La Storia e le Caratteristiche degli Umpa Lumpa e della Fabbrica di Cioccolato

Introduzione

La fabbrica di cioccolato di Willy Wonka è un luogo magico e misterioso, popolato da macchinari fantastici e dai suoi fedeli operai, gli Umpa Lumpa. Questo articolo esplora la storia di questi personaggi unici, le caratteristiche della fabbrica e i temi profondi che emergono dalla favola di Roald Dahl, resa celebre da diverse trasposizioni cinematografiche.

La Fabbrica di Cioccolato: Un Mondo di Fantasia e Insidie

La fabbrica di Willy Wonka è molto più di un semplice luogo di produzione di dolciumi. È un mondo a sé stante, governato dalla fantasia e dall'eccentricità del suo proprietario. Macchine enormi e fantasiose, guidate dagli Umpa Lumpa, sono il cuore pulsante di questa fabbrica, dove il cioccolato scorre a fiumi.

Tim Burton ha saputo interpretare al meglio lo spirito macabro della favola di Dahl, alternando scene tetre, dominate dal buio e dal freddo, a visioni coloratissime che ben rappresentano il mondo dei dolciumi. Questa dicotomia riflette la complessità della storia, che affronta temi come la famiglia, l'avidità e la redenzione.

Willy Wonka: L'Eccentrico Cioccolataio

Willy Wonka è l'eccentrico proprietario della più famosa fabbrica di cioccolato del mondo. Ha costruito il proprio impero sullo stesso sogno, il desiderio dei dolci, che rappresenta anche il peggior incubo del padre dentista. Wonka è diventato negli anni sinonimo di qualità assoluta del cioccolato, grazie a una fabbrica completamente gestita dagli Umpa Lumpa.

Wonka viene tradito prima da suo padre, poi dai suoi operai. Non è vero che le cose cattive non segnano. Esse feriscono nel profondo. Non è vero che più un uomo è buono, più sopporta. Il dolore è dolore per tutti, allo stesso modo. Altrettanto vero, però, è che lo scoramento non può durare per sempre. In realtà, l’Amore torna a lavorare in silenzio. La disillusione è un cancro pericoloso. Ma i bambini hanno bisogno di cioccolato, hanno bisogno di sogni. Il cuore semplice sa che nulla è impossibile.

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Gli Umpa Lumpa: Storia e Caratteristiche

Gli Umpa Lumpa sono gli operai che lavorano nella fabbrica di cioccolato di Willy Wonka. Essi hanno sostituito gli uomini che, in passato, si erano macchiati del furto del segreto del cioccolato Wonka, vendendolo al miglior offerente.

Conosciamo tutti gli Umpa-Loompa: i folletti arancioni che lavorano nella celebre fabbrica di cioccolato di Willy Wonka e che sembrano esservi impiegati di loro volontà, portando a termine il lavoro con solerzia e senza lamentele; al limite, qualche canzoncina sottilmente ironica ma poco altro. Eppure, l’origine dietro agli omini è tutt’altro che allegra e affonda in un certo retroterra razzista.

Quando Charlie e la Fabbrica di Cioccolato, il romanzo di Roald Dahl, viene pubblicato nel 1964, c’è una certa riflessione sociale che trova posto tra le pagine. Infatti è il periodo in cui gli immigrati e i cittadini inglesi del New Commonwealth entrano nel mercato del lavoro. L’ansia nei confronti del classico spauracchio degli immigrati che “arrivano per rubare il lavoro” è espressa in una prima stesura della storia, nella quale gli Umpa-Loompa sono dei pigmei importati da Wonka “dalle più profonde e oscure parti della giungla africana”. E, va sottinteso, nella fabbrica lavorano praticamente come schiavi.

