Benvenuti in un viaggio culinario attraverso i conventi italiani, dove la storia si intreccia con la gastronomia in modi sorprendenti. Nei corridoi silenziosi e nelle cucine spartane dei monasteri, si sono sviluppate alcune delle ricette più antiche e segrete d'Italia. Esplorare la cucina dei conventi è come aprire un libro di storia commestibile, dove ogni ricetta ha una narrazione propria. Tantissime sono le ricette - nonché prodotti e preparazioni della cucina di oggi - che affondano le loro radici nei luoghi di culto ecclesiastici e monastici. Non è di certo una novità il fatto che preti, monache, frati, fossero depositari di un sapere culinario fuori dal comune, in molti casi esperti cuochi e creativi interpreti del territorio. Probabilmente i primi gourmand della storia, gli ecclesiastici hanno sempre manovrato con sapienza prodotti e tecniche, come le conserve, in barba molto spesso a divieti divini e imposizioni religiose. Ancora resistono, arrivando fino a noi, alcuni piatti nati dove il tempo era ed è ancora (in misura minore) scandito da lavoro, preghiera e ovviamente cucina.
Il pane e la sua sacra preparazione
Un classico esempio è il pane di San Francesco, un pane semplice ma nutriente che si dice sia stato il preferito del santo stesso. Nei conventi, la preparazione del pane è un atto di meditazione e dedizione.
Bevande monastiche: tra infusi, liquori e vini
Non meno importanti sono le bevande, come i liquefatti e gli infusi. Il Liquore di San Benedetto è un esempio eccellente, noto per il suo gusto unico e le sue presunte proprietà medicinali. La produzione di birra nei monasteri è una tradizione che risale al Medioevo, quando i monaci iniziarono a produrre birra non solo come bevanda nutriente ma anche come mezzo per garantire l'igiene dell'acqua potabile. In Italia, la tradizione della birra monastica non è diffusa come in Belgio o in Germania, ma alcuni monasteri continuano a produrre piccole quantità di birra artigianale. Il sidro, una bevanda fermentata a base di mele, è meno comune nei monasteri italiani ma può essere trovato in alcune regioni dove la coltivazione delle mele è prevalente. I monaci che producono sidro utilizzano spesso varietà antiche di mele, alcune delle quali potrebbero essere state coltivate nei monasteri per secoli. Non possiamo dimenticare il vino, forse la più celebre tra le bevande prodotte nei monasteri. Molti monasteri in Italia sono situati in regioni vinicole rinomate e sfruttano questo vantaggio per produrre vini che sono spesso espressione pura del loro ambiente. I monasteri producono anche una varietà di liquori, spesso utilizzando ricette che sono state parte della tradizione monastica per secoli. Questi liquori sono tipicamente infusi con erbe, radici e fiori, molti dei quali sono coltivati nei giardini del monastero. Infine, i monasteri spesso preparano acque aromatizzate e tisane utilizzando erbe e fiori. Queste bevande, pur semplici, sono un altro modo in cui i monaci utilizzano le risorse naturali per creare prodotti che supportano la salute e il benessere.
Conserve, marmellate e formaggi: tesori degli orti monastici
I monasteri italiani sono rinomati per le loro conserve e marmellate fatte in casa, prodotte con frutta coltivata nei loro orti. Un esempio squisito è la marmellata di arance amare di Padre Pio, realizzata seguendo un'antica ricetta che si dice abbia proprietà rinvigorenti e terapeutiche. Un altro pilastro della cucina dei conventi è la produzione di formaggi. I formaggi di San Gregorio, ad esempio, sono famosi per la loro texture cremosa e il sapore ricco, frutto dell'arte casearia sviluppata nei secoli dai monaci.
Erbe, tisane e primi piatti: la semplicità della cucina conventuale
Non si può parlare della cucina monastica senza menzionare l'uso di erbe e tisane. Il tè di Santa Hildegarda, a base di melissa, menta e altre erbe curative, è una bevanda calmante che riflette l'approccio olistico dei monasteri alla salute e al benessere. Un primo piatto che rispecchia la profondità e la semplicità della cucina conventuale è la minestra di lenticchie dei Carmelitani.
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Dolci tentazioni: i cantucci e altre delizie
Per finire in dolcezza, i cantucci di Santa Teresa meritano una menzione speciale.
