Sui pianerottoli di un qualsiasi condominio italiano, in autunno, è normale sentire l’odore del cavolfiore in cottura. Gratinato, al vapore, in pastella e con la pasta, o per l’insalata di rinforzo a Natale, è un ortaggio povero della tradizione popolare che si mangia un po’ ovunque. Eppure, nonostante la sua familiarità, il cavolfiore ha dovuto affrontare una lenta e costante ascesa per scrollarsi di dosso l'immagine di "alimento umile", trasformandosi in un ingrediente trendy e versatile, capace di conquistare chef stellati e appassionati di cucina in tutto il mondo.
La Rinascita di un Ortaggio Dimenticato
Il principale ostacolo alla sua diffusione è semplicemente sé stesso, perché a molti non piace, per l’odore che resta ad aleggiare in cucina e un po’ per la sua stessa storia di alimento umile e poco valorizzato. Lentamente però anche in Italia il cavolfiore sta diventando di moda: probabilmente gli amici appassionati di cucina ve lo hanno già preparato a cena in qualche versione esotica, cucinato come una bistecca o sminuzzato e condito come fosse un cous cous. Questo successo duraturo è dovuto a una combinazione di fattori: è economico, versatile, si coltiva ed esporta facilmente ovunque, è presente in quasi tutte le cucine del mondo e ha un sapore delicato, che accompagna bene gli altri cibi senza sovrastarli.
Dalla Necessità Virtù: Il Cavolfiore Sostituto
Per prima cosa, il cavolfiore venne usato come sostituto della carne e nei ristoranti iniziarono a spuntare bistecche, fette arrostite o servite con le salse come fossero costate. Secondo Kara Nielsen, vicepresidente del settore trend e marketing a CDD Innovation, il cavolfiore divenne oggetto di interesse degli chef americani verso il 2008. Jeremy Fox preparava «cavolfiore in pentola di ghisa» nel suo ristorante vegetariano Ubuntu a Napa, in California; nel 2010 Daniel Patterson serviva cavolo sfrigolato nell’olio d’oliva con bulgur e mandorle al celebre ristorante Plum, di Oakland, in California, mentre al Dirt Candy di New York si trovavano i waffle al cavolfiore della famosa chef vegetariana Amanda Cohen. A quel punto iniziò una nuova tendenza: trattarlo come un sostituto dei carboidrati, trasformato in farina e in riso, come le zucchine vengono trafilate in spaghetti. Venivano così soddisfatte le richieste di chi era a dieta, di chi voleva ridurre la quantità di calorie e carboidrati, e delle persone intolleranti al glutine. Per permettere alle sue figlie celiache di mangiare la pizza, Gail Becker, un’ex direttrice del marketing, ne inventò una impastata con una sorta di farina di cavolo ottenuta frullandolo a crudo: l’idea ebbe successo e nel 2016 Becker lasciò il lavoro e fondò una sua azienda, la Caulipower, che ora vende pizza di cavolfiore surgelata e preparato per impastarla a casa in 9.000 negozi negli Stati Uniti, tra cui grosse catene come Walmart e Safeway.
L'Influenza della Cucina Israeliana e gli Chef Pionieri
A rendere il cavolfiore allettante ha contribuito anche il recente successo della nuova cucina israeliana, che non ha niente a che fare con bagel, salmone e sottaceti - cioè la cucina ebraica ashkenazita dell’Est Europa, che associamo all’Upper West Side di New York - ma che è una rielaborazione in chiave moderna della tradizione mediorientale, fatta di hummus, falafel, baba ganoush e tabulè. Tra gli chef che l’hanno fatta conoscere in Europa e negli Stati Uniti ci sono Meir Adoni con il suo famoso ristorante Nur a New York; Eyal Shani, che ha reinventato la piteria con il suo Miznon, aperto a Tel Aviv, Parigi, Vienna e New York; e Yotam Ottolenghi, chef britannico di origine israeliana che gestisce cinque ristoranti a Londra e autore di libri di cucina di grande successo, a partire da Jerusalem del 2008 (in Italia sono pubblicati da Bompiani: l’ultimo, Simple, appena uscito in Regno Unito e Stati Uniti, arriverà in Italia per Natale). Shani e Ottolenghi sono tra gli chef che più di tutti hanno contribuito al rilancio del cavolfiore. Shani è famoso proprio per il suo cavolfiore intero, spalmato d’olio, avvolto in un cartoccio e infilato nel forno: è il piatto forte di Miznon, accompagnato con hummus e tahina, la salsa al sesamo. Ottolenghi l’ha reso protagonista di molte ricette, come la bistecca di cavolfiore con tahina, succo di limone e capperi, l’insalata con melograno e pistacchio, e il pasticcio di cavolfiore con cipolle.
