Introduzione
Daniel Sushi Bitetto è un nome che evoca curiosità nel mondo dell'arte e del cinema italiano. Pur non disponendo di una biografia dettagliata in questo contesto, è possibile tracciare un profilo basato sulle informazioni disponibili, che rivelano un'attività intensa e diversificata, soprattutto intorno al 2014 e all'inizio del 2015.
Attività e Interessi
Analizzando i dati raccolti, emerge una figura poliedrica con interessi che spaziano dal cinema alla musica, con un coinvolgimento attivo nel panorama culturale e artistico italiano. I riferimenti temporali, concentrati tra agosto 2014 e gennaio 2015, suggeriscono un periodo di particolare creatività o partecipazione a eventi significativi.
Cinema e Serie TV
Tra i termini che ricorrono, si notano riferimenti a film e serie TV di vario genere, come Adaline, Alien, Avengers, Batman V Superman e Doraemon Il Film. Questo suggerisce un interesse per il cinema sia mainstream che d'animazione, indicando una possibile attività di critica cinematografica, produzione o semplice passione per la settima arte.
Festival e Associazioni
La presenza di termini come Animation film festival, Festival Cinema Indip, Accademia Carrara e Associazione Musicale A. rivela un coinvolgimento attivo nel circuito dei festival cinematografici indipendenti e delle associazioni culturali e musicali. Questo potrebbe indicare un ruolo di organizzatore, partecipante o semplice spettatore interessato alle nuove tendenze del cinema e della musica.
Termini Generici
L'inclusione di termini generici come Cinema Italiano, Colonne Sonore e Biopic suggerisce un interesse per il cinema italiano in tutte le sue forme, con particolare attenzione alle colonne sonore e ai film biografici. Questo potrebbe indicare una conoscenza approfondita del settore e una passione per la storia del cinema.
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Ipotetiche Interpretazioni
Considerando questa panoramica, è possibile ipotizzare diverse interpretazioni sull'attività di Daniel Sushi Bitetto:
- Critico cinematografico o blogger: La passione per il cinema e la partecipazione a festival potrebbero indicare un'attività di critica cinematografica, magari attraverso un blog o una collaborazione con riviste specializzate.
- Organizzatore di eventi culturali: Il coinvolgimento con associazioni culturali e musicali potrebbe suggerire un ruolo di organizzatore di eventi, festival o rassegne cinematografiche.
- Produttore o sceneggiatore indipendente: L'interesse per il cinema indipendente e le colonne sonore potrebbe indicare un'attività di produzione o sceneggiatura di film a basso budget o documentari.
- Appassionato di cinema e musica: Infine, non si può escludere la possibilità che Daniel Sushi Bitetto sia semplicemente un appassionato di cinema e musica, che partecipa attivamente alla vita culturale italiana e segue le nuove tendenze del settore.
Il Cibo delle Feste: Un'Analisi Culturale del Natale Salentino
Parallelamente all'indagine sulla figura di Daniel Sushi Bitetto, i dati forniti offrono uno spaccato interessante sulle tradizioni culinarie del Salento durante il periodo natalizio. Il cibo, infatti, è un elemento fondamentale della cultura di un popolo, un fatto straordinariamente simbolico che varia a seconda delle tradizioni locali, della religione, del territorio e persino delle ideologie politiche.
Il Cibo come Fatto Culturale
Il cibo è un fatto di cultura, la cultura dei popoli. Si tratta di una cultura straordinariamente simbolica perché essa varia a seconda delle tradizioni locali, della religione, del territorio, delle mode, persino delle ideologie politiche. Con il gusto cambia anche il modo di cucinare i cibi, il modo di mangiarli e quello di presentarli. Nella cucina, così come per l’umanità, il vero spartiacque fu la scoperta del fuoco e la sua domesticazione. Ciò portava ad un’altra fondamentale distinzione, quella fra il crudo e il cotto. Per tutto il Medioevo, i cibi venivano cotti al fuoco nel camino, allo spiedo o al paiolo. Come spiega Tullio Gregory, la cucina allo spiedo era quella di cui godeva il signore, che aveva a disposizione uno stuolo di servi che potevano anche seguire i tempi di cottura, mentre il contadino usava il paiolo in pietra o in rame, o la pignatta di terracotta, nella quale metteva il cibo lasciandolo cuocere a fuoco lento, mentre lui si recava in campagna, perché questa pratica non richiedeva manodopera.
Nell’ambito della cucina del passato, si avvertiva molto più marcatamente la differenza fra il tempo ordinario e quello straordinario, fra i giorni feriali e quelli festivi. Certamente i dolci più popolari del periodo natalizio in tutta Italia sono il panettone ed il pandoro, legati all’idea stessa del Natale nell’immaginario collettivo. Ma, per venire al Salento, fino a pochi anni fa, qui da noi si osservavano rigorosamente le tradizioni decembrine, fatte di fede e folklore, storia e leggende. Oggi queste abitudini sono quasi del tutto scomparse, sopravvivono in poche famiglie ancora legate ai vecchi costumi tramandati di generazione in generazione.
