L'articolo esplora la narrazione complessa e stratificata di una storia che intreccia diversi registri: quello della conteuse, la narratrice di storie, e quello della ricercatrice dentro LA storia. Mantenendo un equilibrio tra rigore e leggerezza, l'opera suscita curiosità nel lettore per gli eventi realmente accaduti e un'emozione empatica verso i personaggi che si alternano come voci narranti.
Le "Maestrine": Pioniere dell'Emancipazione Femminile
Al centro della narrazione troviamo Alessandra, la "maestrina". Questo diminutivo, spesso usato in modo spregiativo, emerge sin dal primo incontro sul treno, durante il viaggio con la madre verso la sua destinazione lavorativa, quando un giovane ufficiale di marina si rivolge a lei con tale appellativo. "Maestrina", "maestrine" risuona frequentemente nelle pagine successive, raramente con un tono benevolo o neutro.
Le "maestrine" rappresentano quelle donne, perlopiù giovani, che all'inizio del Novecento, armate del loro titolo di studio, si avventuravano in luoghi lontani da casa, spesso impervi, per lavorare. Queste figure femminili erano circondate dalla riprovazione generale e da giudizi di scarsa moralità. La storia ci racconta di molte di loro, molestate, isolate e rese disperate dalla solitudine e dalla riprovazione sociale. Erano percepite come una minaccia, "maestre che ormai sono un diluvio e tolgono il pane di bocca ai loro colleghi maschi". Il loro essere "de fòra", provenienti da fuori, sconosciute e soggette a continui trasferimenti, alimentava ulteriormente il pregiudizio.
La Rivendicazione dei Diritti Femminili e le Lotte Sociali
La vicenda delle "maestrine" dipinge un quadro vivido dei contrasti che caratterizzavano l'Italia all'inizio del Novecento. Da un lato, donne che reclamavano i loro diritti, supportate da figure autorevoli come Maria Montessori, presentata in una luce meno nota. Dall'altro, le "serve sciocche", gli incontri del "Comitato permanente per il suffragio", descritti come luoghi percorsi da un "fremito", da "un'urgenza di vita", con tocchi di attenzioni e raffinatezze femminili - biscotti e biscottini, servizio d'argento di tè e caffè - che contrastavano con la necessità della firma del marito per autorizzare l'iniziativa della moglie.
L'eco delle rivendicazioni femminili si scontra con la realtà di un mondo in cui anche una semplice "manciata di nomi femminili in aggiunta alle liste elettorali" veniva percepita come una minaccia all'ordine costituito. La disillusione traspare dalle parole di chi, con rassegnazione, ammette: "Abbiamo perso. Il tempo dei miracoli è finito".
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Teresa: Una Vittima dei Contrasti e una Storia di Rinascita
Figlia e vittima dei contrasti, spesso drammatici, che vivono le donne all'inizio del secolo scorso, è l'altra protagonista, la piccola Teresa, la cui madre è morta cercando di procurarsi da sola un aborto. La narrazione della scoperta da parte della figlia del corpo della madre apre con due straordinarie e tragiche pagine l'avvio del romanzo stesso. Teresa è muta a causa del trauma, ma l'ospitalità a casa del nonno che danno alla ‘maestrina’ le apre un nuovo mondo di affetti e di esperienze, che a poco a poco apprende a vivere e comprendere.
La Mascolinità dell'Epoca: Un Quadro Plurale
Le figure maschili sono spesso tratteggiate come negative, o perlomeno a loro volta prigioniere di pregiudizi. L'abilità della narratrice affida ai diversi personaggi, al profilo che ne disegna, la pluralità del quadro della mascolinità dell'epoca: da Don Peppo, campione di pregiudizio, a Raniero il "falco", il tombeur che mette incinta l'ingenua Lisetta, al professore che ignaro la sposa, occupato solo dai suoi irrilevanti studi storici, al direttore del giornale, abile equilibrista tra i contrasti sociali e politici che sa sfruttare per le sue pagine e che deve però sottoporsi abbastanza spesso a duelli a causa di quanto sul giornale si scrive. Infine anche un rapido accenno a Turati che così si pronuncia sull'Avanti, "con tante questioni gravi e serie da affrontare, non è il momento di discutere di suffragio femminile…" (p.104). E inevitabilmente a noi che leggiamo il pensiero corre a quante volte abbiamo sentito questa frase, in tempi certamente non lontani.
