La Parabola del Lievito Spiegata ai Bambini: Un Significato Profondo

Gesù amava raccontare storie, chiamate parabole, per spiegare concetti importanti sul Regno dei Cieli. Queste parabole usano esempi semplici della vita di tutti i giorni per aiutarci a capire cose grandi e importanti. Una di queste è la parabola del lievito.

Cosa ci Insegna la Parabola del Lievito?

Gesù, con grande insistenza, ci propone esempi e similitudini sul Regno dei Cieli. Quando Lui parla del Regno di Dio (o dei Cieli), parla di sé, del significato della sua venuta in mezzo a noi, delle promesse, e dell'eredità, per chi decide di seguirlo sulla strada verso il "Regno". Ma cosa hanno in comune il lievito, la perla, il granello di senape e altre immagini che Gesù usa per descrivere il Regno dei Cieli? Sono tutte cose piccole che possono essere "nascoste", ma che hanno il potere di far crescere e arricchire ciò che le circonda.

Il Lievito: Un Piccolo Agente di Grande Trasformazione

Il lievito è una sostanza "vivente" che cambia il "destino" di un impasto, fatto di semplice acqua e farina. Il lievito naturale, la tradizione lo chiama "pasta madre", ovvero generatrice di nuovo lievito e di nuovo pane. Veniva conservata gelosamente, in ogni famiglia, e mantenute in vita con opportuni rinfreschi, perché "ogni giorno" potesse produrre nuovo pane: "Dacci oggi il nostro pane quotidiano", a dire: rinnovaci e rigeneraci quotidianamente o Signore.

Nella parabola, un minuscolo pezzo di lievito (detto "Zumè"), è "nascosto" e mescolato in un'enorme quantità di farina: "Tre misure di farina" (solitamente se ne usava una), del peso di circa 30 kg, che poi diventavano circa 50 kg di pane (La stessa quantità, che userà Sara, moglie di Abramo, quando all'improvviso, sono giunti tre Messaggeri del Signore (Gen 18, 6). (Is 25, 8ss). Immagina una piccola quantità di lievito che fa crescere una montagna di farina! Questo ci mostra come anche una piccola cosa può avere un grande impatto.

Il Regno dei Cieli: Un Inizio Umile, una Crescita Esponenziale

La parabola del lievito ci dice che il Regno dei Cieli inizia in modo piccolo e nascosto, proprio come il lievito. Non è qualcosa di appariscente o che attira subito l'attenzione. Anzi, come la donna "mescolò" il lievito nella farina, e quindi non è più visibile, quasi a dire "nasconde" (dal greco "enekrupsèn", che indica l'azione di mettere qualcosa all'interno di un'altra cosa, "mescolare", fino a sparire!), quindi, non più evidente, tipico del Regno dei Cieli, che non attira l'interesse delle prime pagine dei giornali, non è l'argomento principale riportato nelle notizie alla radio alla televisione, tutt'altro: è stato inaugurato da Gesù, non in modo Fastoso e Solenne, ma in modo celato, segreto appunto! (Gv 3: 6); "Un'acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo" (Tm 3, 5b).

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Tuttavia, con il tempo, questo piccolo inizio cresce e si diffonde, proprio come il lievito che fa lievitare tutta la pasta. Tre misure di farina (circa 50 chili, non è un evento quotidiano, ma un banchetto enorme, che darebbe da mangiare a 100/150 persone (per l'epoca, diremmo: "ad un intero villaggio). Questa apparente "esagerazione", altro non fa che rappresentarci la potenza di Dio. Il Regno dei Cieli si espande nel mondo, trasformando le persone e la società.

Il Lievito: Un Simbolo di Trasformazione Interiore

Questo ci dice, che la forza attraente e trasformante, viene dall'esterno dell'impasto, come qualcosa che viene dall'alto, ovvero da Dio direttamente, e che la diffusione del Regno, è opera di Dio. Al discepolo spetta solo il compito di collaborare nell'annuncio: il lievito è Dio stesso! La seconda caratteristica, poi, è che il lievito si "spande" permeando, così, anche tutta la massa.