Le Pittule: Un Simbolo del Natale Salentino
Già dalla festa dell’Immacolata, si gustavano le pittule, secondo il detto: te la Mmaculata, la prima pittulata. La prima tradizione che incontriamo dunque è il digiuno del giorno della vigilia, quando si mangiano solo le pucce, che sono un pane di formato ridotto, simile a quello dei panini, preparato con lo stesso impasto ma più diluito nell’acqua per dare una maggiore morbidezza. Cotta nel forno di legno, la puccia contiene le ulive nere appena colte perché con il loro sapore abbastanza aspro esse rimandano alla penitenza tipica di questo giorno, anche se oggi le ulive compaiono sempre più spesso denocciolate.
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Le pittule, o pittole, sono una delle specialità salentine più conosciute in tutta Italia. Queste croccanti frittelle, ottime se mangiate calde appena tolte dall’olio bollente, possono essere semplici oppure con pomodori, cipolla, capperi, olive nere e a volte anche peperoncino, oppure con cavolfiore o cime di rape lesse, o ancora baccalà lesso o pezzetti di acciughe. Mentre la preparazione delle pittule è abbastanza lunga, i tempi di cottura sono invece brevissimi e così quelli della degustazione perché, come detto, le pittule vanno mangiate bollenti, appena pronte. Questa facilità di esecuzione ha dato vita al detto “E cce sso’, pèttule?”, per intendere qualcosa che non si può svolgere in un batter d’occhio ma richiede tempi di esecuzione più lunghi e meditati. Alle pittule rustiche, dette alla pizzaiola, ottenute friggendo la semplice pasta lievitata, si aggiungono quelle dolci, quando esse, dopo essere state fritte, vengono cosparse di miele o inzuppate nel vincotto.
Etimologia delle Pittule
Una possibile derivazione etimologica può essere da pitta, termine dialettale salentino (dal latino pitta) per indicare la focaccia di patate (pitta te patate). Il Rohlfs per pittula, “frittella”, rimanda a pèttula o pèttola per la quale scrive: “specie di frittella di pasta cosparsa di miele passata nell’olio bollente, usata nelle feste di Natale”, e rimanda a pitta, “focaccia”, termine che fa derivare dal greco pitta o pissa che significa pece, da non confondere, ammonisce Polito, con il termine pizza perché “questa voce deriva dal latino medioevale pizza, sinonimo del classico placenta=focaccia; pizza, a sua volta, è dal gotico o longobardo *pizzo (nel tedesco antico pizzo/bizzo=boccone di pane, da bizan=mordere) diffusosi nei dialetti italiani, specialmente in quello napoletano (da cui in italiano e in altre lingue moderne). Non deve sorprendere il significato originario di placenta, anche perché quest’ultima nel significato attuale deriva proprio dal latino placènta(m)=focaccia, a sua volta dal greco plakùnta, accusativo maschile dell’aggettivo plakùs/plakùsa/plakùv=piatto, di forma schiacciata e, sottintendendo artos=pagnotta, focaccia. Conclusione: tra pitta e pizza non c’è alcun rapporto di parentela”.
Pucce: Il Pane della Vigilia
La prima tradizione che incontriamo dunque è il digiuno del giorno della vigilia, quando si mangiano solo le pucce, che sono un pane di formato ridotto, simile a quello dei panini, preparato con lo stesso impasto ma più diluito nell’acqua per dare una maggiore morbidezza. Cotta nel forno di legno, la puccia contiene le ulive nere appena colte perché con il loro sapore abbastanza aspro esse rimandano alla penitenza tipica di questo giorno, anche se oggi le ulive compaiono sempre più spesso denocciolate.
Etimologia della Puccia
Se vogliamo abbozzare una ricerca etimologica sul termine, per Fanciullo, il romanzo *vuccia si propone come anello mancante fra il salentino romanzo puccia e il latino buccellātum, da buccella, nel senso di “morso” o “boccone”, termine con cui i latini indicavano un dolce realizzato con acqua, semola o fiore di farina e dalla forma circolare, con un buco al centro a forma di ciambella. Dal buccellātum discenderebbe il buccellato, dolce natalizio siciliano, esattamente palermitano, a forma di ciambella, che secondo alcuni potrebbe essere l’antenato del panettone e del pandoro settentrionali o, almeno, il loro controcanto meridionale. Riguardo a buccellato, come crostata, a ciambella, o come corona di panini (buccellatum = in origine “biscotto, galletta”), Antonio Romano mi segnala il rimando a LEI (< buccella ‘panino’) , e al REW (Dizionario etimologico romanzo).
