Allergie e intolleranze nella birra: una guida completa

La relazione tra birra e allergie è un tema sempre più attuale e rilevante. Con la diffusione delle birre artigianali e l’uso di ingredienti innovativi, cresce l’attenzione verso possibili reazioni avverse. Chi ama la birra ma soffre di allergie o intolleranze alimentari deve porsi qualche domanda in più: la birra contiene allergeni nascosti? Come capire se una birra è sicura per chi ha determinate sensibilità? L’interesse verso questi aspetti è alimentato anche dalle normative recenti e dalla maggiore consapevolezza dei consumatori. In questo articolo affronteremo in modo scientificamente accurato tutti i dubbi su allergie e birra, analizzando ingredienti, processi produttivi e obblighi di etichettatura.

Nota legislativa

In Europa la normativa impone trasparenza sugli allergeni alimentari. Il Regolamento (UE) 1169/2011 stabilisce che gli ingredienti allergenici (ad esempio cereali contenenti glutine come orzo o frumento, e additivi come i solfiti oltre una certa soglia) siano indicati chiaramente in etichetta, spesso evidenziati in grassetto. Inoltre, per definire una birra “senza glutine”, il contenuto di glutine deve essere inferiore a 20 ppm (parti per milione) secondo la normativa vigente.

Ingredienti della birra e potenziali allergeni

La birra tradizionale è prodotta con pochi ingredienti fondamentali - acqua, malto d’orzo, luppolo e lievito - ma ognuno di essi può scatenare reazioni indesiderate in soggetti sensibili. Inoltre, le moderne birre artigianali spesso aggiungono ingredienti extra (come frutta, spezie o miele) che ampliano lo spettro dei potenziali allergeni.

Cereali maltati (orzo, frumento, segale)

Contengono glutine, proteina responsabile di reazioni avverse nei celiaci e in persone con sensibilità al glutine. L’orzo maltato è l’anima di molte birre, ma rappresenta un problema per chi deve evitarlo. Anche il frumento (presente in birre weiss e altre) e altri cereali tradizionali contengono glutine. Per fortuna esistono anche birre senza glutine pensate per chi soffre di celiachia - realizzate con cereali alternativi o trattamenti enzimatici - su cui torneremo in dettaglio più avanti.

Luppolo

È il fiore (infiorescenza) che conferisce amarezza e aroma alla birra. Pur non essendo tra gli allergeni alimentari più comuni, il luppolo contiene proteine polliniche che, in rari casi, possono causare vere e proprie allergie. Alcune persone particolarmente sensibili al polline di luppolo possono manifestare starnuti, prurito o altri sintomi simili alle allergie stagionali durante la manipolazione o l’inalazione di luppolo secco. Fortunatamente, le reazioni da consumo di birra legate al luppolo sono poco frequenti, ma l’allergia al luppolo esiste e merita attenzione (ne parleremo più avanti).

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Lievito di birra (Saccharomyces cerevisiae)

Il lievito è il microrganismo che permette la fermentazione alcolica, ma contiene proteine che possono scatenare reazioni in soggetti predisposti. È più comune riscontrare un’intolleranza al lievito (con disturbi digestivi, gonfiore, ecc.) piuttosto che un’allergia IgE mediata. Tuttavia, sono documentati casi di allergia al lievito con sintomi come orticaria o difficoltà respiratorie dopo ingestione di birra o pane contenente lieviti. Inoltre, chi segue diete particolari - ad esempio chi soffre di candidosi recidivante - talvolta deve limitare alimenti con lieviti. Le proteine del lievito, specie se la birra è non filtrata, restano in sospensione e possono contribuire a reazioni avverse in individui sensibili.

Additivi e coadiuvanti tecnologici

Benché la birra “pura” secondo tradizione non richieda additivi, alcune birre contengono solfiti aggiunti come conservanti (tipico più nei sidri e vini, ma presenti anche in certe birre, specie alla frutta). I solfiti possono scatenare reazioni avverse (soprattutto in soggetti asmatici). Altri coadiuvanti come agenti chiarificanti derivati da pesce (colla di pesce/isinglass) o da altri allergeni possono lasciare tracce, sebbene in molti casi - come l’isinglass - siano esenti da obbligo di etichettatura perché i residui nel prodotto finito sono considerati trascurabili. Ad esempio, l’uso di colla di pesce per filtrare la birra è generalmente ritenuto sicuro anche per gli allergici al pesce, tanto che l’UE ne esenta l’indicazione in etichetta. Nonostante ciò, chi è molto allergico potrebbe preferire birre chiarificate con metodi alternativi (o non chiarificate del tutto, come molte birre vegane).