La "Bistecca" di Cavolfiore di Ottolenghi: Un'Esplosione di Sapori Mediorientali
Un esempio emblematico di questa tendenza è la "bistecca" di cavolfiore, una preparazione che eleva questo umile ortaggio a protagonista indiscusso del piatto. Yotam Ottolenghi, in particolare, ha reso celebre la sua versione, condita con tahina, succo di limone e capperi, un'esplosione di sapori mediorientali che conquista anche i palati più scettici.
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Per realizzare la ricetta BISTECCA DI CAVOLFIORE CON TAHINI, CIPOLLE E CAPPERI FRITTI di Ottolenghi nel modo migliore, è fondamentale utilizzare ingredienti freschi e di qualità. La ricetta BISTECCA DI CAVOLFIORE CON TAHINI, CIPOLLE E CAPPERI FRITTI di Ottolenghi, ricetta ispirata dal mondo mediorientale, è un’idea insolita e deliziosa per un piatto unico da condividere con gli amici e la famiglia. In questo contesto, la cavolfiore viene trattata come un’alternativa versatile e gustosa al classico filetto di carne, e il tahini conferisce un tocco cremoso e aromatico.
La Ricetta Rivisitata: Bistecca di Cavolfiore al Formaggio
Questi giorni sono ormai lontani: non esiste un ristorante rispettabile a Londra che non abbia nel menù una bistecca di cavolfiore, delizioso!!! So che si tratta della rappresentazione per antonomasia del piatto hipster, ma questa volta non ho potuto sfuggire alla moda, è troppo buono, così eccomi qui con la mia versione della bistecca di cavolfiore al formaggio!
Ingredienti:
- 2 cavolfiori medi
- Cipolla tritata
- Grana Padano grattugiato
- Aglio
- Timo
- Burro
- Olio extravergine d'oliva
- Sale e pepe q.b.
Preparazione:
- Inizia affettando i due cavolfiori. Devi ottenere 4 fette spesse 3 cm. Puoi farle in orizzontale o in verticale, ma è importante includere il gambo nel messo di ogni fetta. Una volta ottenute le 4 bistecche utilizza i resti del cavolfiore per la purea.
- In una casseruola soffriggi la cipolla tritata con un filo d’olio e un pizzico di sale per circa 10-15 minuti. Nel frattempo fai bollire i resti del cavolfiore in acqua salata fino a renderli morbidi.
- Scola il cavolfiore e aggiungilo alle cipolle. Continua a cuocere per 5 minuti aggiungendo un bicchiere di acqua.
- Frulla il tutto e aggiungi 4 cucchiai abbondanti di Grana Padano, per dare corpo e sapore alla purea. Una volta liscio, condisci a piacere e tieni da parte.
- Scalda una padella antiaderente e scotta le bistecche di cavolfiore con abbondante olio. Condisci con una presa di sale e pepe e cuoci per 2 minuti per lato fino a doratura.
- Abbassa la fiamma, aggiungi il burro, l’aglio e il timo e glassa le bistecche con il burro sciolto, come se fossero di manzo.
- Una volta che le bistecche sono cotte puoi passare all’impiattamento. Distribuisci un cucchiaio abbondante di purea di cavolfiore su ogni piatto, aggiungi la bistecca dorata e guarnisci con del Grana Padano grattugiato.
Consiglio dello chef: consiglierei di abbinare a questo piatto un Prosecco DOC.
Il Cavolfiore Intero al Forno: Effetto Sorpresa Garantito
Con il cavolfiore intero al forno avrete un occhio di riguardo per i vostri ospiti vegetariani, ma otterrete, con poca fatica, anche un effetto sorpresa garantito sulla vostra tavola che sbalordirà tutti i commensali.
