L'arte culinaria non è solo nutrimento; è espressione, simbolo e persino strumento di critica sociale. Il cibo a regola d’arte, il cibo per gli occhi e per il palato, il cibo come concept, come simbolo, il cibo nella lotta di classe. Il cinema, con la sua capacità di riflettere e amplificare la realtà, ha spesso esplorato il rapporto tra cibo e società, portando sullo schermo opere che stimolano la riflessione e il dibattito. Un esempio emblematico è rappresentato da "The Menu", un thriller gastronomico che utilizza il cibo come lente per analizzare le dinamiche di potere, le disuguaglianze sociali e la ricerca di significato nella vita contemporanea.
"The Menu": Un Thriller Gastronomico
"The Menu" si fa notare per la sua trama curata, l'intelligenza dei dialoghi e la tensione palpabile che permea ogni scena. Il film ci invita a riflettere sul significato del cibo, non solo come sostentamento fisico, ma anche come espressione di identità e status sociale. Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei.
La narrazione si sviluppa attorno a un gruppo di commensali selezionati, invitati a una cena esclusiva in un ristorante isolato su un'isola remota. Tra i commensali, una critica gastronomica spietata e il suo galoppino, una coppia di clienti affezionati e annoiati, un giovane feticista - più che fan - della cucina, tre giovani investitori, un personaggio televisivo e la sua curatrice di immagine. Ognuno di loro rappresenta un aspetto diverso del rapporto con il cibo e con il mondo dell'alta cucina.
Il ritmo della pellicola è cadenzato dai tempi del menu, preparato dalla brigata a suon di gong. Lo chef Julian Slowik, interpretato magistralmente da Ralph Fiennes, è un artista tormentato, deluso dalla superficialità e dalla mancanza di autenticità del mondo che lo circonda. La sua cucina è diventata un'ossessione, un modo per esprimere il suo disprezzo verso una società corrotta e priva di valori.
Ben presto, quella che sembrava un’esclusiva experience immersiva e di alto livello, si rivela essere una trappola mortale. Il menu degustazione si trasforma in un percorso di espiazione, in cui ogni portata rivela i peccati e le ipocrisie dei commensali. Il cibo diventa un'arma, un mezzo per smascherare le loro false identità e per punire la loro avidità e superficialità.
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Cibo e Morte: Un Legame Indissolubile
Il film esplora il legame profondo e ancestrale tra cibo e morte. L’origine del cibo è connessa al senso di casa, di focolare, di appartenenza e di riparo, ma condivide un’intimità anche con la morte. Per mangiare bisogna anche uccidere, sradicare le piante, raccogliere i frutti, invadere gli spazi della natura, estirparli. La preparazione del cibo implica la trasformazione della materia vivente in nutrimento, un processo che inevitabilmente comporta la distruzione.
Nel contesto del film, questo legame si manifesta in modo macabro e disturbante. Ogni portata diventa una metafora della morte, un promemoria della fragilità della vita e della caducità delle cose.
Emblematica la portata del “pane senza pane”. Il pane tradizionalmente cibo dei poveri, risorsa della gente comune, è una portata (questo accade per davvero, al di fuori del grande schermo) che invita a soffermarci sulla nostra idea di normalità e di quotidianità. Il grano oggi è ricchezza e non è scontato che sia incluso nel coperto. Il pane, simbolo di nutrimento e di sopravvivenza, viene presentato in una forma astratta e concettuale, priva della sua sostanza originaria. Questo gesto simbolico rappresenta la perdita di contatto con le radici e con i valori autentici, un tema centrale nel film.
Incontro, Memoria ed Espiazione
"The Menu" può essere interpretato come una parabola sulla condizione umana, sulla ricerca di significato e sulla necessità di confrontarsi con il proprio passato. Il finale risveglia René Girard dal sonno eterno: c’è la vittima sacrificale (i commensali rimasti e l’intera brigata), c’è il rito (il tempo del menu), c’è una colpa collettiva (nella misura in cui ognuno si unisce al coro portando il proprio fardello).
Il personaggio di Margot, interpretato da Anya Taylor-Joy, rappresenta la possibilità di redenzione e di cambiamento. La sua estraneità al mondo dell'alta cucina le permette di vedere la realtà con occhi nuovi e di sfidare il sistema corrotto rappresentato dallo chef Slowik.
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Atto finale: vita nova. Non ci sono salvati né vittoriosi, ma solo sopravvissuti. Il finale del film è aperto all'interpretazione, ma suggerisce che la vera salvezza risiede nella capacità di ritrovare il contatto con le proprie radici, con la semplicità e con l'autenticità.
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