Adelmo, giornalista che segue tutta la vicenda delle "maestrine" e si innamora di Alessandra, rappresenta una figura maschile positiva. E' un uomo intelligente e curioso, che a poco a poco comprende il senso dell'iniziativa elettorale femminile e moltiplica le sue attenzioni tra l'amore per la "maestrina", le corse per il giornale, l'affetto per la madre signora Eufemia, anche lei campionessa di pregiudizio, e la sorella Lisetta, vittima del "falco".
Un Mare di Partenze e di Morti: Ieri e Oggi
L'ultima scena è dedicata a Teresa, che aspetta la nave che la porterà al di là dell'oceano, dal padre. Ma quel mare è lo stesso che il padre di Teresa ha attraversato prima di lei come emigrato, è il mare che ha visto innumerevoli partenze, di tanti come lui, e molte morti cui l'autrice dedica una pagina e crea un legame con morti simili che avvengono ai giorni nostri.
L'Ambivalenza della Narrazione e il Legame con la Vita
Ancora una realtà di contrasti e un raccontare che si sviluppa all'interno del registro dell'ambivalenza, virtù a mio parere necessaria di ogni scrittura e narrazione che voglia essere fedele al dipanarsi della storia e alla finzione che alla storia offre volti, parole, esperienze.
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I libri di Maria Rosa Cutrufelli sono l'esempio di un sapere che si fa vero non perché si distacca dalla vita, ma perché alla vita fa continuo riferimento e le biografie dei personaggi inventati di un romanzo sono il tramite per conoscere ed entrare nelle vite vissute che compongono la Storia.
La Notte e le Sue Ombre: Un Mondo di Marginalità
La notte. La notte. Una volta, in periferia, ce n'era una per ogni piazzola. A ogni asola il proprio bottone.«Aspettano il pullman» diceva papà.Oscillavano distanti a pochi metri l’una dall’altra, come a non volersi toccare, alzavano il mento a mo’ di beninteso, con le braccia conserte, canticchiando una nenia straniera.«Quando arriva il loro pullman, papà?»«Dipende, hanno orari diversi.»«Non hanno freddo?» mi preoccupavo io. Per la tramontana. A volte, quando passavamo di lì in macchina, loro mi salutavano. Le loro bocche mi soffiavano baci pannosi, le vedevo anche al telegiornale.«Guarda, guarda! Le signorine del marciapiede!» il dito puntato sullo schermo, ma papà cambiava canale.A loro, alle ballerine luccicanti, quel vento tagliava le cosce aggrovigliate in reti nere: da lontano erano un intreccio di stringhe tirate quanto il filo spinato che il nonno attorcigliava intorno al pollaio. Anche se poi - la notte, la notte - la faina ci entrava lo stesso a dissanguare le galline. La notte. La notte.«Aspettano il pullman e basta» diceva ancora papà se gli facevo altre domande.Io volevo vederle da vicino, quelle gambe da cavalla, ma lui andava al distributore di benzina sempre da solo, là, dove ce n’erano tre tutte insieme, di statuine affusolate. Quando andavamo a cena dalla nonna la domenica sera, poco prima della curva che seguiva il rettilineo, io mi preparavo mettendomi dritto dritto sul sedile; l’insegna blu del benzinaio era l’ombra di una medusa che si allargava sul parabrezza. I numeri del carburante cambiavano sempre, GA-SO-LI-O, LI-RE 1,097. Imparavo a leggere e a fare operazioni con i numeri, contavo il pallottoliere di ragazze sulla strada e sapevo che erano sempre loro, gli stessi capelli lunghi, la stessa postura, a volte le mani giunte. E la borsetta piccina doveva per forza essere magica, un portale da cui le cose entravano per non uscire più. Tre brillantini che scivolavano via dai finestrini. «Ma dove, io non ho visto niente» faceva mamma asciugando i vetri dalla condensa. Ma sì, lo stesso costume da circense, lo stesso salto nel fuoco