Come Preparare il Cavolfiore Intero al Forno
Già, facilissimo. Perché dovete solo eliminare le foglie esterne e la base, lavarlo e riporlo, intero, in una teglia rivestita con della carta forno. Come si fa? Come capire se è pronto? Dovrete vedere il cavolfiore è ben arrostito all’esterno. Per accompagnarlo potete realizzare un mix di spezie a piacere, con olio e succo di mezzo limone. Ma questa ricetta, semplicissima, si presta a essere reinterpretata e rivisitata secondo i gusti individuali, le ricette regionali o gli sfizi familiari.
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Idee per Aromatizzare il Cavolfiore al Forno
Non solo il classico sale e olio: potete rendere il vostro cavolfiore al forno ancora più gustoso spennellandolo prima della cottura con diversi intingoli. Ecco qualche idea:
- Yogurt bianco intero e curry: create una salsina e spennellatela su tutto il cavolfiore.
- Salsa di soia, miele e semi di sesamo: stesso procedimento, ovvero mischiate tutto e poi spennellate la superficie prima di mettere in forno.
- Paprika e origano: da mischiare insieme all'olio extravergine di oliva, per un “gusto pizza” molto vintage!
Salse e Intingoli da Accompagnamento
Il cavolfiore servito intero su un letto di lattuga stupirà i vostri ospiti, ma i vantaggi di scegliere questa pietanza non finiscono qui. Il cavolfiore, lo sappiamo, va a nozze con salse particolari, oppure con una fonduta di formaggi o un mix di erbette. Date sfogo alla creatività. Per esempio, se piace, potete marinarlo per alcuni minuti, prima della cottura in forno, in un composto di yogurt bianco con abbondante curry, un cucchiaino di curcuma, uno di cumino in polvere, peperoncino e buccia grattugiata di mezzo limone. Poi trasferite il cavolfiore su una teglia, cuocendolo per 40 minuti circa, fino a che la marinatura non si trasformerà in una crosta dorata deliziosa.
Besciamella al Limone: Un Tocco di Classe
Volete lasciare un ricordo indelebile sulle papille dei vostri commensali? Vi suggeriamo di servirlo con una besciamella al limone. Per prepararla mettete in un pentolino 15 grammi di burro, un po’ di latte e di farina, raggiungete il bollore e allontanate dal fuoco. Separate il tuorlo dall’albume. Non appena il composto sarà tiepido aggiungete solo il tuorlo e un pizzico di sale. Rimettete sul fuoco per alcuni minuti, fino a raggiungere nuovamente il bollore. Togliete dal fuoco e aggiungete 15 grammi di capperi, prezzemolo tritato e il succo di un limone. Mescolate bene.
L'Ascesa del Cavolfiore nel Mercato Alimentare
Tutto questo si traduce nella crescita delle vendite di cavolfiore e derivati. Negli Stati Uniti la vendita di piatti surgelati a base di cavolfiore è aumentata del 108 per cento nell’ultimo anno, quella dei cibi per bambini a base di cavolfiore è salita del 34 per cento. Da Green Giant, storica azienda americana di verdure surgelate e in lattina, è l’ortaggio più venduto. Il suo vicepresidente Jordan Greenberg ha ricordato che quando venne introdotto il riso di cavolfiore tra i prodotti, a fine 2016, «ne raccoglievamo due ettari a settimana; ora ne raccogliamo fino a 14 ettari a settimana»: più di 100 mila cavolfiori al giorno. Ora l’azienda propone cavolfiore arrostito, purè (al posto delle patate), crocchette (sempre al posto delle patate), pizza e riso (come sostituti della versione con carboidrati). Sempre nel 2017 le vendite di prodotti sostitutivi a base di cavolfiore sono raddoppiate rispetto al 2016, per un totale di 15 milioni di euro. In Italia, stando ai dati di Coldiretti, le vendite di cavolfiore sono in lieve ma costante ascesa; la produzione è la stessa ma è aumentata la quota di prodotto esportata negli Stati Uniti.
Il Cavolfiore e il Contesto Socio-Economico
Per finire secondo Badaracco la fortuna del cavolfiore, che dopo tutti questi anni non è ancora finita, è legata anche alla situazione politica americana. I periodi di benessere spingono le persone a sperimentare cibi nuovi, quelli di recessione a rifugiarsi nel comfort food, tradizionale e rassicurante. Dopo le elezioni del 2016 l’atmosfera è a metà strada tra le due: gli americani non si sono ulteriormente impoveriti ma si sentono vulnerabili e questo si riflette nella ricerca di piatti non rischiosi ma nemmeno banali, che abbiano un minimo di novità.