I folletti infatti hanno come paga solo dei semi di cacao, e in cambio sono in attività tutto il giorno, non possono lasciare la fabbrica e anzi sono confinati solo in determinate aree della struttura; persino, devono cercare di non farsi vedere. E poi, non vedono nemmeno una parte degli enormi guadagni che Wonka ricava dalla loro attività.

Nel 1971, al momento di produrre il primo famoso adattamento della storia con Gene Wilder, i tempi sono per fortuna già più maturi e si decide presto che ritrarre gli Umpa-Loompa come schiavi africani non è per niente consono. Così vengono cambiati e lo stesso Dahl modifica la loro descrizione nelle edizioni successive del romanzo, più simili a quelli che conosciamo oggi.

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Nel corso degli anni e con i vari adattamenti cinematografici l’immagine dei folletti si è evoluta e così la loro rappresentazione, di pari passo con i progressi etici della società. Con il loro aspetto caratteristico e il loro talento per le canzoni, gli Umpa Lumpa hanno conquistato il cuore di milioni di spettatori in tutto il mondo. Creati da Roald Dahl, sono diventati famosi (anche) grazie alle trasposizioni cinematografiche del libro La fabbrica di cioccolato. Gli Umpa Lumpa sono creature basse e tozze che Willy Wonka trova ad Umpalandia.

Nel film con protagonista Gene Wilder, sono stati interpretati da Rudy Borgstaller, George Claydon, Malcolm Dixon, Rusty Goffe, Ismed Hassan, Norman McGlen, Angelo Muscat, Pepe Poupee, Marcus Powell e Albert Wilkinson. Nel film di Tim Burton interpretato da Johnny Depp, tutti gli Umpa Lumpa sono interpretati da Deep Roy, attore e stuntman keniota naturalizzato britannico, con l’aiuto di tecniche digitali per creare l’effetto di molti personaggi. In questo caso, il regista Paul King ha deciso di riprendete il look classico degli Umpa Lumpa, visto nella pellicola del 1971. Semplicemente gli Umpa Lumpa sono così nella mia testa. Immagino sia perché il film del ’71 è così amato da me e da molte altre persone e non volevo cambiarlo. Volevo fare qualcosa che si adattasse a quell’iconografia.

Il Viaggio di Charlie: Una Metafora sulla Famiglia e sui Valori

La storia ruota attorno a sei gruppi familiari, incluso quello di Wonka. Il cioccolato è una metafora potente di dolcezza, bontà, calore, allegria, condivisione, dono. Il cioccolato ci restituisce immediatamente il significato della Bontà che scorre a fiumi, morbida, avvolgente, profumata. È il respiro stesso della famiglia, il sentimento che la anima (o che dovrebbe animarla) e la muove. E proprio la famiglia dovrebbe essere il luogo in cui il cioccolato (il Bene) viene prodotto. È la famiglia la vera fabbrica di cioccolato. Se l’amore alimenta la famiglia, la famiglia produce amore e viceversa, in un circolo straordinariamente virtuoso. A questa icona, però, si affianca la fabbrica automatizzata, tetra e isolata. La bontà è divenuta meccanica.

Durante la visita alla fabbrica, i piccoli ospiti incappano in inconvenienti che impediscono loro di proseguire il tour. Rimangono così da soli Willy, Charlie e nonno Joe. Willy rivela a Charlie che egli è il vincitore del “vero” concorso “di sopravvivenza”; il premio è l’intera eredità di Willy: la fabbrica di cioccolato. Charlie, inaspettatamente, rifiuta l’offerta.

L'Importanza della Famiglia

"La fabbrica di cioccolato" si vede e si legge come una favola. La grandezza di Burton si rivela nel trasportare con semplicità il racconto sullo schermo, nel rappresentarlo senza romperne l’incanto. Favola e film si fondono; la metafora del romanzo coincide con il commento della pellicola. Con qualcosa in più. È piuttosto evidente che tutta la vicenda sia incentrata sul senso della famiglia.