Il Regno di Dio è come il lievito con cui si fa lievitare la farina impastata con cui si prepara il pane. Il lievito, come sottolinea Gesù, non l’elemento presente in grande quantità. Al contrario, se ne usa pochissimo. «una realtà umanamente piccola e apparentemente irrilevante. Per entrare a farne parte bisogna essere poveri nel cuore; non confidare nelle proprie capacità, ma nella potenza dell’amore di Dio; non agire per essere importanti agli occhi del mondo, ma preziosi agli occhi di Dio, che predilige i semplici e gli umili. Certamente il Regno di Dio richiede la nostra collaborazione, ma è soprattutto iniziativa e dono del Signore. La nostra debole opera, apparentemente piccola di fronte alla complessità dei problemi del mondo, se inserita in quella di Dio non ha paura delle difficoltà. La vittoria del Signore è sicura: il suo amore farà spuntare e farà crescere ogni seme di bene presente sulla terra. Questo ci apre alla fiducia e alla speranza, nonostante i drammi, le ingiustizie, le sofferenze che incontriamo.

Il Nostro Ruolo: Essere Lievito nel Mondo

Proprio come il lievito trasforma la farina, anche noi siamo chiamati a trasformare il mondo che ci circonda con l'amore e la giustizia. Alla luce di ciò che caratterizza maggiormente la nostra pedagogia e la nostra spiritualità, intendiamo aiutare soprattutto gli adolescenti e i giovani a scoprire che ognuno di loro è chiamato ad essere come il lievito di cui parla Gesù: il lievito buono che aiuta a far crescere e a rendere più grande e saporito il “pane” della famiglia umana.

Anche se ci sentiamo piccoli e insignificanti, possiamo fare la differenza. Non dobbiamo e non possiamo misurare l’efficacia o i risultati dei nostri sforzi calcolando quanto investiamo in essi, la fatica che ci richiedono, come se fossero gli unici fattori in gioco, poiché la ragione e il movente di tutto è Dio. Non perdiamoci in scuse che paralizzano la missione e la costruzione del Regno. Anche per Don Bosco l’ottimo poteva essere nemico del bene: non occorre attendere circostanze ideali per muovere un primo passo. Guardando la realtà con gli “occhi” e con il “cuore” di Dio comprenderemo che piccolezza e umiltà non significano debolezza e inerzia. È poco quello che possiamo fare di fronte al molto che ci viene richiesto. Tuttavia, mai è «non abbastanza» o irrilevante, perché è Dio che fa crescere. È la forza di Dio che viene in aiuto. Ed è Dio che alla fine accompagna il nostro impegno, i nostri sforzi, il nostro essere povero lievito nella pasta.

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Il Lievito e la Famiglia Salesiana

In occasione del raduno della Consulta Mondiale della Famiglia Salesiana, tenutasi nel mese di maggio 2022 a Torino-Valdocco, mi è stato chiesto di approfondire con la Strenna per l’anno 2023, il tema della dimensione laicale della Famiglia salesiana: una famiglia che cerca di essere sempre fedele al Signore sulle “orme” di Don Bosco. I primi sono gli adolescenti e i giovani di tutte le presenze della Famiglia di Don Bosco nel mondo - quali primi “destinatari” della missione salesiana. Essi, infatti, fin dalle origini sono presenti nelle case salesiane e al centro delle attenzioni di qualsiasi gruppo della nostra famiglia e devono poter conoscere - come cristiani o anche come credenti di altre religioni - la forza di questo messaggio del Signore: «essere sale della terra e luce del mondo»; essere lievito nella famiglia umana di oggi. Per la Famiglia di Don Bosco questo vuole essere un messaggio che vigorosamente la sprona nella riscoperta della sua dimensione laicale. Infatti, è una famiglia dove la maggioranza dei membri è costituita da laici: uomini e donne di numerose nazioni e distribuiti in tutti i continenti. Questa varietà che ci contraddistingue è già in sé un dono ed è una responsabilità che non possiamo eludere. Essere così ricchi di culture e così capillarmente presenti nel mondo è frutto della storia della missione e del carisma nei quali siamo stati generati e che sono dono dello Spirito. Come consacrati e consacrate nella Famiglia Salesiana siamo ugualmente invitati a essere “lievito nella pasta del pane dell’umanità” e a vivere gli uni con gli altri, lasciandoci arricchire dalla laicità evangelica di tanti fratelli e sorelle. Con loro, infatti, condividiamo gran parte delle giornate. Pertanto, la secolarità è già nel nostro DNA di consacrati e consacrate salesiani, perché siamo stati generati nella famiglia alla quale ha dato vita Don Bosco nel primo Oratorio e che, fin dalle origini, era composta da consacrati e laici. Siamo nati con questa intensa vicinanza e condivisione tra stati di vita e vocazioni.