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Jean Imbert e la Rivoluzione Gastronomica al "Monsieur Dior"
Origini bretoni, 41 anni, dalla vittoria a Top Chef alla stella al «Plaza Athenée», Jean Imbert è una star mondiale, amico di Robert De Niro e Kylian Mbappè. Due i suoi miti: la nonna Nicole e Paul Bocuse. Oggi è alla guida di «Monsieur Dior», il ristorante parigino nato a marzo al «30 avenue Montaigne». Dove crea piatti come il turbot à la cubaine col rhum, tratto dalle ricette dello stilista fondatore della maison. Quando passò davanti al numero 30 di avenue Montaigne, verso la fine del 1946, Christian Dior decise immediatamente che quel palazzo «dalle proporzioni ridotte, l’eleganza sobria e un pedigree non troppo impegnativo» - strategicamente posto davanti all’hotel Plaza Athenée di Parigi - avrebbe ospitato la sua nascente maison. Nessuno osò contraddirlo, tantomeno il finanziatore Marcel Boussac, e il «30 avenue Montaigne» è diventato nei decenni un indirizzo leggendario in città. Qui si viene per vestire Dior, e dal marzo scorso anche per mangiare Dior: un’esperienza tra storia della moda e ricerca culinaria affidata alla passione dello chef Jean Imbert, capace di inventarsi un croque New Look al tartufo o un oeuf mollet (uovo barzotto, ndr) Christian Dior su un letto di caviale. «Monsieur Dior» è il nome del ristorante, inno alla creatività - anche gastronomica - dell’inventore del New Look. Il signor Dior guarda i clienti da un quadro posto con discrezione su una parete all’ingresso del locale, decorato dall’architetto Peter Marino nei toni del bianco e del rosso.
Un Ristorante Fondato sulla Ricerca sul Passato
«La collaborazione con Marino è cominciata subito bene», racconta lo chef Imbert, che accoglie Cook nel giardino accanto al ristorante. «Peter sa che adoro il miele, e lui lo produce sul tetto della sua casa newyorchese. Me lo ha mandato per posta, erano i giorni del lockdown, ci vedevamo su Zoom, e il miele ha reso le cose più piacevoli. Poi abbiamo cominciato a lavorare e lui ha idee molto precise e forti, lo adoriamo per questo. Alla fine abbiamo trovato una linea comune, coerente con il menu del ristorante: molta ricerca sul passato, anche nei bicchieri o nelle posate, con certi pezzi straordinari degli anni Cinquanta, ma tutto proiettato verso il futuro». «Monsieur Dior» ha tutto fuorché l’aria da museo. Il grande lavoro preliminare e d’archivio sulla maison che Jean Imbert ha voluto fare - «è stata la mia condizione per dedicarmi al progetto» - si vede ma non troppo: è un ristorante contemporaneo, fondato su un pezzo di storia di Francia. Imbert ne parla con estrema attenzione e precisione, svelando un tratto del carattere che è probabilmente alla base del suo successo. Quando gli chiediamo la qualità che cercava tra i candidati, durante i colloqui per scegliere le 65 persone della squadra di «Monsieur Dior», risponde «la passione, quella certa scintilla negli occhi. Preferisco lavorare con qualcuno anche meno preparato tecnicamente, con un curriculum meno solido, ma pronto a dare tutto. La tecnica la puoi imparare, la passione la devi avere già. Se vieni al colloquio e non hai già fatto le ricerche su questo posto, o sulle ricette preferite di Christian Dior, meglio lasciar perdere».
