C'è qualcosa di più buono e sfizioso di un semplice panino per placare la fame? Sono economici, saporiti e saziano velocemente. In Italia, il panino è molto più di un semplice spuntino: è un simbolo di convivialità, tradizione e creatività culinaria. Da nord a sud, ogni regione vanta le proprie specialità, con abbinamenti unici di pane e ingredienti locali.
La Storia del Panino: Dalle Origini Romane al Successo Mondiale
Pane e companatico. Niente di più antico, pratico, sostanzioso, buono. La tradizione di farcire le fette di pane risale alla notte dei tempi: il filosofo greco Diogene di Sinope viene spesso descritto nell'atto di mangiare le lenticchie in un pezzo di pane incavato. Il panino, però, sembrerebbe aver preso piede in maniera più massiccia a Roma: il nome di via Panisperna deriva proprio dalla locuzione latina panis ac perna, pane e prosciutto, un boccone molto diffuso al tempo, composto da una pagnotta al mosto, prosciutto e fichi secchi; saporito, semplice e nutriente.
Facciamo un lungo salto temporale e arriviamo al 1760: in Inghilterra arriva il sandwich, panino dalle origini illustri. A inventarlo fu il lord John Montagu, IV° conte di Sandwich, che chiese ai suoi servitori di infilare la sua cena, del roastbeef, tra due fette di pane imburrato. Nel tempo, comunque, il panino si è sviluppato, ha preso forma e ne sono nate moltissime varianti, in Italia e nel mondo. Oggi si celebra addirittura la Giornata mondiale del panino italiano.
Simile al sandwich britannico, il tramezzino nasce al caffè storico Mulassano, sotto i portici di piazza Castello, nel cuore di Torino, dove fa bella mostra di sé la targa che recita: “In questo locale nel 1926 la signora Angela Demichelis Nebiolo inventò il tramezzino”. Torinese partita alla volta dell’America a inizio Novecento, la Demichelis trova marito (piemontese anche lui) a Detroit, per poi tornare a casa nel 1925, con il progetto di gestire un locale con la sua famiglia. Acquista così il caffè aperto da Amilcare Mulassano, titolare della Distilleria Sacco famosa per lo sciroppo di menta, dove porta diverse novità, a cominciare dalla macchina per fare i toast. L’intuizione fortunata arriva qualche anno dopo, quando decide di non tostare il pane morbido e limitarsi a farcirlo con cose buone, in origine burro e acciughe. A inventare il nome, Gabriele D’Annunzio, che si ispirò alle tramezze della casa di campagna, per indicare un qualcosa da mangiare “in mezzo”, tra la colazione e il pranzo. Per prepararne di veramente buoni in casa, attenzione al tipo di pane: il migliore è il pancarrè, morbido e umido.
Panini Iconici Italiani: Un Viaggio Regionale
Simbolo della semplicità e della tradizione gastronomica italiana, il panino è uno dei cibi più fortemente simbolici. Si tratta, invece, di una vera e propria celebrazione della tradizione gastronomica italiana, capace di esaltare ingredienti e preparazioni semplici, combinando le diverse tipologie di pane regionale con altrettante specialità legate al territorio, arrivando a creare abbinamenti gourmet. Ecco alcuni dei panini italiani più famosi e amati:
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1. Porchetta
La porchetta è una vera e propria istituzione del Centro Italia, in particolare in Lazio, Umbria e Abruzzo. La più famosa è quella dei Castelli Romani di Ariccia, con il marchio Igp, che si ottiene dalla lavorazione dell’intero suino, con la carne speziata e profumata con erbe aromatiche e servita con la sua cotenna: si gusta tra due fette di pane casereccio calde, così da renderla scioglievole. Una specialità che fa capolino anche in Veneto, in particolare a Treviso, con la porchetta trevigiana che si ricava dalla coscia del maiale ed è privata della cotenna: si serve tradizionalmente in “paninetti” ben imbottiti accompagnati da un bicchiere di vino o uno spritz. Un classico intramontabile, pranzo al sacco perfetto ma anche spuntino ideale a ogni ora: poche ricette sanno soddisfare il palato come un panino con la porchetta, diffuso soprattutto nell’Italia Centrale, in particolare Lazio e Umbria. La più famosa, speziata e saporita è quella di Ariccia, epicentro storico di produzione di questa specialità norcina. Un prodotto dalla storia millenaria, risalente a prima dell’antica Roma: nel 1950 i porchettari dei Castelli, guidati dal sindaco di Ariccia Ovidio Cioli, crearono la prima sagra della porchetta, ancora oggi una festa molto sentita nella zona.