Altre Specialità Salentine
Insieme alle pucce e ai taraddhi, questi ultimi biscotti croccanti dolci o salati a forma di ciambella, fra le ricette salentine di questo periodo, troviamo i tradizionali caranciuli, dei bastoncini grossi quanto un dito, tagliati a tocchetti, avviluppati di miele e cosparsi con cannella e confettini.
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Ancora, per la gioia del palato di grandi e piccoli, i purciddhuzzi, così chiamati perché essi hanno la forma del muso di un porcellino, fritti in olio bollente e decorati con confettini. Molto simili agli struffoli napoletani, se ne differenziano perché nell’impasto non sono presenti le uova. I purciddhuzzi sono a base di semola; preparati appunto nell’olio sfumato, condito con bucce di mandarino e un po’ di anice per aromatizzare l’impasto, vengono estratti dalla pasta con un coltello e, in tanti tocchetti, versati nell’olio bollente, quindi amalgamati con il miele; estratti dalla frittura, vengono decorati con confettini, anisini, cannella, pinoli, ecc.
Etimologia dei Purciddhuzzi
Per Rohlfs, la voce purcidduzzi indica “una specie di frittura natalizia dalla forma di gnocchetti o di sassolini sui quali si cosparge il miele”, e rinvia alla voce purcieddu, ovvero “pezzettini di pasta tagliati a muso di porco, che dopo fritti s’intridono di miele”. Oltre alla derivazione da porcus e quindi legata al musetto del porcellino, un’altra derivazione, secondo la Barletta, è quella che lega il nome alla tecnica di preparazione “che è l’imitazione di quella difensiva del piccolo crostaceo, di forma ovale ed allungato (simile ad un pezzettino di pasta), color grigio e comunissimo nelle case e negli orti”. Si tratta del vermicoculu, spesso oggetto di gioco dei bambini. «L’asello od onisco volgarmente è detto (anche in Francia) “porcellino” di terra o di Sant’Antonio. Tale piccolo crostaceo-isotopo, se toccato, si ravvolge presentando, sul dorso, scanalature simili a quelle che il pettine produce sui pezzettini di pasta ravvolti. Il termine, dunque, fa riferimento al “porcellino-onisco” quando non si debba intendere il diminutivo del composto pirros-killes, che significa “asello di farina”». L’etimo, secondo altri, deriverebbe dalla Ciprea lurida, “una bellissima conchiglia tondeggiante, appellata in vari idiomi pugliesi appunto purciddhuzzi, che montata in argento veniva utilizzata come amuleto portafortuna. La credenza voleva che questa conchiglia, legata alla caviglia del bambino, lo avrebbe aiutato a crescere in salute come il porcello di Sant’Antonio”. Al porco questi dolcetti sono comunque legati se nel passato si diceva che dovessero essere consumati al massimo entro il giorno di Sant’Antonio Abate (17 gennaio), protettore appunto dei maiali.
Carteddhate e Anisetti
Le carteddhate sono fritte nell’olio (meno di quello dei purciddhuzzi) e cosparse di miele oppure di vincotto. Secondo la tradizione esse furono servite nel 1518 in occasione del banchetto di nozze di Bona Sforza, duchessa di Bari e regina di Polonia che a Napoli nel Castel Capuano sposava il re di Polonia Sigismondo I, probabilmente chiamate “cartellate” per la loro tipica croccantezza che ricordava quella del cartoccio. Altra forma dialettale è infatti ‘ncarteddhate. La pasta viene scanalata, ossia lavorata e poi si manipola lungamente cu llu minaturu, “il mattarello”; si crea una grande sfoglia di pasta che con lo sperone (una piccola ruota di bronzo dentata) viene tagliata a strisce larghe 5-6 cm e lunghe 10-15 cm. Una volta fritte, le carteddhate vengono poste in un grande vassoio insieme ai purciddhuzzi. Il termine, secondo il Rohlfs, deriva dal siciliano cartèddha=cesta, per la forma che rassomiglia ad un intreccio.
In passato erano presenti nel periodo natalizio anche gli anisetti, dei piccoli e policromi confetti, simili a chicchi di grano.
Il Pesce di Pasta di Mandorla
Un vero must è ancor oggi il pesce di pasta di mandorla, realizzazione prettamente artigianale, ossia fatta in casa dalle capaci massaie salentine, che richiamava il Cristo, rappresentato nell’iconografia cristiana dei primi secoli con il simbolo del pesce, che molto spesso compariva nelle catacombe dove si rifugiavano i cristiani perseguitati. Questo dolce può avere anche la forma di agnello, u pecureddhu, ma quest’…