Nei Pranzi di Famiglia e la Passione per la Cucina
Imbert è nato 41 anni fa a L’Haÿ-les-Roses, nella regione di Parigi, in una famiglia di origini bretoni che possedeva una tipografia. «La voglia di cucinare me l’ha data mia nonna, verso i 10 e 11 anni ho capito che era quel che volevo fare nella vita. Nei pranzi di famiglia lei metteva le cose in tavola e tutti erano contenti». Un altro bambino si sarebbe accontentato di mangiare felice assieme agli altri. Imbert ha deciso che avrebbe imparato a cucinare come la nonna e che nella vita avrebbe fatto il cuoco. Questione di determinazione e di concentrazione, la stessa che ha messo quando tre anni fa ha cominciato a lavorare al progetto Dior. «Non ero certo che sarei stato lo chef, la maison mi ha solo chiesto di pensarci su e io ho deciso di preparare un dossier di candidatura. L’unica cosa che ho preteso è stato avere libero accesso agli archivi di rue de Marignan, qui vicino, per consultare i disegni di Christian Dior, capire la sua storia e in particolare la sua passione per la gastronomia. Ho voluto leggere le ricette scritte di suo pugno (che la maison ha raccolto poi, dopo la morte del fondatore, nel libro La cuisine cousu-main, la cucina cucita a mano, pubblicato nel 1972). Sono andato tante volte alla Colle Noire (la dimora di Christian Dior in Provenza, ndr). Ho cercato di conoscere tutto dell’uomo, della sua storia, perché volevo che il ristorante al 30 avenue Montaigne lo rendesse fiero, se mai ci avesse visto da lassù». Passione e determinazione.
Il "Gusto dello Sforzo" e l'Ispirazione Americana
È così che Jean Imbert si è aggiudicato l’incarico e ha dato il nome «Monsieur Dior» al ristorante. Imbert negli ultimi anni è diventato una star in Francia e nel mondo: dalla vittoria nella trasmissione Top Chef nel 2012 alla cucina dei ristoranti «Swan and Bar Bevy» a Miami e «ToShare» a Saint-Tropez del suo amico Pharrell Williams, all’incarico di chef del «Plaza Athenée», che in pochi mesi gli ha portato la prima stella Michelin (marzo 2022), più qualche momento pop come la rivisitazione degli spaghetti di «Lilly e il vagabondo» per Disneyland Paris. Dicono di lui che è lo chef amico delle celebrità, da Robert De Niro a Kylian Mbappé allo stesso Pharrell Williams ormai socio in affari, Imbert spiega che non ama la parola celebrità «perché evoca un lato vip, effimero, che non è quello che mi interessa. Ho incontrato artisti, attori, grandi sportivi sempre in occasione di un pasto, una cena, un evento legato al mio lavoro, oppure in una tournée nella quale mi occupavo della cucina. È così che si è stabilita una connessione con alcuni di loro. Sono attirato non dalla celebrità ma dal fatto che queste persone sono straordinarie». Che cosa significa, per Jean Imbert, essere «persone straordinarie»? «Che sono in grado di mettere da parte la vita normale. Quando ho seguito per 30 giorni un artista musicale, ho visto come viveva e ho capito che non era un caso che avesse successo. Aveva un tale grado di energia, di creatività, di dedizione alla causa… Potevano essere le 4 o le 6 del mattino ma non importava, entrava in studio e si metteva a registrare. Oppure, prendiamo Kylian Mbappé: è un ragazzo adorabile, normalissimo nell’approccio, ma ha anche una capacità eccezionale di astrarsi da ciò che gli sta intorno per concentrarsi sul suo obiettivo. È una questione di talento, certo, ma a me affascina soprattutto quello che certe persone sono disposte a fare per mettersi al servizio del dono che è capitato loro».
Sta parlando di voglia di vincere, la stessa che lei ha dimostrato durante Top Chef? «Parlerei di voglia di andare fino in fondo, di mettercela tutta. Più che vincere e quindi sconfiggere gli altri, mi piace l’idea di fare le cose al massimo delle mie capacità, di impegnarmi sempre. Sono stato educato così, molto più all’americana che alla francese. Diciamo che questo gusto dello sforzo mi pare l’aspetto positivo della cultura americana». Jean Imbert dà l’impressione, in effetti, di essere come gli amici che ammira, sempre concentrato. Non si riposa mai? «Mi dicono che dovrei prendere più vacanze, ma non è facile. Bisogna stare al passo con il lavoro, in una città come Parigi questo vuole dire rispettare i prodotti delle stagioni. Uso solo prodotti francesi, e questo significa che tre settimane fa avevo i piselli, e fino ancora a qualche giorno fa potevo usare gli asparagi, adesso già non ne ho più. Arrivano i primi fiori di zucca, ma dureranno solo tre settimane. Ci sono le ciliegie ma presto dovrò passare alle albicocche, e dopo tre settimane alle pesche, e poi ai fichi. Conosco esattamente tutti i miei fornitori, anche della carne e del pesce, ovviamente. È una questione di mentalità, poco fa le abbiamo offerto un caffè e io sto pensando “era un caffè come si deve? Perché un posto come questo non può offrire un caffè non all’altezza” (era ottimo, ndr), e questo vale per tutto, per qualsiasi dettaglio. Può essere stressante ma in realtà è un’abitudine, una forma mentale, anche le persone che lavorano con me sono fatte così, ci motiviamo a vicenda, questa è una cosa molto positiva. Il giorno che non avrò più questo riflesso sarò pronto per la pensione».