2. Salame
Un grande classico da Nord a Sud che ha rappresentato per molti anni la merenda del pomeriggio casalinga, prima dell’arrivo di snack confezionati e alternative healthy. Le combinazioni tra le pagnotte e i salumi cambiano a seconda delle varietà locali più diffuse, tra michette, ciabatte e pane sciocco che ospitano al loro interno il salame Milano, il Napoli, il cacciatorino, il felino, la finocchiona, la spianata calabra piccantina o eccellenze Dop come quello di Varzi dell’Oltrepò pavese.
3. Salamella
È il panino della notte, dello stadio e dei baracchini ambulanti appostati fuori dalle aree dei concerti: alleato indiscusso di chi fa le ore piccole soprattutto in quel della Lombardia, dove questo insaccato puro di suino dalla grana grossa, saporito, “unto” e succoso, è molto popolare.
4. Panino con la porzina (Trieste)
Se graviti attorno alla città di Trieste è impossibile non fare almeno per una volta la conoscenza dei buffet, locali alla buona (in contrasto con i lussuosi caffè imperiali) dove un tempo i portuali faceva il rebechìn, ovvero uno spuntino di metà mattina e che ora preparano allo stesso modo prelibati stuzzichini da mangiare con birra e vino, ideali per una pausa durante una visita alla città.
5. Mortadella
Tra gli affettati più apprezzati che si prestano a valorizzare il pane c’è la mortadella tagliata a fettine soffici e dal bel colore rosato, con o senza pistacchi. Un classico intramontabile, pranzo al sacco perfetto ma anche spuntino ideale a ogni ora: poche ricette sanno soddisfare il palato come un panino con la mortadella, soprattutto quello fatto con la rosetta, gonfia e vuota al’interno. Insaccato preferito da molti, la mortadella nasce ufficialmente nel 1661, anno in cui il Cardinal Farnese ne iniziò a regolamentare la produzione con un editto. Il nome deriva da murtatum, il mortaio utilizzato in epoca romana per lavorare le carni, mentre una prima versione dell’attuale mortadella potrebbe essere il farcinem insaccatum, insaccato del suino aromatizzato con bacche di mirto, citato anche da Plinio il Vecchio. Le prime forme di mortadella, comunque, si trovano già nel periodo etrusco, e poi di nuovo nel Medioevo, quando il salume veniva chiuso con un sigillo in ceralacca.
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6. Panino con le polpette al sugo (Roma)
Il panino con le polpette al sugo è un vero e proprio simbolo dello street food romano, un connubio perfetto tra tradizione e gusto che da sempre delizia i palati dei romani, anche se è meno conosciuto fra i turisti. La preparazione del panino con le polpette è relativamente semplice, ma richiede un po' di tempo e di cura: le polpette vengono formate a mano, passate nel pangrattato e fritte in abbondante olio. Una volta cotte, vengono tuffate nel sugo e lasciate insaporire; il pane viene tagliato a metà e farcito con le polpette e il sugo. Nelle tavole napoletane si litiga per accaparrarsi il cuzzetiello, la parte finale del pane cafone, da intingere nel ragù messo a “pippìare” sul fuoco. Ricordi di infanzia che da diversi anni a questa parte rivivono grazie a banchi e chioschi di cibo da strada che hanno riproposto la tradizione creando un panino unico nel suo genere. Farcito, naturalmente, con i sughi tipici: ragù, polpette al sugo, parmigiana di melanzane, scarola e olive e tutto il meglio della cucina partenopea.
7. Lampredotto (Firenze)
Approdiamo in Toscana, precisamente a Firenze, dove street food fa rima con “panino con il lampredotto”. Siamo di fronte a un sandwich che vede protagoniste le frattaglie, visto che il lampredotto è uno dei quattro stomaci del bovino (l’abomaso) che viene cotto con verdure ed aromi per farlo insaporire ed intenerire. I tradizionali lampredottai sono il place to be per provare questa specialità in diverse varianti: la base comune si compone di una pagnottina tonda tipo rosetta (in origine era il semelle, un pane salato all’olio ora praticamente introvabile) che viene bagnata di brodo e imbottita con le interiora spolverate con del pepe e sale. Se c’è una cosa che i fiorentini sanno fare bene è riportare alla ribalta le ricette della tradizione povera popolare. Come quella del lampredotto, uno dei quattro stomaci del bovino (l’abomaso), da tagliare al momento e mangiare insieme al panino inzuppato nel brodo. E così lo sferruzzare dei coltelli di ogni trippaio che si rispetti è entrato nel mito gastronomico di Firenze, conquistando proprio tutti. Chioschi e baracchini dei lampredottai sono venerati dai fiorentini come istituzioni, custodi di pratiche antiche per la lavorazione ottimale di quel taglio specifico dello stomaco, che si caratterizza per il colore violaceo della gala, la parte più magra dell’abomaso, solcata da creste ravvicinate. Bollita a lungo insieme alla spannocchia, la parte più grassa e morbida, permette di ottenere un gusto equilibrato e intenso; il pane perfetto?
