nome - in città. i clienti saranno accolti da una lunga sala con tavoli a destra e a sinistra, un ambiente colorato ma dall’arredamento semplice. In menu grande spazio alle zuppe thailandesi, pezzo forte della cucina thai, come la Tom Kha Gai con pollo, galanga e latte di cocco, oppure Tom Ym Goong con citronella e gamberi. Poi risi (tra cui il Nasi Goreng), pastem, carni, pesce e frutti di mare. Gli antipasti si articolano in diverse categorie: vapore, fritti, satay, pane e insalata. Gli impiattamenti sono abbondanti e molto colorati. A marzo la coppia composta da Lorenzo De Lio in cucina e Beatrice Venturini in sala ha aperto il suo indirizzo in Via Etruria. I due sono tornati dopo importanti esperienze all’estero portando la loro idea di cucina creativa e sperimentale in un indirizzo da soli 8 tavoli, dove è tutto pensato per fare un’esperienza gastronomica non omologata. Anche la carta dei vini riflette questa filosofia, proponendo etichette da tutto il mondo. Visti i coperti e vista la filosofia dei proprietari, non siamo dunque stupiti di trovare solamente tre menu degustazione (niente carta) tra gli 85 e i 110€. Su un lato di Piazza Zama, prima del ponte della ferrovia, si trova questo ristorante di pesce alla brace aperto dalla coppia formata da Gabriele Di Lecce e Alessandra Serramondi: il primo in cucina, la seconda in sala, hanno entrambi diverse esperienze di ristorazione alle spalle, e per alcuni prodotti orticoli possono contare sull’orto di famiglia a Maccarese. Da Dogma si possono provare sia i piatti alla carta che il menu a degustazione, con 5 portate a scelta dello chef a 48€, con un ottimo rapporto qualità-prezzo. Per il bere invece bisogna affidarsi ad Alessandra, che saprà consigliare al tavolo la migliore etichetta da abbinare all’occasione. La precedente pizzeria si è trasformata direttamente in una nuova insegna, pur rimanendo dedicata alla pizza ed ecco quindi arrivare in zona il marchio Sant’Isidoro, già presente a Roma con altre insegne. Qui la formula è piuttosto semplice e prevede la combinazione di pizze sottili al centro e dal cornicione pronunciato, con diversi topping. I cugini Alessio Congias e Simone Simeoni hanno aperto il loro Santì dedicandolo alla loro nonna, che si chiama Santina e si tratta di una trattoria 'aggiornata', dove ci si può accomodare a un lungo bancone con vista cucina, oppure a una delle 16 sedute a tavolino. La squadra punta su un menu di piatti di casa, resi meno prevedibili da qualche tocco creativo e soprattutto preparati a partire da forniture selezionate. Nel menu troviamo piatti come la guancia di manzo, l’agnello, la pasta fresca fatta in casa, i funghi fritti, la zucca al forno, i formaggi e il loro must è la torta rustica con bieta e alici, uno dei piatti che preparava sempre la nonna. Il giovane Valerio Maiali ha aperto il suo Rinomato (appena rinnovato) proprio a ridosso della pandemia, riuscendo tuttavia a spianare il percorso un panino dopo l’altro e qui si trovano burger per tutti i gusti: dall’Umile, con 180 gr di scottona, lattuga e cetriolo sottaceto, al Celebre XXL, con doppio patty e dose extra di formaggio, bacon e salsa. C’è anche quello con uovo e cipolla caramellata e la versione vegetariana, con cavolo stufato, Rosti di patate, cheddar e maionese. Nel 2011 la famiglia Stramaccioni - Paolo e Sandra, con i figli Mattia e Luca - ha ridefinito il concetto di “bottega di prossimità” puntando sulla selezione ineccepibile di materie prime e sull’affabilità di un servizio tipico dei negozi di quartiere. A La Differenza si può curiosare tra le specialità esposte al banco e sugli scaffali, per individuare un pacco di pasta Pietro Massi (il pastaio marchigiano che rifornisce Mauro Uliassi), una tavoletta di cioccolato piemontese di Guido Castagna, una fetta di formaggio Storico Ribelle oppure il foie gras di Fabio Barbaglini. Nell'edificio che ospitava l'Istituto scolastico Manieri Copernico oggi c'è Dotcampus, un campus con alloggi e spazi comuni per studenti, ma anche stanze dedicate all'accoglienza degli esterni e comparti aperti al pubblico. Come quello gastronomico che si trova in terrazza, accessibile a chiunque. Ci sono diverse possibilità dalla colazione al dopo cena, con menu ideati da chef Gianluca Pienzi insieme a suo fratello Francesco e il coordinamento della chef Roberta Virgilio. Oltre alla parte caffetteria, bevande analcoliche e vini in mescita, troviamo anche cornetti e torte fatte in casa per la colazione, poi una proposta per il brunch molto completa, che comprende french toast, cornetti salati, lo yogurt e i pancakes dolci. Durante il corso della giornata si trovano sempre club sandwich, hummus, toast in varie salse e avocado toast, infine una carta dei piatti del giorno. Poco lontano da Piazza Re di Roma, il giovane chef Alessandro Santilli ha aperto a settembre 2023 il suo Frumentario e dopo esperienze di livello nelle cucine di grandi chef, ha deciso di puntare tutto sulla pizza romana in teglia, con una particolarità, sono tutte farcite al momento davanti agli occhi dei clienti con topping 'gourmet', ovvero cucinati con tecnica e ricette gastronomiche. C'è ad esempio quella con il maialino cotto a bassa temperatura servito al bancone con una crema di cipolle stufate, glassa di aceto balsamico, ricotta di Manduria ai tre latti, demi-glace