ogni sera, ogni sera un leone diverso. Anche le gonnelle aderenti, sgargianti, bandiere per gli automobilisti, come facevi a non vederle, mamma. Guardateci, ci siamo. Siamo qui, sembrava volessero urlare. Scandivano le ore della notte, le signorine gentili. Di mezz’ora in mezz’ora. Il tempo di un viaggio per fare rifornimento al benzinaio. Ogni tanto ci restavo male se non le trovavo, forse la corriera era già passata. Ciascuna all’ombra del proprio lampione, allacciate nella propria pelle lucida: pezzetti di vetro rotti lungo la via buia. Ognuna di loro, un frammento di. La notte. La notte.«Quando sono grande mi compro la moto e vado a vedere come sono fatte da vicino» dicevo al nonno. Ma lui mi rispondeva con la storia delle lucciole che a fine stagione sparivano tutte. Io insistevo che non era vero, lui insisteva di sì. Ebbe ragione: dopo qualche mese non se ne videro quasi più. Forse si erano comprate una macchina. Ma dove andavano con il pullman? Dove andavano con la macchina?Nonno cantava una canzone.Quando più fitta l’oscuritàscende sulla città,lucciole ansiose di libertànoi lasciamo i bassifondi.
«Cosa vuol dire, nonno?»«Cosa vuol dire, cosa vuol dire. Le lucciole, lo sai, sopravvivono poco, o finché qualcuno non le ficca in un barattolo e le tiene lì, piccoli lumi e fate sparse» diceva.Le vedevo anche intrappolate in televisione, le mie signorine brillantinose, in quei film con il bollino rosso dove la gente si strusciava tutta nuda e mamma diceva “copriti gli occhi” prima che riuscisse ad afferrare il telecomando. Poi papà era morto, io e mamma ad aspettarlo a casa: il tempo di un viaggio per fare rifornimento al benzinaio. Non ci pensavo più a loro, alle trampoliere della notte. La notte. La notte.Qualche mese dopo il funerale mamma la incontrava per la prima volta, Serafina. «Oh, Serafina. Accorri Serafina» piangeva in bagno, «Tu, tu dovevi!» Usciva di lì con i pugni insanguinati, i capelli gocciolanti e una veletta di mascara che colava fino al mento. Mai ci riuscivo a strapparle quella ragnatela dalla faccia, ci provavo quando le chiedevo un abbraccio, ma il groviglio era ben appiccicato agli occhi, alla fronte, dentro la fronte. Mamma non tirava più lo sciacquone, parlava solo con Serafina. Al telefono e ovunque. Spariva pomeriggi interi nel campo dietro casa e parlava con Serafina, parlava con le nuvole gonfie di panna sdraiata nei cerchi di grano. Tornava all’ora di cena con gli occhi liquidi, parlava con Serafina.«Mamma, perché Serafina non cena da noi?»«Certo, amore. Certo che Serafina mangia con noi. Vero, Serafina?»E allora preparava tutte le cose che a lei piacevano, cucinava ore e ore quelle sere. E io non potevo spiluccare nulla prima che lei avesse finito di impiattare le poche pietanze che non bruciava sul fondo della casseruola. Mangiavo cucchiai di pangrattato per zittire la fame, mi specchiavo nel cucchiaino umettato di bava facendo le smorfie. Il lavello era una discarica di pentolini e scarti di verdure, di orate sviscerate male, le loro squame di Madreperla. Chi è Madreperla? Una perla che è più Madre della mia? Giocavo a friggere gli avanzi delle teste dei pesci e i loro occhi nell’olio caldo, occhi cotti che non potevano piangere più. Mamma tirava fuori il servizio della dote, tutta la cristalleria apparecchiata sul tavolo con le tovaglie di fiandra. «C’è sempre quel gatto che piscia sul rosmarino, vallo a cacciare» mi ordinava, per parlare in pace con Serafina delle cose che. Ma io non lo vedevo il gatto, e poi come pisciava un gatto? Alzava la zampa come i cani o spruzzava in giro? Mamma ogni tanto si teneva la pancia talmente rideva e masticava radici di liquirizia fino a sfibrarle: i lati