8. 5 e 5 (Livorno)
Ci spostiamo sulla costa, dove il 5 e 5 è un caposaldo della città di Livorno: si compra nelle storiche torterie, ovvero le botteghe specializzate nella preparazione di questo panino a base di pane tipo francese o focaccia e torta di ceci (parente strettissima della farinata ligure). Si serve con pepe macinato fresco o arricchito dalle melanzane sotto pesto, un tipico contorno che si realizza con l’ortaggio grigliato e poi marinato in olio extravergine d’oliva, aceto, sale, aglio, peperoncino e prezzemolo. Perché si chiama così? Il nome deriva dal costo in lire delle sue componenti principali, con gli avventori che chiedevano 5 centesimi di pane e 5 di torta di ceci. A Livorno la farinata prende il nome di torta di ceci, oppure 5 e 5. Cinque centesimi (di lira) per il pane e cinque per la torta da inserire nel panino. Oggi il 5 e 5 fa parte dei prodotti tradizionali della cucina livornese e viene venduta da negozianti specializzati, i tortai, ma anche nelle pizzerie a taglio e i vari locali di street food. La leggenda narra che sia stata una battaglia, quella fra Genova e Pisa del 1284 (conosciuta come battaglia della Meloria) a generare le condizioni necessarie affinché la ricetta della farinata fosse messa a punto, complice un evento sfortunato: una terribile tempesta durante la quale, in una galea genovese, alcuni barili d’olio e dei sacchi di ceci si rovesciarono, inzuppandosi di acqua salata.
9. Panuozzo napoletano
Originario di Gragnano, il panuozzo è una specialità gastronomica campana che si contende i riflettori insieme alla margherita e al calzone. Tipico dei Monti Lattari, il panuozzo è un panino allungato fatto con l’impasto della pizza, aperto in orizzontale e farcito. Mozzarella e pomodori, verdure grigliate e scamorza, salumi, acciughe, sarde, salsiccia e friarielli, provola e funghi: tante le varianti per le farce, inserite al momento prima di scaldare velocemente il panino in forno.
10. Zingara ischitana
Restiamo in Campania con la zingara ischitana, un panino probabilmente meno noto a livello nazionale rispetto agli altri, ma che dà ugualmente grandi soddisfazioni. Semplice e dai sapori mediterranei, è nato sull’isola alla fine degli anni ‘70: si compone di due fette di pane fragrante con una bella crosta (scegli quello cafone se vuoi replicarla in casa) che vengono leggermente abbrustolite sulla griglia e poi farcite con mozzarella, prosciutto crudo, insalata, pomodori e un velo di maionese. Una fogliolina di basilico fresco alla fine e il pranzo o la cena easy davanti alla tv sono pronti.
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11. Puccia (Salento)
Il tour continua in Salento, dove fa la sua apparizione la puccia, diventata negli ultimi anni molto pop, grazie all’apertura di diversi locali made in Puglia in giro per l'Italia che la propongono come specialità da imbottire con ingredienti tradizionali o più creativi. Tipica delle province di Lecce e Taranto, la puccia è un pane tondo cotto nel forno a legna, tagliato a metà e farcito con ingredienti diversi. Una variante tipica di Gallipoli (Lecce) è la puccia caddhipulina, preparata per la vigilia della festa dell’Immacolata, il 7 dicembre: un pane morbido e alto condito con capperi e acciughe sotto sale. Famosa è anche la puccia uliata salentina, arricchita con olive nere in salamoia, dalla forma più piccola e regolare.
12. Pane e panelle (Palermo)
Concludiamo il viaggio in Sicilia con due panini imprescindibili. Il primo è pane e panelle, uno dei simboli del cibo da strada palermitano e della sua gustosa cucina povera. Le panelle, infatti, sono delle specie di frittelle sottili di forma rettangolare o quadrata a base di ceci, che vengono fritte nell’olio bollente fino a diventare dorate e con una crosticina irresistibile. Ancora caldissime vengono infilate dai panellari sparsi per la città nella classica mafalda, il più delle volte spruzzate con succo di limone e pepate. Altro cibo da strada da non perdere quando si è in vacanza a Palermo è pane e panelle, un panino farcito con piccole frittelle di farina di ceci. Una specialità già conosciuta dagli Arabi durante il dominio dell’isola, anche se al tempo si trattava più di un impasto molle di farina e acqua cotto sul fuoco. Le panelle così come le conosciamo oggi nascono per necessità, per sfamare il popolo in tempi difficili con pochissimi ingredienti.
