"Miseria e Nobiltà" di Mario Mattoli, tratto dall'opera teatrale di Eduardo Scarpetta, è molto più di una semplice commedia. È un affresco vivace della società italiana dell'Ottocento, che riesce, grazie alla forza del testo di Scarpetta e all'arte senza tempo di Totò, a parlare ancora oggi allo spettatore contemporaneo. Lo spettacolo scelto, ripreso e rivisitato serve per analizzare il cinema napoletano e la sua teatralità. Accompagnata dalla colonna sonora di Pippo Barzizza, l'opera mette in scena la realtà di fine '800 in una nota tragicomica.
La trama: un intreccio tra miseria e finzione
La trama segue un percorso lineare: due famiglie, quella dello scrivano Felice Sciosciammocca (Totò) e del fotografo Pasquale (Enzo Turco), vivono in una condizione di estrema miseria, condividendo un'abitazione malridotta e saltando spesso i pasti. La vita dei protagonisti si intreccia e si contrappone a quella del marchesino Eugenio e della ballerina Gemma (Sophia Loren). Il lavoro non funziona e spesso sono costretti a lasciare coperte e abiti in pegno. Sin da subito è evidente la situazione di miseria che però viene presa con scioltezza e spontaneità. La serietà viene però mantenuta in situazioni comuni come il pagamento della pigione. Il padrone di casa don Gioacchino (Enzo Petito) arriva in scena per riscuotere il pagamento. Sottolinea che se non viene pagato, questa volta, arriverà ad una sentenza e al sequestro dei beni della famiglia. Quando però mette gli occhiali e si guarda intorno, si rende conto che non può sequestrare niente perché gli inquilini sono nullatenenti. Non hanno più vestiti, neanche quelli delle feste.
Un giorno, la fortuna sembra bussare alla porta: il marchesino Ottavio desidera sposare una ballerina figlia di un cuoco arricchito. Non ricevendo l'appoggio sperato dai genitori, si rivolge a questa famiglia di poveri miserabili e chiede loro di fingere di essere suoi parenti. Felice, Pasquale, Concetta e Pupella (Valeria Moriconi) devono fingere di essere la famiglia del marchesino, passando dalla miseria alla nobiltà. Dalla fotografia di Karl Struss e dalla scenografia di Alberto Boccianti e Piero Filippine è evidente la differenza delle abitazioni e quindi delle classi sociali dei personaggi. La casa del facoltoso cuoco don Gaetano (Gianni Cavalieri) presenta, infatti, una grande entrata, vetrate decorate e marmi. I dipinti ai muri, i lampadari, i tavoli eleganti e le tende sottolineano la sfarzosità del luogo.
La scena degli spaghetti: un'esplosione di fame e umanità
Emblematica è la scena del film in cui le due famiglie si radunano intorno alla tavola per mangiare gli spaghetti con una fame atavica e primordiale, una fame che non si smette di soffrire nemmeno a stomaco pieno. La scena degli spaghetti è finalizzata a sottolineare la fame.
Luigino, fratello di Gemma, si innamora della figlia di Felice durante una delle tante visite, e decide così di estinguere i debiti di tutta la famiglia dell’amata. Sulla tavola, posta al centro del salotto, viene poggiato ogni tipo di ben di Dio. Pane, pesce fresco e altre leccornie vengono osservate con desiderio dai commensali. Le famiglie devono mantenere una compostezza "nobiliare", per salvare le impressioni nonostante siano terribilmente affamati. Il cibo, si sa, si mangia anche con gli occhi. Tuttavia, quando viene scoperta una teglia di spaghetti al pomodoro fumanti, ogni contegno viene abbandonato. Non è un caso che Mattòli usi la pasta come "goccia che fa traboccare il vaso", l'elemento di fronte al quale i presenti non riescono a resistere. Tra tante prelibatezze, le due famiglie scelgono di saziarsi proprio con gli spaghetti: pasto ideale di ogni italiano. Totò (Felice) è chiaramente il protagonista della scena, complice la mimica facciale che ha contribuito al suo straordinario successo.
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La scena è diventata leggendaria, un'istantanea della cultura napoletana, un mix di allegria, miseria, ingegno e amore per la vita. In questa sequenza, la fame atavica dei personaggi esplode in un gesto liberatorio, un'abbuffata grottesca che rivela la loro vera natura, al di là delle convenzioni sociali. Totò, con la sua mimica inconfondibile, incarna perfettamente l'anima di Pulcinella, la maschera napoletana che si abbuffa di spaghetti, simbolo di un popolo che non si arrende mai alla miseria e che sa trovare la gioia anche nelle piccole cose.
