Le Due Dame di Carpaccio: Un Capolavoro Veneziano tra Allegoria e Mistero

Il dipinto "Le Due Dame" di Vittore Carpaccio, risalente al 1495 circa, è un'opera iconica della pittura veneziana che affascina per la sua bellezza, il suo simbolismo complesso e la sua storia travagliata. In passato noto come "Cortigiane", titolo derivatogli dalla letteratura romantica, il dipinto rappresenta in realtà due dame veneziane aristocratiche, immerse in un'atmosfera di raffinata attesa e sospensione.

Un'analisi iconografica: Virtù e amore coniugale

L'opera è ricca di elementi simbolici che sottolineano la virtù e la condizione sociale elevata delle due donne. Le perle al collo della più giovane simboleggiano la rigorosa osservanza delle regole matrimoniali, mentre il candido fazzoletto è segno di purezza. Le tortore, la femmina di pavone e i cani rappresentano rispettivamente la pudicizia, la concordia coniugale, la fedeltà e la vigilanza. La donna più matura, somigliante alla giovane e forse sua madre o sorella maggiore, si fa garante di questi valori. Il mirto e l’arancia, elementi solitamente connessi alla Vergine Maria, aggiungono un ulteriore livello di significato. Infine, lo stemma sul vaso, non ancora esattamente identificato, potrebbe rivelare l'identità delle dame o della loro famiglia.

L'abbigliamento delle dame, con la tipica acconciatura a fungo in voga alla fine del Quattrocento e le scarpe preziose, conferma il loro status aristocratico. Il fazzoletto di lino bianco, simbolo di castità, rappresenta il pegno d'amore per lo sposo lontano che la giovane dama sembra attendere con ansia. L'arancia, emblema matrimoniale, il pappagallo e le tortore, simboleggianti la purezza della promessa sposa, rafforzano l'interpretazione come scena di raffinato amore coniugale. La donna in primo piano, forse la madre, è intenta ad addestrare un levriero, stringendo al contempo la zampina di un altro cagnolino domestico.

La ricomposizione di un'opera divisa: Le Due Dame e la Caccia in Valle

Un elemento particolarmente interessante nella storia di questo dipinto è la sua divisione in due parti, avvenuta in epoca imprecisata. Le due porzioni risultanti hanno dato vita a due opere distinte: "Le Due Dame", conservata al Museo Correr di Venezia, e "Caccia in valle", oggi al Getty Museum di Los Angeles. Recenti studi e analisi scientifiche hanno dimostrato senza ombra di dubbio che i due dipinti erano all’origine uno solo: stessa larghezza, stesso tipo di legno, stessa lavorazione, stessi colori. Anche le gallerie scavate dai tarli sui margini dei due frammenti risultavano perfettamente combacianti. Qualcuno, in epoca imprecisata, aveva tagliato in due una tavola dipinta in cui compaiono in primo piano due dame sedute su una terrazza in attesa dei mariti intenti alla caccia su dei piccoli battelli sull’acqua e che si possono vedere in lontananza in uno scenario tipicamente lagunare, con tanto di casoni da pesca con il tetto di paglia e le recinzioni per la pescicoltura: il verde scuro del fondo delle Dame corrisponde alla parte in ombra dell’acqua su cui si muovono le barchette dei cacciatori.

La ricongiunzione delle due parti, avvenuta in occasione di mostre temporanee come quella del 1999 a Palazzo Grassi e più recentemente a Palazzo Ducale, ha permesso di ammirare nuovamente la scena nella sua interezza. La "Caccia in valle", raffigurante giovani uomini elegantemente vestiti intenti alla caccia di uccelli nella laguna, fornisce un contesto narrativo alle "Due Dame", svelando che le donne sono in attesa del ritorno dei loro consorti dalla caccia.

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L'esistenza sul retro della Caccia di una decorazione pittorica in trompe-l'oeil con un'edicola architettonica e delle lettere sospese a un nastro, sta ad indicare che la portella, quando era aperta e piegata, lasciava vedere un'ulteriore scena 'minore' per così dire, con una sua natura morta illusionistica (sulle Dame questa parte non si può vedere perché a fine XIX secolo il dipinto è stato piallato sul retro e assottigliato per applicare un sistema di tiranti in legno che impedissero la progressiva curvatura della tavola, che rischiava di spezzarsi).

Sui margini laterali sia dell’uno che dell’altro dei due frammenti si possono vedere chiaramente delle tacche, degli intagli che, accompagnati da dei fori orizzontali in corrispondenza, stanno a significare senza ombra di dubbio che lì erano applicate delle cerniere saldamente tenute da dei chiodi: il dipinto - unito - era quindi una specie di portella di armadio o pannello di un paravento (o, più difficilmente, di imposta interna di finestra).