Ingredienti speciali (spezie, frutta, miele, ecc.)

La creatività brassicola moderna porta spesso all’utilizzo di ingredienti non convenzionali. Pensiamo alle birre alla frutta, alle birre speziate o alle birre prodotte con miele, castagne, cacao, caffè e persino frutta secca. Ogni aggiunta può introdurre potenziali allergeni: le spezie come coriandolo, zenzero o cannella raramente causano allergia, ma casi isolati esistono; la frutta può provocare allergia crociata in soggetti allergici ai pollini (ad es. chi è allergico al polline di betulla potrebbe reagire a mele o pesche usate in una birra alla frutta); il miele può contenere tracce di pollini che danno reazioni in individui allergici; la frutta secca o i derivati (arachidi, nocciole, mandorle) impiegati in alcune birre pastry o stout speciali (es. peanut butter porter) sono allergeni noti e devono essere dichiarati. In pratica, più una birra si allontana dagli ingredienti classici, più attenzione serve per chi ha allergie alimentari.

Il glutine nella birra

L’allergene numero uno associato alla birra è senza dubbio il glutine. Il glutine è un complesso proteico presente nei cereali come orzo, frumento, segale e avena (quest’ultima in forma non decontaminata). Nella birra, il glutine proviene principalmente dal malto d’orzo e dal frumento utilizzato in alcuni stili.

Celiachia vs allergia al grano

La celiachia non è un’allergia ma un’intolleranza autoimmune al glutine: l’ingestione di anche piccolissime quantità di glutine provoca una reazione immunitaria anomala nell’intestino tenue, con conseguenti lesioni della mucosa e sintomi anche gravi. Esiste anche l’allergia al frumento, che è invece una classica reazione IgE-mediata a specifiche proteine del grano (che possono includere frazioni del glutine). Chi è allergico al frumento potrebbe teoricamente tollerare l’orzo, ma spesso per sicurezza viene consigliato di evitare tutte le fonti di glutine.

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Birre senza glutine

Negli ultimi anni l’industria ha sviluppato diverse soluzioni per permettere anche ai celiaci di godersi una birra. Esistono birre artigianali senza glutine prodotte sostituendo i cereali classici con materie prime naturalmente prive di glutine - ad esempio miglio, riso, mais, grano saraceno, sorgo - oppure intervenendo sul prodotto finito con enzimi che degradano il glutine. Un esempio è l’enzima proteasi utilizzato in alcuni birrifici per “spezzare” le molecole di glutine durante la fermentazione, ottenendo così birre “gluten removed”. Dal punto di vista normativo, una birra può essere etichettata “senza glutine” solo se contiene meno di 20 mg/L di glutine (20 ppm); vi è anche la dicitura “con contenuto di glutine molto basso” per prodotti sotto i 100 ppm, sebbene sia poco usata rispetto al claim gluten free. È importante notare che, sebbene tali birre siano sicure per la maggior parte dei celiaci, una piccola percentuale di persone molto sensibili preferisce consumare birre prodotte interamente con cereali alternativi piuttosto che quelle deglutinate enzimaticamente (per scrupolo, in quanto gli attuali test certificano l’assenza di frammenti immunoreattivi, ma non tutti i celiaci si fidano allo stesso modo). Chi soffre di celiachia dovrebbe dunque orientarsi su prodotti dichiarati gluten free e riportanti in etichetta la dicitura specifica. Fortunatamente, l’offerta di birre per celiaci è sempre più ampia: oggi molti birrifici artigianali producono versioni senza glutine dei propri cavalli di battaglia, e catene e shop online offrono intere sezioni dedicate alle birre gluten free.

Solfiti nella birra

I solfiti sono composti a base di zolfo (anidride solforosa e solfiti di sodio/potassio) utilizzati come conservanti per le loro proprietà antiossidanti e antimicrobiche. Sono famosi per la loro presenza nel vino, ma si trovano anche in alcuni alimenti e bevande fermentate. Nel mondo della birra, i solfiti non sono solitamente aggiunti nelle birre tradizionali a bassa/media gradazione, perché il processo produttivo e il luppolo stesso garantiscono una buona conservazione. Tuttavia, alcune birre particolari - ad esempio birre alla frutta dolci, birre analcoliche, o certe birre artigianali in cui si vuole bloccare la fermentazione residua - possono contenere solfiti aggiunti volontariamente.