La miseria e la nobiltà d'animo
Quella di Eduardo Scarpetta, è una commedia incentrata sulla contrapposizione di due condizioni: la nobiltà e la povertà. Quest’ultima viene rappresentata con estrema delicatezza e sensibilità perché è una condizione che non appartiene solo al sud, ma a tutta l’Italia. La povertà viene presentata senza inganno e dispiaceri, senza filtri. Ed è quella condizione che ti spinge a mangiare gli spaghetti con le mani e a indossare lo stesso abito tutti i giorni, anche a Natale e a Capodanno. Tutta questa miseria viene raccontata con naturalezza e con una forte dignità, perché non c’è nessuna vergogna nell’essere poveri e soprattutto, ‘l’unica vera miseria è la falsa nobiltà’.
La prolungata situazione di disagio spinge i personaggi ad agire con comportamenti all’apparenza discutibili. Quando Peppeniello spiega di aver sporcato di grasso una delle lettere del padre, si accende il nervosismo di Luisella che lo caccia di casa. Dalla debolezza del digiuno, nessuno lo va a cercare. È una bocca in meno da sfamare. Malgrado la situazione in cui versano, Felice riesce a dimostrare la sua umiltà. Accolti come parenti del marchesino nell’abitazione del cuoco, Felice pare voglia rubare delle posate. Le prende, ma subito dopo le ripone sul tavolo. In questo piccolo gesto, mostra quindi la sua reale nobiltà. Diversamente Pasquale, sul finale, dimostra di aver sottratto alcune posate. Spinti costantemente da una vita predominata dalle ristrettezze economiche, i coinquilini rappresentano due facce della stessa medaglia. In alcuni casi, la povertà spinge a reagire in modo negativo sugli altri, facendo dimenticare la propria educazione e umanità.
Il contesto storico-sociale: Napoli tra Ottocento e boom economico
Il film è ambientato in un'epoca di grandi cambiamenti sociali ed economici per l'Italia. L'unificazione italiana è un processo che sappiamo benissimo essere avvenuto con lenta gradualità e certo la nascita di una cultura che possa definirsi nazionale in senso decisamente allargato può essere osservata solo nel quindicennio successivo la fine della seconda guerra mondiale. Pur in un quadro generale di effettiva crescita non è comunque possibile generalizzare. Non è affatto vero che l’abbondanza sia una reale disponibilità per tutti, anche se una buona parte della media e piccola borghesia riesce, più o meno agevolmente, a raggiungere risultati insperati fino a venti anni prima. Eppure, al di là delle difficoltà, conta evidenziare come, anche laddove fame e penuria continuano ad essere delle costanti, si diffonde un immaginario di surplus, di accessibilità e di occasioni per recuperare.
Per celebrare l’opera di Eduardo Scarpetta, la pellicola si apre in teatro dove il programma presenta i titoli di testa. La bravura attoriale si evince non solo dalla voce e l’intonazione degli interpreti, ma dalle espressioni e in particolar modo dai movimenti del corpo e dalla gestualità delle mani. In effetti, seppure le inquadrature vanno dalla figura intera al mezzo primo piano, vengono sempre mostrate le mani che accompagnano il discorso. Inoltre i personaggi non stanno mai di spalle, poiché si tiene in considerazione la presenza del pubblico. Nonostante le tematiche profonde, le scene sono sempre esilaranti e mantengono una costante comicità grazie alle sagome del cinema napoletano. Si pensi alla sequenza in cui, per scappare da don Gioacchino, Felice e Pasquale entrano in casa della signorina piemontese (Franca Faldini) e con il piccolo Peppeniello (Franco Melidoni) si contendono una fetta di pane, burro e marmellata. Anche la famosa scena degli spaghetti è finalizzata a sottolineare la fame. Invece la difficoltà del lavoro è ben chiara negli episodi della scrittura della lettera al contadino e della fotografia ai neosposi. «Hai fame? Come l’inizio, anche la chiusura si svolge in teatro. Alla fine della vicenda, Felice e gli altri personaggi si voltano verso la camera. «La miseria vera è la falsa nobiltà. […] Torno nella miseria però non mi lamento. “Miseria e Nobiltà” di Mario Mattoli.
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In questo contesto, la scena degli spaghetti assume un significato ancora più profondo. Essa rappresenta la fame e la miseria del dopoguerra, ma anche la capacità del popolo napoletano di trovare la gioia e la solidarietà anche nelle situazioni più difficili. È un inno alla vita, alla resilienza e alla capacità di non perdere mai la speranza.