della bocca si macchiavano con avanzi di saliva marrone che le allungavano il sorriso recitato, come una riga tratteggiata da ripassare a matita. Quelle linee che a scuola tracciavo sul quaderno d’italiano per fare bene le curve di una u, di una c. Quelle conchette in cui, se mi fossi fatto piccino piccino, mi ci sarei potuto infilare: una culletta, uno spicchio di luna, stare in una conchiglia. Invece stavo nelle n, nella speranza che la m di mamma non mi mozzasse la testa. Perché quando chiedevo “Dov’è Serafina?” lei si arrabbiava, mi lanciava la sedia, «Sono cose da dire a un’ospite che sta seduta di fronte a noi?»E poi si incarogniva pure con lei, perché forse mi teneva le parti.«Oh Serafina. Accorri Serafina!» la pregavo, allora. Rubavo gli occhiali di nonno, quelli con le lenti spesse, ma Serafina era come Dio. C’era e non si vedeva. La vedeva solo mamma.Quando litigavano, mamma le dava della puttana, sbraitava le bestemmie che avevo sentito dire al signore sporco di grasso che aggiustava le macchine. Chissà se Serafina lo conosceva, se c’era stata anche lei dove faceva il conto del lavoro, alle sue spalle il calendario della signorina del pullman con un collare nero. Il collare di un cane su una donna nuda. PLA-I-BO-I. Ridevo e pure l’amico di papà rideva. Tranne papà.L’estate dopo che morì, mi feci una casetta nello sgabuzzino: era l’unico posto in cui non arrivavano le urla di mamma e il tanfo di vasetti finiti dei carciofini, delle scatolette di tonno, di quella crema di formaggio nel barattolo con l’etichetta blu che costava ventimila lire e di tutti i sacchi neri della spazzatura. Lo so, era compito mio andarli a buttare, io che ero l’ometto di casa, ma avevo paura del buio e dell’urlo della civetta. Quando i nonni, dopo mesi, vennero finalmente da noi, si trovarono davanti una montagna di pattume in garage e dissero una parola strana tipo prodenti, predimenti, PROV-VE-DI-MEN-TI. Ripulirono il pavimento con pale e scope, e io appresso a loro a gettare i vuoti. «Andiamo a buttare questa monnezza alla campana del vetro» e io pensai a un’enorme torre di cristallo con una grande campana che faceva il suono delle collane colorate di mamma quando le scuotevo. Mi portarono al mare con loro per una settimana e mamma non se ne accorse fino al giovedì, fino a quando le parve divertente sbraitare al telefono cose tipo “Io sono la madre”, in vestaglia forse, immaginandosi in uno di quei film anni Sessanta con le attrici vestite di sottane svolazzanti, forse. Sfatta forse.“Riportatemi mio figlio”. Senza che le importasse davvero di me, forse. Quando tornai da lei, ormai conoscevo solo il sapore della sabbia infilata sotto le unghie. Mi piaceva quel gusto salato, lo cercavo dappertutto e lo trovavo ancora più forte nel dado per la minestra. Ne scartavo l’involucro argentato e lo succhiavo per intero, lo scioglievo facendomi salire il morso di sale nelle cavità delle orbite, e un po’ bruciava la gola. Mi bastò fino a quando non iniziai a leccare le batterie per sentire la piccola scossa che speravo, a ogni giro, pizzicasse più forte. Dovevo nasconderle: tenevo le pile più scariche per la mattina nella casa sgabuzzino, e quelle nuove sotto il cuscino, per dormire. La notte. La notte. Ricordo un pomeriggio di luglio con mamma e nonna a casa di una signora all’ultimo piano di una palazzina verde. Nella stanza semibuia lunga quanto la galleria di un lombrico i pochi spiragli di luce sembravano disegnare un alfabeto Morse sulle tapparelle abbassate. Io seduto a terra vicino ai sottovasi che covavano larve di zanzare, le guardavo parlare. La signora iniziò a scrivere piano, pinzava la biro con due dita, guardava mamma, taceva, annuiva