13. Pani câ meusa (Palermo)
Il secondo è il pani câ meusa, vera e propria icona dei mercati popolari di Palermo preparata tradizionalmente dai meusari nei loro locali lungo la strada o banchetti ambulanti. Letteralmente significa “pane con la milza” e consiste in un panino morbido e rotondo cosparso di semi di sesamo (cimino), detto vastedda e riempito con milza e altre frattaglie di bovino, solitamente polmone e trachea, insaporite nello strutto e tagliate sottili. Ne esistono due variazioni: la vastedda schetta, ovvero “nubile” che viene proposta condita solo con sale e limone, e maritata, quindi “sposata” con ricotta di pecora e caciocavallo grattugiato. Tra i tanti street food protagonisti della piazza palermitana, spiccano senza dubbio i chioschi di pani ca’ meusa, nella versione schetta (semplice) o maritata (con caciocavallo e ricotta). Si tratta di panini con la milza, ricetta di umili origini nata dall’abitudine dei macellai di origine ebraica, che tenevano per loro le interiora del vitello come ricompensa.
Panini Speciali a Milano: Un'Esplosione di Sapori
Milano non è solo alta cucina e tendenze gastronomiche internazionali; è anche luogo ideale per riscoprire un classico intramontabile: il panino imbottito. La scena delle paninoteche milanesi è in continua evoluzione, con proposte che spaziano dai sapori tradizionali a creazioni innovative.
Consigli per Nomi Creativi per la Tua Paninoteca
Spesso si sceglie un nome in maniera immediata e quasi istintiva, alcune volte si è visto che può essere un nome che contribuisce al successo dell'attività stessa. Il nome rappresenta la prima impressione che forniamo al cliente, pensate per esempio al momento di scelta tra due o più ristoranti in cui non si è ancora stati né abbiamo avuto notizia. Se scegliamo di creare il nome in casa, l'approccio migliore è quello di chiedersi "cosa vogliamo che il cliente pensi di noi?" leggendo il nome. Così facendo ci porremo dalla parte di una persona che per la prima volta pronuncia il nome e ne ha delle sensazioni, che saranno legate ad assonanze con altri nomi, similitudini, associazioni di idee.
Ecco alcuni consigli utili per trovare il nome perfetto per la tua paninoteca:
- Non usare parole troppo lunghe, anche una sola fa la sua parte.
- Evitiamo di essere banali! Niente nomi troppo scontati.
- Attenzione alla grammatica. Proprio così, vi è mai capitato di andare a mangiare una pizza all’estero e nel menù leggere “Piza margherita” (con una zeta) o “Pizza vurtel”? Questo è un particolare fondamentale, purtroppo capita ovunque di assistere a questo genere di errori.
- Diamo uno sguardo al web. Ormai tutte le aziende sono presenti in rete con un proprio sito internet, non esserlo significa essere tagliati fuori dal mondo e diminuire drasticamente la possibilità di ottenere contatti, clienti e guadagni.
- Restando ancora nel ramo Internet, se il nostro intento è vendere solo nel territorio italiano meglio registrare un dominio .it per avere maggiore visibilità in Italia.
I latini dicevano "Nomina sunt Omina", ed esprimevano, in questo modo la loro convinzione, secondo la quale ogni nome è un ponte sonoro tra l'uomo e la realta': un presagio che evoca immagini, sensazioni, emozioni, e pensieri. Quando scegliamo il nome della nostra prossima attività, quindi, la prima cosa che dobbiamo tenere in considerazione è l'evolversi nel tempo (breve o lungo che sia) della stessa. Ad esempio, se siamo in procinto di avviare un'attività di ristorazione, o più semplicemente una pizzeria, e se questa magari fosse situata in una piazza importante, il primo nome che potrebbe venirci in mente, di sicuro sarebbe qualcosa del tipo "pizzeria piazza Dante". Pensiamo ora alle conseguenze che tale nome comporterebbe se decidessimo di creare un franchising, o di aprire una catena di pizzerie nella stessa o in altre città d'Italia. Sconsiglio, dunque, di usare nomi del tipo "Pizza in Piazza" (la nostra seconda pizzeria potrebbe trovarsi in una comune via), o "Pizzeria Piazza Centrale" o, ancora,"Pizzeria del Corso". E se volessimo invece aprire una caffetteria? Capita molto spesso di sottovalutarsi, o di sottovalutare ciò che potrebbe essere quello che ancora non è. Tornando al caso del Bar Centrale, anche se avete una certa età o una voglia di mettervi in gioco apparentemente limitata, non lasciatevi persuadere dalla convinzione che non aprirete mai una seconda attività. Diciamo dunque, che associare un prodotto od un termine descrittivo al nome dell'azienda potrebbe rivelarsi un passo falso in previsione di una evoluzione del proprio core business. Altre volte, poi, l'evoluzione dei vari settori merceologici può far sì che la nostra denominazione societaria diventi… Il nostro nome non deve essere frainteso, in nessun caso, e dovrà essere facilmente riconoscibile quando viene pronunciato al telefono.