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Una delle scene che più incuriosisce è quella iniziale, nella quale viene inquadrata la casa sghemba nella quale abita Charlie con la sua grande famiglia. L’esteriorità può far pensare che la famiglia Bucket sia povera. Conosco famiglie che interpretano la perfezione della casa come la perfezione della famiglia. Addirittura vivono in cantina per lasciare “i piani superiori in ordine”. Charlie, poi, ci viene presentato subito come un ragazzino genuino e semplice nella sua gentilezza ed educazione.

Per quanto Charlie abiti in una famiglia accogliente e premurosa, occorre che anch’egli partecipi nell’essere accogliente, premuroso, amorevole, riconoscente nei confronti dei suoi familiari.

In questa “gara tra famiglie”, che Willy esamina, sonda, castiga, emerge la buona educazione corrisposta dai Bucket al proprio figlio. Tutte le altre famiglie hanno voluto, in un modo o nell’altro, conformare il figlio alla propria immagine, eliminandone la personalità. È evidente che l’educazione ricevuta da Charlie sia radicalmente differente; egli non ha paura di muoversi nel mondo tanto quanto nella fabbrica. Charlie fa sempre le domande giuste e nel modo più consono. È accompagnato dal nonno (i genitori sanno farsi da parte, quando occorre). Ha ancora negli occhi e sul viso lo stupore proprio dei bambini. La sua vita si basa sul solido pilastro della propria casa, della propria famiglia. Cui lui “non rinuncerebbe per tutto il cioccolato del mondo”. E anche quando Willy lo tenta con la più evidente verità (“Dicono quello che devi o non devi fare. Grande! Il sogno del bambino può (deve) realizzarsi nella sua famiglia. Il cioccolato può continuare a scorrere, a unire, a dolcificare. L’amore è motore dell’educazione, anche quando essa può essere percepita come costrizione.

Nomen Omen: Il Significato dei Nomi

I nomi dei personaggi non sono scelti a caso, ma riflettono la loro indole e il loro destino.

  • Charlie Bucket: "bucket" significa "secchio", "contenitore".
  • Augustus Gloop: "Gloop" mette insieme due parole inglesi, "glop" (cibo semisolido, pappina schifosa) e "goop" (persona nauseante).
  • Veruca Salt: una piaga salata.
  • Mike Teavee: il cognome si legge esattamente come TV, televisione. Mark è il prototipo del ragazzo abbandonato ai videogames, un prodotto di Superquark, dei Power Rangers e della Playstation. Le sue reazioni sono violente (Mike si diverte spaccando tutto) tanto quanto le sue passioni.
  • Violetta Beauregarde: francese storpiato per indicare qualcuno che si specchia nella propria bellezza. Violetta, degna figlia di cotanta madre, è attratta solo dall’apparire e dal primeggiare.
  • Willy Wonka: "wonk" è un termine inglese che identifica un ragazzo che rifiuta la “vita sociale” per rintanarsi nello studio.
  • Oompa Loompa: questo geniale scioglilingua.

Le Famiglie e i Loro Vizi

Ogni famiglia rappresenta un vizio o un difetto che viene punito all'interno della fabbrica.