e scriveva senza stare nelle righe, poi incalzava: un corsivo impazzito, faceva grossi cerchi senza mai staccare la mano, bombe di ghirigori, roteava il polso, il gomito non staccava dal foglio, uno scarabocchio enorme, il cane enorme là fuori, gli occhi enormi zeppi di carbone, scacciava Serafina, biascicava le parole, mamma piangeva, e le mie sbucciature sulle ginocchia sapevano all’improvviso di dado, di batterie, di pangrattato, di occhi di pesce, di me, di papà.Il giorno in cui portarono via mamma, portarono via anche me. Ma non di notte, le ladre di bambini. «Quel ragazzino» sbraitava lei divincolandosi, «quel ragazzino ha bisogno di una bella drizzata» ed è così che mi salutò mentre le signore con la cartellina azzurra mi accarezzavano il viso, chiamandomi tesoro, mettendomi una mano sulla spalla. La spalla destra, quella che qualche anno dopo caricava il sacco di farina con un movimento brusco e lo svuotava nell’impastatrice del panificio. Girava, girava, la notte. La notte impastava tutto, sommessa, e non potevo sbagliare il pane per il giorno dopo. Notti senza ore, cortei di blatte e il serpeggiare dell’edera che si arrampicava sul muro. Gattacci in calore, farina scivolosa, maglietta bianca, impasto che non tirava, rimpianti del giorno. L’alba scandiva le infornate di biscotti, le cordicelle della moschiera battevano sul vetro della porta e sulle incertezze di Elide, la proprietaria del panificio, dettate dai conti, dalle tasse e dai meschini che passavano ogni due mesi a prendersi la loro parte. Li vedevo di notte, passavano a chiedermi se andava tutto bene, se avevo bisogno di qualcosa. La notte, la notte. Smisero di venire quando Elide tardò con la loro parcella: la farina costava di più e pure il burro, e io capii che il pizzo, lei, ce lo aveva ricamato sulla pelle, non soltanto sulla biancheria. Alle domande che mi facevo nello sgabuzzino con il dado appiccicato ai denti, anni prima, rispondeva un destino che è quello di adesso. Il negozio è stato bruciato, e ora la notte, la mia notte insonne, la passo dal benzinaio, a guardarla da vicino, l’unica signorina luccicante rimasta.Vorrei seguirla quando se ne va per scoprire se dorme al cimitero degli elefanti, come lo chiamavamo io e papà quel posto in cui demolivano le carcasse delle macchine incidentate. Vorrei averla per le mani, girarla e capire com’è fatta, capire se è davvero così facile spegnere una lucciola. Voglio vedere come si muore, se quando succede zampilla il sangue da qualche parte, dalle orecchie, dalla bocca, dai suoi buchi. La spellerei piano, donna nespola, il primo velo di pelle dorata, zingara serba, e i suoi occhi cervoni più grandi dei seni. Vorrei mischiarle i pezzi della faccia e sistemarli a caso per tutto il corpo, cancellare le coordinate dei suoi fianchi, lì dove sta appeso quel filo di mutanda che la rende umana, vera, molto più fragile di quel ricordo d’infanzia quando c’era ancora mio padre. Vorrei sbucciarla da capo a piedi della carne che abita il suo corpo. Se lo facessi smetteresti di esistere ancora di più? Vorrei sfrangiarle i capelli, le ciglia degli occhi vuoti e sarebbe ancora più glabra di adesso, lei e la sua anima sbiadita. La scucirei della trama di lentiggini e lascerei lì la polpa viva sotto la maschera ad asciugare. Lo farei per il suo bene. E per tutto il mio male.La guardo ogni notte aspettare, grattare, limare le unghie e buttare a terra i residui di qualcosa, granate di cheratina. La guardo che alza la testa al passaggio di un paio di fari che non cercano lei. Riabbassa gli occhi e getta via i rimasugli, scocciata, riprendendo a limare con una lima diversa, con un tormento diverso. É assorta, è concentrata, conta