Caratteristiche del Lievito e del Regno di Dio

  1. Il lievito lavora silenziosamente. Chi, infatti, ha potuto ascoltare il lievito mentre agisce sulla farina e sulla pasta in cui è stato messo, mentre fa lievitare l’intera massa? Questa immagine permette di comprendere l’azione del Regno di Dio. Lo stesso apostolo Paolo presenta il Regno a partire richiamando l’essenziale: «Il Regno di Dio, infatti, non è cibo o bevanda, ma giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo» (Rom 14,17). Ebbene, questo è il modo di agire interiormente e invisibilmente dello Spirito; è il lievito messo nel cuore. Ci sono varie interpretazioni e accentuazioni possibili. La mia scelta interpretativa per la Strenna di quest’anno è di presentare il lievito come l’immagine-simbolo della fecondità e della crescita tipiche del Regno di Dio. «Un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta» (Gal 5,9). È sorprendente come una porzione di farina raddoppi o triplichi il proprio volume, grazie all’aggiunta di una piccola porzione di lievito.

  2. Il Regno viene con Gesù stesso: è la sua presenza, la sua parola - lui, il Verbo fatto carne. È il suo modo di vivere con la gente, mescolandosi con persone di ogni estrazione sociale, tra cui predilige proprio coloro che altri escludono. «Ed egli guarì tutti»: è un volto “laicale” quello di Gesù, in mezzo al laos, al suo popolo, dove non c’è differenza di ceto sociale o provenienza; dove tutti sembrano essere accomunati dalla povertà e dal bisogno di aiuto. Una vulnerabilità che non Gli è estranea - come mostrano i primi versetti dove si parla della aperta ostilità dei farisei: segno premonitore della croce che si sta avvicinando e dove il suo farsi povero per arricchirci raggiungerà pieno compimento (Cfr. «Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo» (Mc 4,15). L’espressione si trova 122 volte nel Vangelo e 90 volte sulle labbra di Gesù. Come ha espresso tante volte il grande teologo Karl Rahner, è evidente che al centro della predicazione di Gesù c’è il Regno di Dio. Anche oggi riconosciamo che è tanto il bene che si fa e che cresce a tutte le latitudini, in questo Regno in costruzione. Siamo chiamati ad aprire i nostri occhi e i nostri cuori al modo di agire di Dio che stabilisce il suo Regno secondo le sue vie. È sintonizzandoci con il suo modo di essere e di agire che collaboriamo con Lui, come operai nella sua vigna. L’apertura universale che ci caratterizza come Famiglia Salesiana è in piena sintonia con il Vangelo del Regno. La vicinanza a così tante e diverse comunità umane in circa il 75% dei paesi del mondo è già in se stessa un potenziale formidabile di unità e di missione. La Chiesa è formata per oltre il 99% da laici. Immaginiamo come aumenta la proporzione se si considera e se si abbraccia l’intera famiglia umana: i laici sono la pasta oltre che lievito del Regno. A volte il nostro contributo umano o il nostro piccolo sforzo possono sembrare insignificanti, ma sono sempre preziosi davanti a Dio.

  3. Ogni generazione deve far proprie le lotte e le conquiste delle generazioni precedenti e condurle a mete ancora più alte. È il cammino. Il bene, come anche l’amore, la giustizia e la solidarietà, non si raggiungono una volta per sempre; vanno conquistati ogni giorno. Cresce il grido dei poveri, la maggioranza dei quali sono bambini, adolescenti e giovani: abbiamo davanti sfide che sono tanto estese quanto prossime a quelle che troviamo alle origini della nostra missione. Siamo fatti per questo tempo non meno di quanto Don Bosco lo è stato per il suo. Di fronte a questa realtà, dobbiamo essere molto consapevoli del fatto che non possiamo rimandare a domani il bene che possiamo e dobbiamo fare oggi. Siamo chiamati a essere lievito che trasforma la famiglia umana dal suo interno. Perciò come membri della Famiglia di Don Bosco e ispirandoci alla dinamica evangelica del lievito, intendiamo approfondire e riconoscere la ricchezza dell’essere parte di questa Famiglia, umana e salesiana, dove tanti in questa famiglia di Don Bosco sono laici e laiche, e dove come consacrati dobbiamo arricchirci con questa complementarità13. L’essere laico è uno stato di vita, una vocazione che caratterizza in modo così preponderante tutte le presenze nel mondo che in vario modo si identificano o sintonizzano con la Famiglia di Don Bosco.