Il Progetto "Monsieur Dior" e l'Omaggio a Christian Dior
Il ristorante «Monsieur Dior» è nato da zero, Jean Imbert ha progettato anche la cucina. Cosa non facile perché la carta del menu non era ancora decisa e ha dovuto anticipare i piatti che avrebbe preparato. «Ma ero certo, per esempio, di volere un forno per la pasticceria, cosa che ha un po’ turbato Peter Marino quando si è trattato di pensare agli arredi. Ma sul forno sono stato irremovibile. Quando sono arrivato c’era un bar à champagne, cosa che trovavo un po’ datata per un luogo come questo. Ho pensato che sarebbe stato bello offrire merende eccezionali dalle 16 alle 18, e quindi abbiamo messo un forno per preparare i soufflé. I clienti arrivano al 30 avenue Montaigne per gli abiti di alta moda, i gioielli, le borse, frutto di grande artigianato, e mi piace che ci sia anche il grande artigianato della pasticceria».
Il gioco di immedesimazione tra lo chef e Christian Dior ha ricevuto una spinta quando Imbert ha avuto il posto anche al «Plaza Athenée», proprio davanti al 30 avenue Montaigne, l’albergo amato da Dior. «L’ho presa come una strizzata d’occhio del destino. Ci sono altre cose che mi hanno colpito, quando ho studiato i suoi archivi. Per esempio, l’importanza che dava al cibo, che mi ha ricordato come sono fatto io, lo dico con grande umiltà. Guardando la sua agenda è evidente che lui organizzava la giornata in base ai pasti, anche solo per una bistecca con le patatine fritte che gli piaceva tanto. Io faccio lo stesso. Ogni giorno penso a come, dove, cosa mangerò, in funzione dei miei impegni, certo, ma non lasciando niente al caso».
La Nonna Nicole, Paul Bocuse e l'Amore per la Cucina Italiana
C’è un piatto che rappresenta più di altri lo spirito del luogo? «Direi che tutta la carta è un omaggio a Monsieur Dior. Poi certo ci sono alcuni piatti che sono legati più direttamente a lui, come il turbot à la cubaine cucinato con il rhum, che ho ripreso da una delle sue ricette». Tra gli chef che lo hanno influenzato, Jean Imbert ne cita due: la nonna e Paul Bocuse. «Mia nonna Nicole mi ha dato la passione per la cucina, le ho dedicato il primo ristorante, «L’Acajou», che poi ho ribattezzato «Mamie» (nonna in francese). Qualche anno fa avevamo scritto insieme il libro delle sue ricette, se n’è andata da poco, a 94 anni. Al posto di quel ristorante adesso c’è il locale di mio fratello Léopold, «Sables», un ottimo posto di pesce. Poi Paul Bocuse, perché ho avuto la fortuna di frequentare la sua scuola quando ancora era vivo e veniva a insegnarci». E la cucina italiana? «Senza entrare nella gara con quella francese, la adoro. Ho festeggiato i miei quarant’anni con Massimo Bottura al «Casa Maria Luigia» di Modena, ho grande ammirazione per lui. Mi piace molto la cucina veneziana, adoro la pasta ai frutti di mare». Che cosa vuole fare dopo «Monsieur Dior»? «Mi sento come un bambino, ho ancora i sogni di un dodicenne. Il mio più grande sogno, che ho già esaudito, è stato aprire un ristorante con mia nonna. Da grande, ne aprirò uno nei luoghi di origine della nostra famiglia, in Bretagna, magari a Sables-d’Or-Les-Pins, vicino al mio capanno sul mare».
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