Reazioni ai solfiti

Le reazioni avverse ai solfiti si manifestano in genere come intolleranze più che allergie vere e proprie. Molte persone con asma riferiscono un peggioramento dei sintomi respiratori dopo l’assunzione di solfiti oltre una certa dose. I sintomi più comuni includono mal di testa, rossori sul viso (flushing), orticaria, prurito, respiro sibilante e attacchi asmatici nei casi peggiori. La sensibilità ai solfiti varia: c’è chi può bere tranquillamente un bicchiere di vino (che può avere 100+ mg/L di solfiti) senza conseguenze, e chi invece reagisce a quantità molto basse. Per questo la legge tutela i consumatori imponendo l’indicazione “contiene solfiti” se il contenuto nel prodotto supera i 10 mg/L. Molte birre, avendo un contenuto in solfiti inferiore a questa soglia, non riportano nulla in etichetta - e in effetti la maggioranza delle birre non presenta rischi significativi su questo fronte. Tuttavia, birre con aggiunta di succhi di frutta o d’ispirazione vinicola (ad esempio qualche Belgian lambic con mosto d’uva) potrebbero avvicinarsi al limite. Va detto che il livello di solfiti nella birra è in genere molto più basso che nel vino: spesso inferiore a 10 mg/L, quindi al di sotto della soglia di dichiarazione obbligatoria. Ciò significa che il consumatore medio di birra raramente vedrà la scritta “contiene solfiti” su una bottiglia. Nonostante questo, se sei particolarmente sensibile a queste sostanze, può essere utile preferire birre fresche, a bassa gradazione e senza ingredienti addizionali come puree di frutta. In ogni caso, l’assenza dell’avvertenza sull’etichetta è un buon indicatore: se non c’è scritto nulla, i solfiti sono presenti in quantità trascurabile. Quando invece la dicitura è presente, è doveroso moderare il consumo o optare per alternative. Un organismo come l’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) ha valutato attentamente la sicurezza dei solfiti negli alimenti, raccomandando di indicarne sempre la presenza oltre i 10 mg/L per aiutare i consumatori sensibili a regolarsi.

Allergia al luppolo

Il luppolo è un ingrediente iconico della birra, ma l’allergia al luppolo è decisamente rara. Si tratta comunque di una realtà documentata, soprattutto in ambito professionale: alcuni birrai o coltivatori di luppolo sviluppano sintomi allergici da contatto o inalazione della polvere di luppolo (che contiene pollini e resine). Tali sintomi possono includere rinite allergica (starnuti, naso che cola, occhi arrossati) e dermatiti da contatto sulle mani e braccia. Ma cosa succede bevendo birra? Durante la bollitura del mosto gran parte degli allergeni del luppolo (come il polline) vengono denaturati o rimossi. Inoltre, il luppolo usato in birrificazione è spesso in forma di pellet concentrato, meno ricco di pollini volatili rispetto alle infiorescenze intere. Quindi l’esposizione dell’organismo al “vero” allergene del luppolo quando si beve birra è limitata. Ciò non toglie che un soggetto fortemente allergico possa reagire anche a minime tracce: ad esempio, c’è chi lamenta prurito alla gola o lieve orticaria dopo birre estremamente luppolate (come alcune IPA cariche di dry-hopping).

Incroci e alternative

Chi è allergico al luppolo spesso è un grande sfortunato, perché quasi tutte le birre contengono questa pianta. In passato, però, esistevano birre preparate con spezie ed erbe al posto del luppolo (le cosiddette gruit medievali). Oggi qualche birraio sperimentale ripropone questa strada, creando birre alle erbe senza luppolo. Dunque, se una persona fosse allergica proprio al luppolo, potrebbe provare a cercare queste rarissime birre alternative prive di luppolo oppure orientarsi su bevande affini (idroMele al luppolo assente, ad esempio). Nel nostro panorama moderno comunque il caso è talmente raro che non esistono linee di prodotti “hop-free” dedicate. Per la stragrande maggioranza degli appassionati, anche quelli con tante allergie, il luppolo non rientra tra i soliti sospetti. È più probabile che sintomi attribuiti alla “allergia alla birra” siano legati ad altro (glutine, lievito, istamina…) piuttosto che al luppolo. In conclusione, l’allergia al luppolo è una curiosità più che una preoccupazione diffusa, ma conviene esserne consapevoli: se dopo aver bevuto birre particolarmente luppolate noti reazioni strane, potrebbe valere la pena discuterne con un allergologo.