  4. Uno sguardo corretto e attento all’ecclesiologia proposta dal Concilio Vaticano II consente di dichiarare che oggi, soprattutto come cristiani, non possiamo accettare (e tanto meno incoraggiare) un dualismo tra sacro e profano nella realtà di un mondo che è stato creato da Dio. «I cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per il luogo in cui vivono, né per la loro lingua, né per i loro costumi. Essi, infatti, non hanno città proprie, né usano un linguaggio insolito, né conducono un tipo di vita diverso. Vivono in città greche e barbare, secondo la loro sorte; seguono i costumi degli abitanti del paese, sia nel vestire che nell’intero modo di vivere, eppure mostrano un tenore di vita ammirevole e, a detta di tutti, incredibile. Abitano nel loro paese, ma come stranieri; partecipano a tutto come cittadini, ma sopportano tutto come stranieri; ogni terra straniera è per loro una patria, ma sono in ogni patria come in una terra straniera. Per dirla in breve: i cristiani sono nel mondo ciò che l’anima è nel corpo. La Famiglia salesiana di Don Bosco è chiamata oggi a vivere nel mondo come lievito, collaborando, a partire dalla propria condizione di credente, alla costruzione di un mondo migliore, ovunque siamo, indipendentemente dalla nazione, dalla cultura e dalla religione. «Il carattere secolare è proprio e peculiare dei laici […] Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti i diversi doveri e lavori del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall’interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della loro fede, della loro speranza e carità. Riconoscendo l’“autonomia del profano” come un aspetto legittimo della secolarità, la teologia si preoccupa di distinguere tra l’autonomia dei compiti profani e il regno del religioso, con il diritto legittimo alla coesistenza di entrambe le realtà. In altre parole, mette in luce l’aspetto legittimo della laicità, che è molto diverso dal “secolarismo” legato a una secolarizzazione radicale nemica di tutto ciò che è religioso. Il fatto religioso nei suoi vari “credo” ha tutto il diritto di esistere e di avere la “carta di cittadinanza”. A questo proposito ci sia concesso di deplorare certi atteggiamenti mentali, che talvolta non sono mancati nemmeno tra i cristiani, derivati dal non avere sufficientemente percepito la legittima autonomia della scienza, (…) Se invece con l’espressione “autonomia delle realtà temporali” si intende dire che le cose create non dipendono da Dio e che l’uomo può adoperarle senza riferirle al Creatore, allora a nessuno che creda in Dio sfugge quanto false siano tali opinioni. L’antropologia cristiana deve cercare oggi, come in passato, di tradurre i valori e il messaggio di salvezza trasmessi dal Vangelo nel linguaggio delle diverse società e culture del mondo. Si tratta di armonizzare la legittima autonomia dell’uomo con la validità, l’autenticità e la coerenza della fede cristiana. Si tratta di vivere come cristiani in un mondo che non sarà migliore senza il piccolo lievito che il cristianesimo porta al mondo creato da Dio. È dall’umiltà, ma anche dalla convinzione del valore della nostra fede, nel dialogo con società e culture diverse, che possiamo contribuire a migliorare la vita delle persone che ci circondano, rinunciando a qualsiasi logica di proselitismo o di imposizione. Per dirla con le parole di un magnifico pastore, e uomo di riflessione capace di dialogare con la cultura, il cardinale Carlo Maria Martini: «Brandire un credo, sia esso scientifico, filosofico o teologico, per far quadrare i conti imponendo una soluzione, è una premessa dolorosa per un’ideologia che è fonte di violenza»20. E, come il lievito nella pasta passa quasi del tutto inosservato, così la nostra collaborazione all’edificazione della Chiesa e alla costruzione di una società più umana, più giusta e più conforme alla volontà di Dio, ci chiede di considerare che è più importante fare il bene rispetto al fatto che il bene che viene fatto sia attribuito a noi; la cosa più importante sarà sempre contribuire al bene della società e del mondo, anche “senza copyright”, senza confondere l’azione efficace con il protagonismo, riconoscendo anche che il bene fatto dagli altri vale almeno quanto il nostro. Dobbiamo esercitarci a fare una lettura credente della realtà che includa gli altri, promuovendo il dialogo con gli altri, con la cultura, con i media, con gli intellettuali, con chi la pensa diversamente e anche in opposizione a noi. Questo stile ci permetterà di intrecciare relazioni con altre persone consacrate, con altri ministri ordinati, con altri fedeli laici, con altri cristiani e con altri uomini e donne di altre religioni. Sembra che questo sia un buon modo di essere «chiamati a contribuire, quasi dall’interno come lievito, alla santificazione del mondo». Un modo di fare che ci mette in sintonia con «la vocazione universale alla santità nella Chiesa». E poiché la Chiesa è coinvolta nel mondo nella duplice dimensione trascendente e immanente, ogni cristiano deve essere segno del Regno di Dio già presente nella storia umana. Se la pietà e la devozione, la vita di preghiera e la vita sacramentale sottolineano il profilo trascendente di questa santità, l’impegno sociale a favor…