Antica Farmacia dei Monaci Camaldolesi: un marchio di qualità
Antica Farmacia dei Monaci Camaldolesi è un marchio di qualità che, nel tempo, ha saputo contraddistinguersi grazie all'accurata selezione di lavorazioni e prodotti dal sapore antico e speciale. La sua storia non può essere raccontata senza citare anche l'Ospizio stesso legato al Monastero della spezieria di Camaldoli, dove cominciò il tutto facendo risalire le loro lavorazioni addirittura nel primo decennio dell'anno 1000. L’Antica Farmacia dei Monaci Camaldolesi è una realtà che si sviluppa tra le terre della provincia di Arezzo, a pochi chilometri da Firenze, più precisamente in località Camaldoli sita in Poppi. Come in tutte le vite dedite all'attività monastica, lo stile di vita che contraddistingue la dedizione dei benedettini è certamente uno solo: Ora et Labora. E questa realtà non viene semplicemente esplicata attraverso le letture Sacre, bensì anche nella lavorazione dei prodotti che, tutt'oggi, si possono assaporare e gustare senza mai averne abbastanza. Il loro lavoro avviene nell'equilibrio di una vita spirituale che non manca di un'attività quotidiana. È proprio grazie al loro lavoro che si può condividere appieno una dimensione spirituale così unica. La realizzazione dei prodotti dell’Antica Farmacia dei Monaci Camaldolesi è quindi un insieme indissolubile di amore e dedizione. Acquistare questi articoli online sulla vostra enoteca di fiducia è veramente facile e vantaggioso, perché non approfittarne subito? I prodotti dell'Antica Farmacia dei Monaci Camaldolesi sono molti e di diverse tipologie: dalle tisane ai mieli. Proprio sul sito di Enoteca Properzio non potevano mancare i loro antichi mieli, tra cui il dolcissimo Miele d'Acacia, oppure il più particolare Miele di Castagno, direttamente dal loro alveare. Sono disponibili anche alcune tisane depurative, come quella alla gramigna oppure quella al carciofo composta, entrambe perfette per facilitare il processo digestivo e depurare l'organismo in maniera naturale ed efficace. Infine, potrete assaporare il loro incredibile liquore da dessert Lacrima d'Abeto, prodotto in maniera del tutto artigianale, utilizzando l'antica ricetta dell'Antica Farmacia: gli ingredienti utilizzati sono di origine naturale e viene imbottigliato singolarmente come una volta, motivo per cui potrebbe essere soggetto ad alcune lievi variazioni di gusto durante ogni preparazione.
Ricette nate tra le mura del convento: un viaggio nella tradizione dolciaria siciliana e non solo
Ancora resistono, arrivando fino a noi, alcuni piatti nati dove il tempo era ed è ancora (in misura minore) scandito da lavoro, preghiera e ovviamente cucina. Dolci siciliani, sformati campani, conserve, paste fresche, scaturiste dall’arte culinaria del clero e non solo. Ecco una lista di ricette a cui aggiungiamo anche piatti che, pur non essendo nati da mani giunte, a loro si riferiscono per miti e leggende.
Frutta martorana
Tutti conoscono questi piccoli e coloratissimi dolcetti siciliani, fatti di zucchero, mandorle, acqua e poi finemente plasmati a forma di frutta e decorati a mano. La frutta martorana nasce, secondo la leggenda, in ambito monastico, nello specifico a Palermo nel convento di Santa Maria dell'Ammiraglio, che prese il nome “della Martorana” per omaggiare la nobildonna Eloisa Martorana che lo fondò nel 1194. Terzo monastero benedettino di Palermo, qui le monache crearono per la prima volta questo dolce per ingannare un alto prelato in visita nei loro splendidi giardini, ricchi di frutta. Le monache in quell'occasione si resero conto che gli alberi erano spogli a causa del raccolto e da qui l’idea: creare della frutta finta con una pasta di miele e mandorle per replicare quella vera. Il risultato venne così consegnato alla storia, arrivando fino ai giorni nostri.
Genovesi ericine
Sempre in Sicilia ma nel territorio occidentale di Erice, le genovesi sono un altro tipico dolce di origine monacale che ancora sopravvive in queste zone, soprattutto nella famosa pasticceria Grammatico. È stata infatti la sua proprietaria, Maria Grammatico, a riportare alla luce questa semplice preparazione, nata nelle cucine delle monache del convento di San Carlo, dove Maria Grammatico passò parte della propria infanzia. Chiamate così probabilmente per la forma del berretto dei marinari liguri che in tempi antichi frequentavano il porto di Trapani, le genovesi sono fatte con due dischi di pasta frolla ripieni di crema pasticciera e ricoperti di zucchero a velo. A Erice la tradizione continua.