Un'allegoria morale: Virtù femminili e amore coniugale

Studi recenti hanno dimostrato che l'intento della rappresentazione è allegorico e morale. Gli oggetti, gli animali e le piante fanno riferimento più o meno esplicito a una chiara allegoria morale: i cani simboleggiano la fedeltà tra gli sposi, le tortore rappresentano il legame coniugale e la fertilità del matrimonio, l'alberello di mirto rappresenta un riferimento coniugale all'amore e alla riproduzione. Anche l'arancia e il giglio (tagliato) rinviano alla verginità e all'amore coniugale, così come la femmina del pavone è simbolo esplicito della fecondità della sposa. Il pappagallo, nella sua caratteristica di essere capace di 'parlare', sa ripetere il nome dell'amato lontano e saprebbe formulare parole di devozione religiosa.

Quindi: amore coniugale, purezza, resistenza alle tentazioni dei sensi, omaggio ai frutti del matrimonio e dominio delle passioni disordinate. Tutto questo ci fa chiaramente intendere che il dipinto apparteneva (portella di un armadio o pannello di un paravento o imposta interna) a un arredamento di camera nuziale che, quindi, del matrimonio (e della sposa in particolare) ricordava ed esaltava virtù, pregi e caratteri. La casa, le stanze destinate alle donne in particolare, sono il luogo nel quale le virtù femminili si manifestano e sono riconosciute; in questi spazi l’universo femminile ha modo di affermarsi e di esercitare il suo ruolo e il suo potere, ma in questi spazi la donna è anche in qualche modo limitata e prigioniera.

La fortuna critica e il fascino intramontabile

"Le Due Dame" hanno sempre esercitato un grande fascino su critici e storici dell'arte. John Ruskin, il grande storico d'arte inglese, riteneva che fosse il più bel quadro del mondo, esaltandone la potenza delle ombre, la precisione dei dettagli, la ricchezza del colore e la rappresentazione della vita animale.

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La complessa simbologia dell'amor coniugale, il meraviglioso equilibrio di forme e colori e l'atmosfera di malinconica attesa contribuiscono al fascino intramontabile di questo capolavoro. Anche nella sua condizione di frammentarietà, il dipinto appare disseminato di indizi che invitano l'osservatore a indagare e interpretare il suo significato.

Le interpretazioni psicologiche e l’atmosfera del dipinto ci condizionano quindi ancora oggi, come hanno condizionato la lettura di quest’opera da parte dei critici e degli storici Otto e Novecenteschi che hanno più o meno consapevolmente creato il mito delle cortigiane. Ma le nostre Due Dame hanno una innegabile e alta qualità pittorica, uno splendore di colori, una perfezione nel disegno, una raffinatissima relazione tra le parti e il tutto, una ragnatela, infine, di rimandi e di significati che dà indubbiamente vita a un capolavoro poetico e magico: l’occhio dell’osservatore non si sazia mai di indagare fin nei più piccoli dettagli quest’universo policromo e muto raggelato in una sorta di umida vertigine. E il fanciullo che avanza tra le colonnine: da quale lontananza giunge? È un paggio curioso, un messaggero d’amore, un ragazzetto a servizio, il figlio o il fratello di una delle donne? A chi appartengono i calcagnetti rossi che gli stanno davanti?