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Il Pane e l'Eucaristia

Il segno del pane è centrale nell’Eucaristia: essa è esaltata in modo particolare nella solennità del Corpo e Sangue di Cristo che è collegata a questa settimana. Si tratta di un segno quotidiano e costante nella storia dell’umanità, tant’è vero che talora ne affiorano tracce persino durante gli scavi archeologici. Il poeta francese Paul Claudel nel suo dramma più famoso, L’annunzio a Maria (1912), faceva dichiarare a uno dei suoi personaggi: «Interroga la vecchia terra e ti risponderà sempre con il pane e con il vino», i segni che Gesù sceglie per la sua presenza nella trama dei giorni e degli anni dell’umanità. Abbiamo voluto, allora, ricorrere a un passo del Vangelo di Luca che accompagna la liturgia di quest’anno. In quel testo il simbolo del pane s’intreccia con una delle varie figure femminili che ormai da tempo facciamo sfilare davanti al lettore. Questa volta di scena è una casalinga anonima che Cristo assume come protagonista di una mini-parabola, evocata anche da Matteo (13,33): «A che cosa posso paragonare il regno di Dio? È simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata» (Luca 13,20-21).

L’immagine è semplice e si basa su due elementi radicalmente differenti a livello quantitativo. Da un lato c’è il lievito che viene usato in porzioni minime, data la sua potenza fermentatrice. Dall'altro lato, la donna ha approntato una notevole massa di farina: si tratta di tre “staia”, in greco sáton, una “misura” dei cereali variamente computata nelle diverse culture (l’ebraico se’a si aggirava attorno ai 12 litri). Il contrasto sarebbe, quindi, tra due entità molto eterogenee e Gesù si basa proprio su questa opposizione per illustrare il cuore del suo messaggio riguardante il “regno di Dio”. Ora, questa espressione, nota già all’Antico Testamento (si pensi ai Salmi del Signore re, come il 47, il 93, i 96- 99), attingeva alla società del tempo e sostanzialmente era da intendere in chiave dinamica, attiva. Rimandava, perciò, non solo a un “regno”, ma soprattutto a una “regalità”, cioè a un progetto divino, a un piano di salvezza dell’umanità, alla volontà del Signore di realizzare in collaborazione con gli uomini e le donne una storia di pace, giustizia, amore. Purtroppo, però, nelle vicende umane si assiste spesso a una scelta antitetica. Eppure Cristo invita il discepolo a non disperare: il regno di Dio sembra simile a quel pizzico di lievito, a una minoranza marginale. Ma la sua potenza è tale che lentamente riuscirà a fecondare la massa delle opere umane, rappresentate da quelle tre misure colme di farina che la casalinga sta impastando. È ciò che, poco prima, Gesù aveva descritto attraverso il simbolo del microscopico granello di senape che cresce in un giardino fino a diventare un albero maestoso sul quale gli uccelli pongono i loro nidi (13,18-19).

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