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Cucchitelle
Rimaniamo in Sicilia e ci spingiamo verso la zona meridionale per conoscere le cucchitelle (anche note con il nome di cucchitedde). Si tratta di un dolce che viene preparato nella cittadina di Sciacca, famosa anche per le sue alici. Anticamente questi dolci venivano preparati dalle suore del convento della Badia Grande di Sciacca, a partire dal XIV Secolo, per sostenere economicamente la struttura. Da qui la ricetta è stata poi tramandata alle pasticcerie della zona e Sciacca è praticamente l’unica cittadina siciliana dove viene realizzata (ne abbiamo parlato qui). Sono realizzate con un impasto di pasta di mandorle che va ad avvolgere la zuccata, una sorta di confettura fatta con la zucchina lunga candita, che in Sicilia viene chiamata "zucc"a". Si mangiano tutto l'anno.
Tette delle monache
Si tratta di un dolce che ricorda il seno di una donna, una morbida cupola bianca di pan di Spagna farcita con crema pasticciera, che prende questo nome proprio perché probabilmente nato all’interno di un convento. Le tette delle monache sono una preparazione di origine pugliese, chiamate anche sise delle monache, risalenti al 1500. Leggenda e tradizione vuole che sia stato preparato per la prima volta dalle suore del monastero di Santa Chiara ad Altamura, mentre genesi ancora più fantasiosa fa riferimento a una suora che, per coprire le proprie forme, piazzò tra i due seni della stoffa. Da qui i Tre Monti, altro nome con cui è conosciuto in Abruzzo il dolcetto, dove viene ancora replicato (ne abbiamo parlato qui).
Strozzapreti
Chi non ha mai provato questa tipica pasta fresca romagnola, fatta di sola acqua, farina e sale, senza l’aiuto delle uova? E c’è anche un motivo per cui gli strozzapreti non prevedono l’utilizzo di questo ingrediente, motivo complice anche del suo nome. Infatti un tempo nel territorio dominato dallo Stato Pontificio erano i preti a riscuotere e imporre tasse e dazi molto rigidi, e si racconta che fossero i sacerdoti in persona a richiedere il dovuto in uova anziché in denaro. Per questo le donne del tempo, rimaste senza una materia prima importante, mentre si inventavano modi alternativi per impastare, imprecando maledicevano il clero augurandogli di strozzarsi con le uova. Da qui: strangolapreti o strozzapreti.
Brigidini di Lamporecchio
Si tratta di un dolcetto veloce che ricorda vagamente delle ostie. I brigidini si possono trovare nelle feste paesane e patronali in Toscana, in particolare nella zona di Pistoia. Due le versioni più accreditate per la nascita, entrambe fantasiose ed entrambe monastiche. Una secondo la quale l'invenzione sarebbe avvenuta all’interno del monastero dell’Ordine del SS. Salvatore di Pistoia, ordine fondato da Santa Brigida di Svezia (da cui brigidini). Alcuni sono pronti a scommettere anche su una data: è il 1398, mancano pochi giorni a Natale e Suor Cosima sta cuocendo l’impasto delle ostie, quando le cade dello zucchero all’interno della preparazione. A quel punto decide di modificare l’impasto con ingredienti che ha sotto mano: l’anice e le uova. Nascerebbero così, in modo romantico e casalingo, i brigidini. Chiamati anche sfogliette di Santa Brigida.
Tonno di coniglio
Altra tradizione antichissima dietro la creazione di un piatto della cucina piemontese e toscana: è il tonno di coniglio, una conserva sott’olio ricca di gusto e sapore. Il suo nome trae in inganno, quello stesso inganno da cui è nato: infatti il tonno di coniglio non è una preparazione di pesce ma di carne, che viene lavorata come un prodotto ittico. E i preti cosa c’entrano? La tradizione, quella più folcloristica, vuole che questo piatto sia nato dall’ingegno dei frati di un convento vicino Torino che, per aggirare il periodo di ristrettezze alimentari tipico della Quaresima, lavoravano la carne del coniglio come se fosse tonno in conserva, in modo da non fare peccato. Quasi diabolici.
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Ricette e piatti ispirate al cappello dei cardinali
Il clero qui è coinvolto indirettamente, come motivo di ispirazione per dare curiosi nomi a ricette dolci e salate in tutta Italia, soprattutto al sud. Come in queste preparazioni tutte ispirate al famoso cappello del cardinale, ampio e rosso. Partiamo dal timpano del cardinale, una prelibata preparazione campana con pasta al forno racchiusa in uno scrigno di pomodori San Marzano. Oppure i cardinali alla crema, un dolce sardo chiamato anche cardinales, soffici tortine farcite con crema pasticciera con un tuppo colorato di rosso che ricorda appunto il cappello del prelato.