Il termine "dessert", di origine francese, evoca immediatamente l'immagine di una conclusione dolce e appagante di un pasto. Derivante da "service d’après desserte", ovvero "servizio dopo aver sparecchiato", il dessert rappresenta il culmine gastronomico, un momento di piacere che affonda le sue radici in epoche lontane.
L'Evoluzione del Dessert: Dalle Origini Medievali al Rinascimento
Il concetto di dessert come portata dolce a fine pasto si afferma ufficialmente nel Medioevo. Durante i banchetti medievali, simbolo di potere e ricchezza, si introducevano diverse portate, culminando con un alimento dolce accompagnato da vino aromatizzato al miele. Tuttavia, è nel Rinascimento, con la crescente disponibilità dello zucchero in Europa, che si assiste a una vera e propria rivoluzione nella pasticceria, con dessert sempre più elaborati e raffinati.
Nel banchetto di matrimonio di Ercole II d’Este con Renata di Francia, svoltosi nel 1528 a Ferrara, al termine delle 99 portate, fecero il loro ingresso sculture di zucchero che rappresentavano le fatiche di Ercole. Con l’età Moderna, il dessert si fece sempre più raffinato, e le preparazioni dolci divennero una vera e propria arte, fino ad arrivare al 1780, anno della creazione di quella che è considerata la più antica pasticceria d’Italia, la confetteria Romanengo a Genova.
Il Dolce a Fine Pasto nell'Antichità: Grecia e Roma
L'abitudine di consumare dolci alla fine dei pasti non è un'invenzione recente. Già nell'antica Grecia si apprezzava il sapore dolce come "eccezionale", un modo per concludere in bellezza un ricco banchetto. I dolci erano spesso associati a feste e periodi specifici dell'anno, legati alla disponibilità stagionale degli ingredienti. Tra le preparazioni dolci dell'epoca, il Gastris, un dolce a strati scuri e chiari a base di semi macinati, pepe, miele e frutta secca, rappresenta un esempio significativo. Le informazioni sulla cucina dell'antica Grecia ci sono state tramandate soprattutto grazie all'opera I deipnosofisti di Ateneo di Naucrati.
Anche i Romani seguivano un'abitudine simile, come testimoniano il Satyricon di Petronio e il De Agri Cultura di Catone. Le fonti indicano che i dolci consumati da Greci e Romani traevano ispirazione dalla cucina araba e mediorientale, evidenziando una radicata tradizione di consumo di preparazioni dolci. Gli antichi Egizi, infatti, consideravano gli ingredienti per i dolci come doni degli dei.
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Il Dessert Medievale: Un Simbolo di Potere e Ricchezza
Se l'usanza di concludere il pasto con pietanze dolci era già consolidata, il "dessert" come lo intendiamo oggi, ovvero una vera e propria portata finale curata nell'impiattamento e preparata con ingredienti pregiati, nasce nel Medioevo. In questo periodo si sviluppa l'"arte della tavola", con banchetti sfarzosi che celebravano il potere dell'ospite. L'arredamento della sala, con arazzi, tovaglie, tessuti e stoviglie raffinate, simboleggiava la ricchezza e la potenza. I banchetti prevedevano solitamente quattro portate a base di carne di cacciagione e volatili, intervallate da intrattenimenti musicali e spettacoli. Il Libro de arte coquinaria di Martino de’ Rossi, il più famoso ricettario medievale, testimonia la varietà delle preparazioni dolci dell'epoca, a base di cereali, miele, uova, formaggi e latte. Un esempio è la Torta Bianca, una torta di ricotta con pasta fatta di farina, burro e acqua ripiena di formaggio di pecora e albumi.
"Le Dolci Fatiche": Un Paradosso di Piacere e Sforzo
L'espressione "le dolci fatiche" racchiude un paradosso affascinante: l'apparente contraddizione tra il piacere del dolce e la fatica necessaria per ottenerlo. Questa antitesi si manifesta in diversi aspetti della vita, dalla preparazione di un dessert elaborato all'impegno richiesto per raggiungere un obiettivo ambito.
La Fatica nella Pasticceria
La creazione di un dessert raffinato richiede tempo, abilità e dedizione. La scelta degli ingredienti, la precisione nelle dosi, la cura nella preparazione e la presentazione sono tutti elementi che contribuiscono al risultato finale. Il pasticcere, come un artista, deve affrontare sfide e superare ostacoli per trasformare semplici ingredienti in un'opera d'arte culinaria.
La Metafora della Vita
La preparazione di un dolce può essere vista come una metafora della vita stessa. Come nella pasticceria, anche nella vita è necessario impegno e sacrificio per raggiungere i propri obiettivi. Le difficoltà incontrate lungo il cammino, le "fatiche", possono essere superate con perseveranza, determinazione e passione, portando alla conquista di un "dolce" successo.
Riflessioni sul Concetto di Fatica
Pietro ci invita ad amare, ad amarci e ad amarsi. Presenta l’amore proprio come se fosse il fine di tutta quella fatica. La realizzazione delle nostre sudate fisiche e spirituali. Ci parla di un amore nuovo, incorruttibile, illuminato dal seme di Dio, ovvero dalla sua parola. Pietro forse ci vuole dire che la nostra attesa è un’attesa d’amore, e che le fatiche meritano di essere vinte proprio perché ognuno di noi merita di imparare ad amare. Amore che Dio, a detta sua, ci regala. Ma noi? Noi quanto amiamo Dio?
