Vittore Carpaccio, pittore veneziano del Rinascimento, è celebre per i suoi cicli pittorici narrativi, ricchi di dettagli e ambientazioni esotiche. Tra le sue opere più iconiche spiccano quelle dedicate a San Giorgio, in particolare i dipinti realizzati per la Scuola Dalmata dei santi Giorgio e Trifone, universalmente nota come Scuola di San Giorgio degli Schiavoni a Venezia. Questi lavori non solo illustrano la leggenda del santo cavaliere, ma offrono anche uno spaccato della società veneziana del tempo, con le sue credenze, paure e aspirazioni.
Il Ciclo di San Giorgio degli Schiavoni: Un Viaggio Narrativo
Il ciclo pittorico realizzato da Carpaccio tra il 1501 e il 1508 per la Scuola di San Giorgio degli Schiavoni rappresenta uno dei suoi capolavori. Questo ciclo illustrava scene del Nuovo Testamento ed episodi delle vite dei tre santi patroni della Scuola, ovvero Giorgio, Girolamo e Trifone. Tra le opere più celebri del ciclo spicca "San Giorgio e il drago", un dipinto che ha affascinato generazioni di spettatori per la sua vivacità narrativa e la ricchezza di dettagli.
"San Giorgio e il drago" (1501-02): L'Immobilità del Momento Decisivo
Il più celebre dei dipinti del primo ciclo di Vittore Carpaccio per la Scuola Dalmata dei santi Giorgio e Trifone, universalmente nota come Scuola di San Giorgio degli Schiavoni, è quello de "Il duello di Giorgio e il drago" (1501-02). In questo dipinto, Carpaccio immortala l'istante preciso in cui San Giorgio, giovane cavaliere biondo e senza elmo, trafigge il drago con la sua lancia.
L'abilità di Carpaccio risiede nel congelare il tempo, creando un'atmosfera di sospensione e immobilità. Tutto è perfettamente immobile, l’universo intero si blocca al fragore del legno che si conficca nel corpo del mostro e si spezza, come nella celebre pagina degli apocrifi al momento della nascita di Gesù: silenzio e immobilità. Le bocche degli agnelli che bevono al torrente restano sospese, le onde del ruscello si fermano, così come gli astri, gli uomini, i rettili, le navi, gli uccelli.
La scena è intrisa di simbolismo e dettagli narrativi. Nella Legenda aurea Jacopo da Varagine narra di una città della Libia, Selene, tormentata da un drago cui gli abitanti sono costretti a consegnare il tributo di due pecore al giorno per saziarlo e vivere in - relativa - tranquillità. Finite le pecore si è costretti a passare ai giovinetti: ecco i resti sparsi sul terreno mescolati ai crani degli ovini che fanno da orribile tappeto allo scontro (qualcuno, con una punta di malizia, potrebbe ricordare certi pavimenti in mosaico delle ville romane con i resti del cibo sparsi alla rinfusa). La sorte, a un certo punto, fa sì che il sacrificio tocchi alla figlia del re. Il padre tenta in tutti i modi, senza risultato, di scongiurare quest’epilogo, ma la cosa sta per provocare una ribellione dei sudditi: «se non permetterai che questa muoia come gli altri, bruceremo te e la tua casa». Non c’è nulla da fare. Eccola, la giovane principessa un po’ arretrata, in piedi su una balza del terreno, le mani giunte non a invocare pietà a Dio Padre (è ancora pur sempre pagana!) ma rassegnata, in attesa di essere brutalmente sacrificata. Ma è arrivato appena in tempo Giorgio (“che per caso passava di là”) e anche se lei lo consiglia più volte di girare alla larga, egli ingaggia col mostro una sfida mortale, vincendola.
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"San Giorgio e il drago" (1516): Una Replica Variata
Questo San Giorgio e il drago, firmato e datato 1516, è inoltre un’opera poco stimata, generalmente liquidata come replica variata del celebre San Giorgio e il drago eseguito ai primi del secolo per la fraternita dalmata. Il dipinto presenta in primo piano il duello di San Giorgio col drago, desunto nei tratti essenziali, come al solito, dalla raccolta di leggende di santi costituita nel XIII secolo da Jacopo da Varagine, la celebre Legenda aurea, poi diffusa in un numero sterminato di edizioni a stampa, soprattutto in volgare col titolo Legendario de sancti. Ridotti al minimo i dettagli orrorifici di resti umani e animali, e quasi nascosta dietro un albero la principessa con l’agnellino dell’innocenza, della mansuetudine e del sacrificio fortunosamente evitato, il clou della vicenda sta nel confronto tra due potenze incompatibili e inconciliabili: il cavaliere cristiano e la bestia diabolica, il cavallo dall’occhio languido e il drago dall’occhio infuocato e iniettato di sangue.