qualcosa, le pellicine? A volte si siede sullo scalino nella sua aiuola di cemento, di fazzoletti usati e cicche consumate, ogni notte con una targa diversa, e dopo che lo ha fatto, dopo che ha sputato la saliva nell’angolo, seguo le sue mani piccole ficcarsi in bocca la solita manciata di mentine per poi continuare a limare, a limare, a limare. Lo fa fino all’arrivo del cliente successivo, certe volte esala un gemito di rassegnazione quasi che non abbia più nulla da accorciare. Quando la piazzola resta vuota, ho finalmente una mezz’ora per frugare nella sua borsetta dimenticata e trovare a sorpresa una miriade di biglietti grattati, e scoprire che la lima non è nient’altro che una moneta che raspa su schedine dorate, su file di simboli che potrebbero cambiarle la vita. Mele, fragole, cocchi, diamanti, stelline, coppe, quadrifogli e ciabatte infradito.
Questo frammento di narrazione evoca un'atmosfera notturna, permeata di solitudine e marginalità. Attraverso gli occhi di un bambino, si osserva il mondo delle prostitute lungo la strada, figure avvolte nel mistero e nel pregiudizio. La perdita del padre e la follia della madre conducono il protagonista a un'esistenza precaria, segnata dal lavoro minorile e dalla ricerca di un senso in un mondo ostile. La figura della prostituta diventa un'ossessione, un simbolo di un desiderio inappagabile e di una rabbia repressa, che culmina in fantasie di violenza e annientamento.
Furto di Sopravvivenza: La Disperazione Dietro un Gesto
Due donne. Due ladre taccheggiatrici in un spermercato di Alba da cui hanno rubato generi alimentari esposti sugli scaffali e celati tra gli abiti, sperando di farl afranca, ma così non è stato. Questa è la storia di un furto, ma non è la solita storia. E’ figlia del tempo di cirsi economica che il mondo sta vivendo da alcuni anni. Le signore in questione, bloccate dai carabinieri all’uscita del negozio contattati dai commessi, dopo aver superato le casse senza aver pagato la merce, hanno confessato e spiegato i motivi del loro gesto. Sono due marocchine residenti a Bra, zia e nipote di 50 e 31 anni che, essendo disoccupate da tempo, con figli a carico mariti privi di lavoro stabile, non avevano denaro per acquistare latte, formaggio, biscotti e dentifrico del valore totale di 35 euro e così, disperate, hanno rubate.I carabinieri le hanno accompagnate in caserma per redigere i verbali a loro carico per il reato di concorso in furto aggravato dopo aver restituito la refurtiva al direttore delle struttura commerciale. Qui, però, una votla scoperto che le due risultino incensurate e con regoalre permesso di soggiorno, confermata la loro versione dei fatti, i militari hanno deciso di comprare, a loro spese, pane, biscotti per i bambin e altri articoli per poter sfamare le due donne e le loro famiglie. Oltre a denunciarle come prevede la legge, i militari hanno anche segnalato l’accaduto e la situazione di disagio socio-familiare ai servizi sociali territoriali in modo che le sventurate possano ricevere assistenza.
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Questo episodio di cronaca mette in luce un aspetto doloroso della realtà contemporanea: la disperazione che spinge alcune persone a compiere piccoli furti per garantire la sopravvivenza delle proprie famiglie. La storia delle due donne marocchine, spinte dalla disoccupazione e dalla mancanza di risorse, commuove e invita a riflettere sulle conseguenze della crisi economica e sulla necessità di un maggiore sostegno sociale per le fasce più vulnerabili della popolazione. Il gesto dei carabinieri, che oltre a denunciare le donne hanno provveduto a sfamarle, rappresenta un esempio di umanità e solidarietà.