Rosticceria Siciliana: Un Mondo di Bontà
Quello della rosticceria siciliana è un mondo fatto di bontà. Una miriade di nomi tra i quali perdersi pronti ad indentificare i migliori street food dell’isola. Già, perché alla rosticceria siciliana appartengono alcune delle prelibatezze più conosciute ed apprezzate non solo nel resto d’Italia, ma anche all’Estero. Basti citare arancini, panelle, calzoni fritti per venire catapultati in una dimensione unta ed appagante, fatta di ricette semplici ma irresistibili. Ma conoscete tutti i protagonisti di tale categoria gastronomica? Andiamone alla scoperta. Basta entrare in un qualunque bar, forno o locale siciliano per venire accolti da banconi strabordanti di pizzette, calzoni e rollò. Ogni momento del giorno è quello giusto per gustarne uno. Si tratta dei “pezzi” della rosticceria siciliana che, vi avvertiamo, sarà davvero difficile riuscire ad inquadrare tutti. Dove nasce la rosticceria siciliana? Prima di addentrarci tra i nomi di spicco della rosticceria siciliana, un cenno merita la loro origine, che più fonti collocano intorno al 1154, presso la corte di Federico II di Svevia. Costui, amante della buona cucina, veniva deliziato dai cuochi della sua corte con prelibatezze che anticipano a tutti gli effetti quelli che oggi sono i pezzi della rosticceria siciliana. Alcuni dei nomi che stiamo per elencarvi probabilmente non vi diranno nulla, altri vi riporteranno alla mente indimenticabili e gustosi momenti che vi siete concessi in visita a Palermo, a Catania o in un’altra destinazione sicula e che, magari, attendete con ansia di ripetere. Cosa si mangia in rosticceria in Sicilia? Calzoni della rosticceria siciliana. Noti come pitoni nel messinese, i calzoni siciliani sono delle mezzelune di pasta lievitata ripiene e fritte fino a doratura. Ravazzate. Un cenno in fatto di rosticceria siciliana merita la ravazzata, tipico street food palermitano che si presenta sotto forma di paninetti di pasta lievitata semi dolce ripieni di ragù e piselli. Arancine (o arancini). Che facciate parte del team arancino o di quello arancina poco importa, la classica palla di riso ripiena, impanata e fritta raccoglie estimatori in tutto il mondo, e non ha bisogno di presentazioni ma, soprattutto, di definizioni. Preferite la versione classica, quella alla Norma o quella al pistacchio? Cipolline. Fanno parte della rosticceria catanese e altro non sono che dei fagottini di pasta sfoglia ripieni di parecchie farce. Cartocciate. Sempre dal catanese arrivano le cartocciate. Uno street food che si presenta come una sorta di calzone /mezza luna ma, a differenza di questo, si cuoce in forno. Panelle: farina di ceci, acqua e prezzemolo. Questi gli ingredienti di un altro rappresentante dalla rosticceria siciliana (palermitana, in particolare). Sfincione. Rimaniamo a Palermo e concentriamoci sullo sfincione. Scacce ragusane. Ovviamente i pezzi non finiscono qui, la rosticceria siciliana vanta altri numerosi esponenti che elencare qui sarebbe impossibile. Prima di passare oltre un cenno merita la rosticceria palermitana in senso stretto. Con tale termine si identifica, infatti, un unico impasto semi dolce con il quale si dà vita a pizzette, rollò e calzoni ripieni. Le farce consistono più o meno nella passata di pomodoro, nella mozzarella e nel prosciutto cotto. Ma anche in würstel, verdure, carne e formaggi. Si tratta di varianti sul tema che si realizzano, tuttavia, a partire dalla stessa base.