Dalla pittura all'alta moda: L'influenza di Carpaccio

L’arte di Carpaccio ha ispirato anche il mondo della moda. Di lente si può davvero parlare nel caso del nuovo ciclo di dipinti di Marco Petrus, che il pittore milanese fa derivare, più o meno direttamente, dalla visione e dallo studio attento delle opere di Carpaccio e di Giovanni Mansueti. In particolare, la serie trae suggestione dalle linee e dai pattern delle tradizionali braghe veneziane che vestono le figure nei grandi teleri esposti alle Gallerie dell’Accademia. Il primitivismo dei Maestri antichi diventa, nella serie Capricci, una traduzione mentale che astrae un particolare del dipinto o del ciclo pittorico e lo esplode sulla tela. Il processo parte da una minuziosa analisi dei dettagli decorativi e si sviluppa nella ripetizione e riproduzione delle trame cromatiche, esplicitandosi infine nella riflessione e inflessione dei ritmi che ne escono. Le forme lineari e iconiche dei capolavori di Carpaccio e Mansueti sono state, nei secoli scorsi, fonte di fascinazione per molti autori sintetisti e simbolisti, «alla ricerca di un primitivismo preaccademico»1, e anche per numerosi campioni del ritorno all’ordine e del realismo magico italiano. La verità e la semplicità dei Maestri antichi e al contempo il senso di sospensione e inquietudine che riverberano nei cicli pittorici o nei dipinti- uno fra tutti Due dame di Carpaccio nella lettura che ne diede John Ruskin-, riecheggiano nelle città attraversate in silenzio da Petrus lungo tutta la sua produzione matura. L’arte di Petrus non prevede figura, come per i padri dell’astrattismo di primo ‘900, poiché in un certo modo la figurazione disturba la resa del ritmo, del colore, della musica. Non entrano, nella pittura di Petrus, nemmeno la narrazione o l’aspetto decorativo perché, soprattutto nelle celebri visioni della città di Milano, la concentrazione è massima a rendere lo sguardo fotografico, le architetture immerse nel silenzio, le segrete corrispondenze che si ritrovano nel nostro quotidiano. Fanno eco la sintesi sironiana e la volontà compositiva e costruttiva degli anni venti e trenta, i silenzi di Hopper, l’isolamento dell’oggetto di Morandi. In Capricci le geometrie di Petrus sembrano diventare musica, in alternanza tra armonia e disarmonia, e sono governate dalla sintesi e dall’essenzialità. Bisogna cercare il ritmo, scriveva Elena Pontiggia a proposito delle città di Petrus, e anche in queste nuove opere l’artista ritrova il ritmo applicando la sua peculiare lente non alle visioni e agli scorci urbani ma ai particolari, ai dettagli della storia. Se Alessandro Mendini per commentare la sua produzione parlava di «architettura vista sub specie pittorica», con Capricci la prospettiva si capovolge ed ora è la pittura ad essere resa sub specie architettonica.3 Il titolo della serie non deve trarre in inganno. Di Capricci non si tratta nel senso tradizionale del termine, perché le opere non sono frivolezze estemporanee ma esprimono una lenta sedimentazione e riflessione sulla materia antica e sui Maestri dell’arte primitiva veneziana. Petrus gioca sull’ambiguità del titolo. Sono Capricci perché nella sua produzione si stagliano come un unicum, almeno fino ad oggi, o perché richiamano la tipologia compositiva della veduta costruita che accompagna la pittura veneziana tra il XVII e il XVIII secolo? A ben guardare, le combinazioni e le riproduzioni dei Capricci non prevedono invenzioni nel senso classico del termine, ma agiscono piuttosto sul significato dell’ingrandimento, del blow up tratto dall’antico, che viene in questo modo de-contestualizzato e reso materia aniconica e contemporanea. Capricci è un progetto che non va letto nei singoli lavori ma come una grande installazione, dal generale al particolare. Il ciclo Capricci avvolge il visitatore in un universo di textures ripetute e regolari dove si intravedono piccole variazioni e richiami iconografici ma i cui veri protagonisti sono linea e colore. Il risultato è una composizione astratta, monumentale nella scala ma non retorica e, alla fine, anticlassica. Nelle maglie del “tessuto” cromatico di Capricci intervengono delle deformazioni, delle rifrazioni ottiche, degli aggiustamenti, che parlano la lingua del nostro tempo. L’opera di Petrus è astratta, nel senso ambiguo del termine che già faceva interrogare Alfred Barr nel 1936: «Ciò non toglie che l’aggettivo “astratto” sia confuso e persino paradossale. Perché una pittura “astratta” è davvero una pittura effettivamente più concreta poiché limita l’attenzione alla sua superficie immediata, sensuale, fisica molto più di quanto non faccia la tela di un tramonto o di un ritratto. Anche l’aggettivo è confuso, perché implica sia un verbo che un sostantivo. Il verbo astrarre significa estrarre o allontanare da. Ma il sostantivo astrazione è qualcosa di già estratto o allontanato da - tanto che come una figura geometrica o un profilo informe può non avere alcun rapporto apparente con la realtà concreta». Capricci costituisce un punto di arrivo della lunga ricerca che Petrus ha condotto negli anni per individuare la bellezza che soggiace al nostro vivere e al nostro vedere. Una bellezza che l’artista trova nella geometria, inseguita e ricercata nelle città contemporanee, nei moduli compositivi della tradizione classica, infine nei particolari descrittivi dei maestri antichi. Tutta l’arte di Petrus diventa così una sorta di magico e atemporale invito a guardare, a trovare i ritmi nascosti in ciò che vediamo e a fissarli sulla tela. Abbandonata la liquidità del tempo presente, l’hic et nunc in cui siamo immersi, Petrus non esita a scandire nette fasce geometriche con colori puri e a definire un tempo sospeso ed eterno. Il risultato è di grande potenza senza precarietà, di sospensione quasi spirituale.

Carpaccio e la gastronomia: Il celebre Carpaccio

Chiariamolo subito: il celebre piatto denominato “Carpaccio” deriva proprio da questo artista veneziano. Nel 1950, Giuseppe Cipriani, proprietario dell’Harry’s Bar di Venezia, inventò questo secondo a base di carne cruda, ispirandosi a un quadro del Carpaccio. Sosteneva che il suo colore rosso-violaceo ricordasse molto le tinte delle opere del piittore in questione.

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