Gli spaghetti: un simbolo della cucina napoletana e italiana
Gli spaghetti, in particolare, sono un altro elemento chiave di questa icona. Essi rappresentano la cucina napoletana e italiana nel suo complesso, e sono un simbolo di convivialità, semplicità e piacere della tavola. Gli spaghetti non sono solo un alimento; sono un simbolo di identità nazionale. Sono spesso associati all'Italia nel mondo, e l'immagine di una persona che mangia spaghetti con gusto è un'icona riconosciuta a livello globale.
La cucina di un territorio, di una nazione è sicuramente un’espressione della sua cultura, della sua evoluzione economica, in una parola della sua storia. A partire da tale assunto la diffusione e il consolidamento del consumo di pasta secca di produzione industriale nel periodo a cavallo fra XIX e XX secolo, rappresentano un fenomeno dalle chiare valenze identitarie sul quale può essere interessante interrogarsi per arrivare a comprendere quale tipo di Italia si esprima attraverso una tale scelta d’uso. L’analisi potrebbe essere condotta in svariate forme. Questo saggio si pone l’obiettivo di affrontare il tema facendo in modo che diversi scenari si aprano uno dopo l’altro, come in una “naturale” sequenza. Il primo che si pone all’immediata ribalta è quello della crescita dei comparti industriali che permisero la lenta strutturazione di un’economia moderna e di mercato, con le evidenti conseguenze che ciò comportò sulla vita quotidiana e le abitudini collettive.
L'eredità di "Miseria e Nobiltà"
"Miseria e Nobiltà" è un film che ha saputo immortalare un'epoca e un popolo, diventando un simbolo dell'identità napoletana e italiana. La scena degli spaghetti, in particolare, è un'icona che continua a emozionare e a far riflettere, un invito a non dimenticare le nostre radici e a valorizzare i legami umani. L'immagine di Pulcinella, la maschera più celebre di Napoli, che si abbuffa di spaghetti, è un'icona che trascende il tempo e lo spazio. È un'istantanea della cultura napoletana, un mix di allegria, miseria, ingegno e amore per la vita.
Il film, all'epoca della sua uscita, non venne particolarmente valorizzato dalla critica, considerato poco più di una trasposizione teatrale priva di autonomia. Col tempo, però, è stato rivalutato come uno dei titoli più significativi della filmografia di Totò, nonché una delle migliori incarnazioni cinematografiche del teatro comico napoletano. A rendere ancora più preziosa questa pellicola è il grande cast che affianca Totò: oltre ai già citati Turco, Croccolo e Palumbo, si ricordano le interpretazioni di Franca Faldini, Valeria Moriconi, Liana Billi, Giuseppe Pirelli e Francesco Sportelli.
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Il cinema e il cibo: un legame indissolubile
Il legame tra cinema e cibo è da sempre molto stretto. L'arte culinaria e quella cinematografica si fondono spesso e con risultati molto interessanti. Tra le più note, c'è la celebre scena di "Miseria e Nobiltà", pellicola diretta da Mario Mattioli del 1954 in cui Antonio de Curtis, meglio conosciuto come Totò, interpreta lo squattrinato Felice Sciosciammocca e prende manciate di spaghetti con le mani, le porta alla bocca e le mette in tasca per farne scorta. Dello stesso anno è altrettanto iconica le scena tratta da "Un americano a Roma" in cui Alberto Sordi interpreta Ferdinando Mericoni fissato con l'America e che vive l'intera sua vita come se facesse parte di un film a stelle e strisce. Tenta anche di mangiare "come gli americani" rifiutando gli spaghetti lasciati in caldo per lui dalla madre, per poi buttare il cibo tipico degli alleati e buttarsi sul piatto tipico italiano, dopo la famosa frase: “Maccarone, m’hai provocato e io ti distruggo adesso, maccarone! Anche i cartoni animati hanno omaggiato la nostra tradizione culinaria. Il cibo italiano è protagonista anche di pellicole più recenti come "Big Night", film del 1996, in cui si racconta il fallimentare tentativo di due emigrati italiani di origini abruzzesi di risollevare le sorti del proprio ristorante. Non si può dimenticare inoltre, "Incantesimo Napoletano", in questo film il cibo ricopre un ruolo di grande importanza. Assuntina, figlia di una famiglia napoletana, cresce parlando uno strettissimo dialetto milanese e mostrando una fortissima predilezione per la cucina meneghina. Naturalmente la lista di film nei quali la cucina italiana ricopre un ruolo di particolare importanza sono ancora tantissimi. Negli ultimissimi anni hanno trovato grande successo "Mangia prega ama" e "Sapori e dissapori" ad esempio.