Il Disegno Preparatorio: Uno Sguardo al Processo Creativo
Il disegno è uno degli undici esemplari di Carpaccio menzionati dalla ‘Nota de' Libri de' disegni’ (1687, ASFi, Guard. Med. 779, ins. 9, cc. 995-1027) nel volume Universale III. È infatti identificabile con l’“armato che in una gran piazza uccide un drago, con molti spettatori, schizzo a penna e matita rossa” che venne descritto, un secolo dopo, da Giuseppe Pelli Bencivenni al numero tre di quello stesso tomo ([1775-1793], GDSU, ms. 102). Il grande studio è preparatorio per uno dei teleri che Carpaccio eseguì tra il 1501 e il 1508 per la Scuola di San Giorgio degli Schiavoni a Venezia. Al British Museum di Londra si conserva un altro disegno dell’artista per San Giorgio degli Schiavoni, la ‘Visione di Sant’Agostino’ (inv. Sul margine inferiore del foglio Carpaccio ha indicato la scala, secondo l’unità di misura veneziana, di dieci piedi e mezzo scarsi (ovvero quasi 35 cm) che corrisponde alla larghezza della tela (360 cm). Questa annotazione può significare che il ‘Trionfo di San Giorgio’ fosse il primo dei tre dipinti dedicati alla biografia del Santo ad essere realizzato, dal momento che ha le stesse misure del ‘San Giorgio che combatte il drago’ e sembra poco probabile che l’artista abbia avuto la necessità di appuntare le dimensioni più di una volta; d’altronde, non è illogico disegnare per prima la tela centrale poiché, proprio per la sua collocazione mediana, essa determina in qualche misura la composizione delle due laterali (Chapman in Firenze 2011). L’ambientazione orientale della scena è ispirata alle xilografie di Erhard Reuwich che illustrano le 'Peregrinationes in terram sanctam' di Bernhard von Breydenbach (Magonza, 1486); anche uno schizzo sul verso sembra tratto da una di quelle stampe (Chapman in Firenze 2011). Il disegno appartiene a uno stadio avanzato della progettazione del dipinto e venne certamente preceduto da altri studi, andati perduti: in esso Carpaccio delinea la scena con un segno sicuro a pietra rossa e fissa le linee dei contorni con decisi tratti a penna. Anche nelle fasi finali della preparazione della tela, l’artista continua a rivedere la composizione e a sperimentare varianti: a volte “ignora” quanto già disegnato a pietra rossa - il guinzaglio del drago, uno dei suonatori a sinistra o la torre sopra la porta monumentale sulla destra - e aggiunge invece, a penna, ulteriori dettagli, come la colonna sormontata da una statua sullo sfondo a destra (Chapman in Firenze 2011). La pietra rossa non ha solamente funzione di traccia preliminare del disegno, ma ha un ruolo determinante nello studio degli effetti chiaroscurali “and is kept in play with the energetic pen strokes that are layered over and around the chalk, allowing the artist to imagine the final pictorial effects”. Questo trattamento innovativo del medium colloca l'inv. 1287 E r. tra i primi esempi di impiego combinato di penna e pietra rossa con finalità tonali e di ricerca di dinamismo, molto frequente nella grafica veneziana (Whistler in Oxford 2015-2016) .
Interpretazioni e Simbolismi
I teleri del Carpaccio hanno la straordinaria capacità di farci viaggiare verso terre straniere. Il più famoso è San Giorgio e il drago, che ritrae un giovane cavaliere misterioso nel momento dello scontro con il terribile mostro. Chi non conosce la storia di San Giorgio e del suo destriero? Secondo la Legenda aurea dobbiamo arrivare fino a Selene, una città della Libia terrorizzata da un drago che esigeva ogni giorno una giovane vittima umana per placare la sua fame. Il corpo di San Giorgio sembra quasi immobile, come un fermo immagine nel momento in cui il fendente sprigiona tutta la sua forza e la sua energia mortale. Una volta liberata la principessa dal suo crudele destino, la riporterà nella sua città in festa e dai suoi genitori ai quali chiederà, come ringraziamento e riconoscimento in cambio del suo gesto, la conversione al cristianesimo di tutta Selene. Non è quindi previsto nessun matrimonio con la bella principessa, perché la conversione al cristianesimo da parte degli infedeli era in quel momento la priorità.
Siamo all’inizio del Cinquecento, e i Turchi continuano ad essere una minaccia per Venezia e i suoi possedimenti nel mare Mediterraneo. La parte sinistra dell’albero ha rami secchi e spogli, e in secondo piano si vedono edifici di fantasia mescolati ad altri realmente esistenti, che ricordano il lontano Oriente pagano, gli infedeli. E la principessa pagana dov’è? Essendo la figlia del re di Selene ci si immagina di doverla trovare a sinistra, assieme alla sua famiglia e alla sua gente. Sembra in attesa del risultato ma il suo sguardo per nulla preoccupato ci fa capire che sa già come andrà a finire. Ha capito tutto e infatti ha già superato il confine e attende il momento della sua liberazione. Ci troviamo fuori dalle mura della città, in un terreno disseminato di ciò che resta dei pasti del drago. Sparsi nella terra arida e brulla vediamo resti di cadaveri, avanzi di scheletri e di ossa, di brandelli di corpi abbandonati. Una mandibola umana, il busto di una giovane donna dilaniata dal bacino in giù, un braccio a cui è attaccata una mano contorta. Questo perché i cannoni turchi-ottomani utilizzati all’epoca avevano una forma che ricordava quella di un serpente e la bocca simile a quella di un drago che sputava il fuoco che colpiva gli eserciti nemici. Sempre nello stile di questo artista, sono tutti quadri ricchi di particolari, capolavori di questo pittore originale con uno stile unico nel panorama degli artisti del suo tempo.
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