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Le fatiche sono l’occasione di crescita umana. Al termine di una fatica si sente il profumo della libertà. E questo Dio lo sa molto meglio di noi. Penso che Dio ci conceda il dono della fatica non per cattiveria ma per prepararci alla sua venuta. Ci vuole pronti! Pronti ad amare! L’AMORE.
Dopo aver parlato di fede, dopo averci svelato il suo valore ed il suo sapore, Pietro ci rivela un altro aspetto fondamentale per la nostra relazione con Dio: bisogna imparare a sopportare la fatica. Se davvero ciascuno di noi è dentro un periodo di “attesa”, allora sa per certo che ogni attesa richiede la sua dose di fatica. Basta pensare agli eventi importanti della nostra vita. A partire dalle fatiche più dolci, come prepararsi per un appuntamento con un ragazzo o una ragazza. Preparare la serata, perfezionare i dettagli, combattere il pensiero di non piacere, combattere con lo specchio di casa poco prima di uscire. Sono fatiche! Penso poi alla scuola, all’Università. Preparare un esame, apprendere l’arte dell’organizzazione, rispettare le tempistiche, combattere contro le proprie insicurezze. Sono fatiche! Penso allo sport. Che sia individuale o di squadra, bisogna allenarsi. Bisogna sudare e sopportare il giudizio degli altri, ed anche questo richiede fatica! Penso al lavoro. Capire cosa fare della propria vita, capire come realizzarlo per poi metterlo in pratica. E’ fatica. Vivere senza genitori, non poter abbracciare i propri fratelli, subire un tradimento, convivere con le proprie paure, dare luce alla solitudine, chiedere aiuto. Sono fatiche!
Esempi di "Dolci Fatiche"
- L'attesa: Come nell'attesa di un appuntamento, preparare una serata, perfezionare i dettagli, combattere il pensiero di non piacere, combattere con lo specchio di casa poco prima di uscire sono fatiche che portano a un dolce incontro.
- Lo studio: Preparare un esame, apprendere l’arte dell’organizzazione, rispettare le tempistiche, combattere contro le proprie insicurezze sono fatiche che portano al successo scolastico.
- Lo sport: Allenarsi, sudare e sopportare il giudizio degli altri richiede fatica, ma porta alla vittoria e al miglioramento personale.
- Il lavoro: Capire cosa fare della propria vita, capire come realizzarlo per poi metterlo in pratica è fatica, ma porta alla realizzazione professionale.
- Le difficoltà della vita: Vivere senza genitori, non poter abbracciare i propri fratelli, subire un tradimento, convivere con le proprie paure, dare luce alla solitudine, chiedere aiuto sono fatiche che portano alla crescita personale e alla resilienza.
Il Tiramisù: Un Esempio di Dolce Rinvigorente
Secondo la leggenda il tiramisù sarebbe stato inventato nella seconda metà del Settecento da una maitresse di una casa di piacere sita nel centro storico di Treviso. La signora, padrona del bordello, avrebbe ideato questo dolce afrodisiaco per “rinvigorire” i suoi clienti e risollevargli il morale al momento del loro rientro a casa. Il nome del dolce, infatti significa letteralmente “sollevami” e deriverebbe dal dialetto trevigiano “tireme su”. Sembra che la maitresse offrisse questo dolce ai suoi clienti dicendo loro “desso ve tiro su mi”. Ovviamente il dolce divenne presto famoso e s’impose in tutte le locande e le pasticcerie del luogo. Nella seconda metà del ‘900, persa un po’ la sua reputazione pruriginosa, nelle campagne trevigiane il tiramisù veniva considerato al pari di una medicina ricostituente: veniva, infatti, offerto ai novelli sposi, alle donne puerpere, ai bambini e alle persone in stato di debolezza.
Lo Zabaione: Un Afrodisiaco Naturale
Afrodisiaco naturale sarebbe anche il torinesissimo zabaione. Noto anche come zabajone o zabaglione, è una crema dolce e spumosa a base di tuorli d’uova, zucchero e marsala. Secondo la leggenda, agli albori del XVI, operava a Torino il frate francescano spagnolo Pasquale de Baylon. Pare che il monaco fosse piuttosto famoso fra le dame torinesi dell’epoca per aver inventato una crema all'uovo dalla capacità di “risvegliare anche i mariti più addormentati”. Il successo di questo rinvigorente naturale e domestico fu tale che le signore torinesi iniziarono a tramandarsene la ricetta di madre in figlia e, ben presto, questa uscì dai confini del regno sabaudo e si diffuse in tutta Italia. Il termine dialettale sambajon, da cui viene il nome dello zabaione, deriverebbe proprio dal nome del frate, che fu addirittura santificato come San Baylon. Oltre a fregiarsi del titolo di inventore di questa delizia, il frate fu nominato protettore di tutti i cuochi del mondo nel 1722.
I Fichi Secchi: Uno Sprint Energetico
Al massimo della maturazione dei fichi tantissimi di questi vengono messi a seccare al sole, semplicemente stendendoli sui “cannizz“, attrezzi fatte di canne affiancate ed unite da altre longitudinali, queste permettendo la circolazione dell’aria favorisce il disseccamento. Bastava rigirarli giornalmente e stare attenti che non prendessero l’umidità della sera, mem che meno le sia pur rarissime piogge. Questa accurata lavorazione per i migliori e scelti, il resto dei fichi secchi erano per i braccianti agricoli quel che sono i datteri per i tuareg o le foglie di coca per i popoli andini, uno sprint indispensabile a superare le difficoltà della giornata lavorativa.
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