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Allergia al nichel e birra

L’allergia al nichel è molto comune, ma viene principalmente associata al contatto con oggetti metallici (bigiotteria, bottoni, ecc.). Tuttavia, esiste anche una sindrome da allergia sistemica al nichel (SNAS) in cui l’assunzione alimentare di questo metallo può scatenare sintomi cutanei (eczemi), gastrointestinali e sistemici. Il nichel è un elemento presente un po’ ovunque in natura: suoli, acque, piante ed alimenti ne contengono tracce variabili. Studi sull’argomento hanno rilevato che la birra contiene in media 0,1 - 0,5 mg/L di nichel, valori che, pur essendo bassi, potrebbero contribuire all’esposizione totale al nichel di un soggetto sensibile. Le fonti di nichel nella birra sono molteplici: i cereali (orzo, frumento) possono assorbire nichel dal terreno durante la coltivazione; l’acqua di birrificazione può contenere piccole quantità di nichel a seconda dell’origine (soprattutto se proviene da falde contaminate o acque molto dure); gli impianti in acciaio inox utilizzati nella produzione possono cedere tracce di nichel (l’acciaio inossidabile contiene nichel nella lega, sebbene di solito le cessioni siano minime e nei limiti di sicurezza alimentare). Cosa significa tutto ciò per un allergico al nichel? In generale, chi soffre di SNAS deve seguire diete a basso contenuto di nichel.

Intolleranza all'istamina e birra

L'intolleranza all'istamina non è né un'allergia alimentare né un'intolleranza alimentare, gli esperti parlano invece di pseudo-allergia. I sintomi sono molto diversi per tipo e intensità e possono interessare più sistemi di organi. Infatti, può causare arrossamento della pelle, prurito, dolore addominale, diarrea, problemi circolatori e respiratori. In assenza di test scientificamente approvati, l'intolleranza all'istamina è difficile da diagnosticare. Il trattamento consiste in un sostanziale cambiamento nella dieta, includendo cibi a basso contenuto di istamina e quelli che non inducono secrezione di istamina nel corpo.

Cos'è l'intolleranza all'istamina?

Con l'intolleranza all'istamina, il corpo reagisce all'istamina nel cibo. Le cause esatte rimangono tuttora inspiegabili. Gli specialisti sospettano che nella maggior parte dei casi il fenomeno origini da un'errata scomposizione dell'istamina da parte dell'organismo, quindi gli alimenti contenenti istamina o che rilasciano istamina scatenano i sintomi perché non sono tollerati. Poiché non è né un'allergia alimentare né un'intolleranza alimentare, i medici parlano di pseudo-allergia. I disturbi sono spesso aggravati dallo stress, da pressione psicologica e dalla sindrome premestruale.L'intolleranza all'istamina è la terza intolleranza alimentare più comune dopo l'intolleranza al lattosio e il malassorbimento del fruttosio. La malattia si sviluppa gradualmente nel corso della vita e colpisce prevalentemente le donne di mezza età. Il quadro dei disturbi può anche verificarsi a seguito di altre reazioni di intolleranza o allergie o accompagnarle.

Quali sono i sintomi dell'intolleranza all'istamina?

I sintomi dell'intolleranza all'istamina possono essere molto diversi e possono interessare varie aree del corpo.

Cos'è l'istamina?

Chimicamente, l'istamina è una delle ammine biogeniche prodotte durante la scomposizione e il rimodellamento delle proteine; è prodotta dall'organismo stesso e viene assorbita anche durante i pasti. Nell'uomo, l'istamina agisce come un ormone tissutale e, come messaggero nervoso (neurotrasmettitore), regola anche il ritmo sonno-veglia. Inoltre, svolge un ruolo centrale nel sistema immunitario ed è coinvolta in reazioni allergiche e processi infiammatori. L'istamina si trova in numerosi alimenti non trasformati e trasformati. Il particolare contenuto di istamina può variare notevolmente: ad esempio, il processo di stagionatura del formaggio provoca un aumento del contenuto di istamina tanto quanto la produzione di salsicce, crauti e altre verdure acetiche. In tutti questi casi, i microrganismi convertono l'amminoacido istidina nell'ammina biogenica istamina. Inoltre, i cibi che inibiscono l'attività dell'enzima diammina ossidasi nel corpo, che scompone l'istamina, sono altrettanto problematici; parliamo ad esempio di alcol, cioccolato o tè.