  • La famiglia Gloop mette all’ingrasso il povero Augustus. Macellai, conformano il figlio a se stessi (è un “loro” prodotto). Danno a loro figlio solo ciò che conoscono bene e gliene danno in abbondanza, fino a farlo scoppiare.
  • Mike rappresenta il lato orrendo del “piccolo genio”. La sua infanzia non gli appartiene più. Ha perso il linguaggio del bambino, ha perso il sogno. Ecco qui un’acuta pennellata di Burton: il monolite di “2001: Odissea nello spazio” viene sostituito dalla tavoletta Wonka, afferrabile attraverso la porta dimensionale della televisione. I bambini vanno oltre la “conoscenza” (rappresentata dal monolite), perchè hanno il linguaggio del sogno. Mike, invece, ha smarrito questo orizzonte. Nella sua crescita tecno-scientifica, Mike in realtà rimpicciolisce (letteralmente!). E purtroppo, come egli stesso e i suoi genitori si sentiranno dire, “non c’è la marcia indietro; è un televisore, non un telefono.”.
  • La famiglia Salt si commenta da sè. Realizzare ogni desiderio della figlia significa anche toglierglieli tutti. Soddisfare ogni capriccio equivale a rinunciare ad educare. I genitori di Veruca sono dei dispenser, dei distributori di caramelle. I Salt, così ostentatamente ricchi, con una figlia così dannatamente odiosa, sono delle icone che rischiano di apparire lontane dalle nostre famiglie. Ogni giorno invece le mode schiavizzano figli che schiavizzano genitori. Risultato: Veruca viene travolta (e scaricata!) dai propri desideri (“Papà, voglio uno scoiattolo.” “Papà ti comprerà uno scoiattolo.”). La bambina è davvero una noce guasta, già marcita all’interno seppure così giovane. Un secondo commento: l’affermazione del padre di Veruca rappresenta una versione malata dell’American Dream (“darò a mio figlio più di quanto ho avuto io”). Questo “sogno americano” è stato (ed è tuttora) una missione per alcuni genitori, ma si può tramutare in un incubo, in una condanna per altri.
  • Se Veruca è la classica “figlia di papà”, la platinata Violetta ci viene presentata come la copia (bella o brutta, dipende da come la si guarda) della madre. Violetta è l’incarnazione dell’ambizione dei suoi genitori. È artificiale, finta, agghindata per primeggiare. La sua rincorsa alle cose più futili nasconde un animo burino (si mette la gomma dietro l’orecchio, per riprenderla poi e continuare la strada verso il record). Vuole essere la prima in tutto, educata alla grettezza di una vita in cui si deve sgomitare per emergere, ed emergere significa schiacciare gli altri. Violetta è lo specchio nel quale si riflette la vanità della madre. E come tutti gli specchi, rivela la verità su entrambe. Quando Violetta subisce il proprio contrappasso (diventa ciò che è, ovvero un pallone gonfiato), la madre non afferra l’accaduto, ancora una volta si ferma all’esteriorità: “Non posso avere un mirtillo come figlia. Come farà con le competizioni?” grida indispettita.

La Redenzione di Willy Wonka

È come se Willy fosse ancora prigioniero del bambino che è stato, abbandonato dalla famiglia perchè incompatibile con le aspirazioni e gli interessi del padre. Il padre dentista ha cercato di creare il figlio a sua immagine; i desideri del padre si convertono in ossessioni per il piccolo Wonka. Il divieto di mangiare dolci, l’obbligo di portare assurdi apparecchi odontoiatrici costituiscono una vera e propria “dieta” per Willy: lontano dall’affetto, lontano dai propri coetanei, non ha lo spazio per crescere. Da genitori ossessivi, che non accettano nessun rischio educativo, non possono che nascere figli ossessionati. “Vattene pure, ma se tornerai io non sarò più qui”. In psicologia viene definito “doppio legame” ed è una malattia classica di molte famiglie. Si tratta di un ricatto affettivo perpetrato dal padre al proprio figlio: fai pure questa cosa che io disapprovo, così quando la farai ti sentirai in colpa. Così il piccolo fugge e diventa il più bravo in ciò che il padre odia. Il desiderio fanciullesco di vendetta non si attenua. Fortunatamente questa è una storia a lieto fine. Grazie all’esempio di Charlie, Willy si riappacificherà con il padre, in una scena che ricorda tantissimo l’altro capolavoro di Burton, “Big Fish”. Nello studio dentistico, il padre visita l’adulto Willy senza riconoscerlo apparentemente. Willy ha dei denti sanissimi! Nonostante il cioccolato e “tutti questi anni senza filo interdentale”.

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