e aneto oppure quella con stracotto di pecora marinato con erbe aromatiche e vino rosso, su base di fior di latte e chiusa al bancone con mosto d’uva e pesto di pistacchio, in un locale di dimensioni contenute che lavora tanto con l'asporto. Partita come autodidatta, Claudia Martelloni si è affermata nel tempo come una delle migliori pasticciere di Roma e dal suo banco arrivano soprattutto monoporzioni (no lievitati, no cornetti) e torte di sua creazione, qualcuna ispirata anche ai grandi pasticcieri contemporanee, come Cedric Grolet. Ogni mese vengono proposti dei gusti nuovi, con ricette e ingredienti stagionali o legati alle festività e il colpo d’occhio lo fa sicuramente l’estetica: queste piccole monoporzioni più che dei dessert sono dei gioiellini. Vetrine su strada, tavolini in legno e metallo, musica giusta e una lavagna aggiornata quotidianamente con piatti estemporanei e così è il locale dei fratelli Mirko e Tiziano Palucci, aperto nel 2016 per portare nella Capitale una cucina che somiglia a poche altre. Massiccia la carta dei vini, con etichette esclusivamente naturali da piccoli produttori italiani e internazionali; poi ci sono le birre, con una bella scelta di acide, adatte per accompagnare i gusti decisi delle portate. Il menu, come detto, cambia spessissimo, e la cosa migliore è ordinare qualcuna delle pietanze del giorno e, possibilmente, condividerla e da Barred sono bandite le distinzioni tra primi o secondi e nel tempo la proposta si è fatta sempre più pop. Questa buona pizzeria di quartiere non delude i locals con i suoi impasti e i condimenti golosi. Una stanza unica all’interno, alcuni coperti all’esterno, accolgono gli ospiti facendo assaggiare loro una pizza che ricorda la romana ma più alta e più spessa. Aperto solo a cena e disponibile anche per delivery e asporto, il menu spazia tra montanare, bruschette e fritti e tra le pizze in carta troviamo i classici e qualche creazione della casa, come la Giulietta con fiordilatte, patate schiacciate, fiori di zucca, in uscita prosciutto cotto affumicato, granella di pistacchi o la Calabrotta piccante con fiordilatte, 'nduja piccante, pachino, cipolla rossa, bufala a crudo e origano. Ideale per lavorare, per un pranzo, per un aperitivo o per una colazione tra amici, questo localino si presta a diverse funzioni. La mattina la colazione la fanno dolci e lievitati dal bancone e a pranzo c’è una carta con piatti nostrani e internazionali e anche alcune opzioni che diremmo in chiave “healthy”, poi merende e aperitivi. Il clima è molto rilassato, soprattutto se gli avventori non saranno infastiditi dai computer accesi o da chi viene a leggere il giornale o a fare una riunione di lavoro. Nella sala di Al Grottino, qualche scalino più in basso rispetto al piano-strada, l’atmosfera è quella delle pizzerie di vent’anni fa. Nessuna velleità chic per il proprietario Tony Vespa, che mantiene un locale accogliente e senza fronzoli, dove la pizza resta al centro e la tonda, qui, non è né troppo alta né troppo bassa. Come da tradizione romana, non possono mancare i fritti, con qualche guizzo creativo: a base di tonnarelli all’amatriciana con guanciale croccante e cacio e pepe con lime e pecorino. Dal 2018 Blind Big è un locale dal mood inizialmente “speakeasy” diventato via via più aperto, con una proposta piuttosto variegata e ci sono dei tavolini all’aperto, così come un lungo bancone dove accomodarsi per due chiacchiere con i bartender. In carta anche mocktail e analcolici, oltre a una selezione di drink ideati dai due, ad esempio il Mel Gibson, servito in un’elegante coppa Nick&Nora e a base di gin infuso all’erba cipollina, vermouth dry e mela in agrodolce. Nonostante le dimensioni ridotte, questo localino riunisce diverse anime: pasticceria, ristorante, bar per dirne alcune e tre soci, ovvero Valentina De Caro, Simone Romano e Francesco D'Agostino, sono i creatori di questo indirizzo inaugurato in zona San Giovanni nel 2021. Ogni mattina, nel laboratorio, vengono preparati croissant, pain au chocolat, veneziane e bignè, i lievitati sono molto richiesti, quindi è buona pratica non arrivare troppo tardi per non rimanere a bocca asciutta. A pranzo c’è un vero menu da ristorante, una piccola carta stagionale con piatti ben eseguiti da accompagnare alle proposte di bottiglie di Simone e per concludere si può sempre ritornare al banco per un dolce. La creatura di Greta Bertoli ed Emiliano Cataldo ha superato anche la prova del fuoco della fase di rodaggio, posizionandosi come una delle enoteche con cucina più riuscite a Roma, dove pure la competizione è acerrima. Ambiente informale ma curato, quell’aria in po’ naive da salotto di casa (del tutto voluta, come ci raccontarono gli stessi proprietari in fase di apertura), un giradischi, una cucina a vista, bottiglie alle pareti costituiscono buona parte del successo della proposta ma non ne racchiudono comunque l’atmosfera. In menu si trovano sia proposte al calice che piatti con variazioni continue, tante proposte vegetali e lavorazioni di prodotti di grande qualità. I fratelli Christian, Manuel e Mirko Catania hanno pensato a Brado per occupare una nicchia piuttosto specifica: la cucina di selvaggina e lo “stato brado”, appunto, è il punto di partenza per la selezione.

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