Come si sviluppa l'intolleranza all'istamina?

La causa dell'intolleranza all'istamina sembra risiedere in uno squilibrio tra formazione, assunzione e degradazione dell'istamina: normalmente, l'organismo tollera anche quantità elevate di istamina. In alcuni casi, tuttavia, anche piccole quantità possono causare sintomi, ad esempio in caso di intolleranza all'istamina o se le persone colpite consumano prodotti scatenanti come alcol o formaggio. In linea di principio, l'istamina viene scomposta principalmente nell'intestino tenue con l'aiuto dell'enzima diammina ossidasi (DAO).

In che modo il medico diagnostica l'intolleranza all'istamina?

I sintomi dell'intolleranza all'istamina sono estremamente diversi fra loro. Tra l'altro, non esistono ancora metodi di laboratorio significativi, il che rende difficile stabilire una diagnosi certa. Inoltre, il contenuto di istamina negli alimenti varia notevolmente: ciò dipende dal grado di maturità, dalla durata di conservazione e dalla lavorazione dei prodotti. In caso di disturbi, il medico di famiglia è di solito il primo contatto. Egli si informa circa la precedente storia medica (anamnesi), per sapere quali sintomi sono attualmente presenti o se vi siano eventuali malattie precedenti. Poiché i sintomi dell'intolleranza all'istamina sono spesso simili a quelli dell'intolleranza o dell'allergia alimentare, è importante escludere queste o altre cause (diagnosi differenziale). La prima fase di cambiamenti nella dieta consiste nel provare ad evitare certi cibi (astinenza). Durante questo periodo, i malati eliminano costantemente dalla dieta tutti gli alimenti ricchi di istamina o che rilasciano istamina per 10, massimo 14 giorni. Questo vale anche per l'alcol e i farmaci che inibiscono l'enzima diammina ossidasi coinvolto nella degradazione dell'istamina. Anche gli antistaminici, cioè i farmaci usati per combattere le reazioni allergiche, sono tabù durante questo periodo. Dopo la fase di astinenza, viene eseguito un test di provocazione, nel corso del quale gli alimenti “sospetti" vengono reintrodotti in modo mirato per determinare la tolleranza individuale all'istamina e trovare una formula di dieta personalizzata che soddisfi il fabbisogno nutrizionale. Una volta trovata la dieta appropriata, viene raggiunta la terza e ultima fase.

Cosa puoi fare se soffri di intolleranza all'istamina?

Se soffri di intolleranza all'istamina, è importante prestare maggiore attenzione a ciò che si trova nel tuo menu. Ma quali alimenti sono adatti per l'intolleranza all'istamina e quali no? Si consiglia di focalizzarsi su alimenti di alta qualità; questi dovrebbero essere freschi e non trasformati. Il motivo di ciò risiede nel fatto che il contenuto di istamina cresce in rapporto al tempo in cui l’alimento matura o viene conservato. È inoltre necessario prestare attenzione agli alimenti che favoriscono la secrezione di istamina nel corpo o inibiscono l'enzima DAO, che scompone l'istamina. Non adatti sono la carne e il pollame affumicati, stagionati, essiccati, marinati, mal conservati o a rischio di essere avariati, così come gli estratti di carne e il fegato. Salsicce crude (salame, salsiccia Cervelat, salsiccia di maiale), prosciutto crudo. Pesce, soprattutto con carne scura, ma anche in scatola: pesce in scatola, sgombro, tonno, aringhe, acciughe. Prodotti lattiero-caseari come ricotta, burro, panna, crema di formaggio, Kefir, latticello, latte fresco, yogurt, panna acida, uova.

Lievito di birra e diarrea nei cavalli

La diarrea nei cavalli può essere causata da diversi fattori, tra cui l'alimentazione. Nel caso specifico, l'utente riporta un caso di diarrea in una capretta e ipotizza diverse cause, tra cui il mais somministrato, bacche di sambuco selvatico e zucchine. Il veterinario suggerisce la somministrazione di lievito di birra e/o crusca.

Il ruolo del lievito di birra

Il lievito di birra è un probiotico, ovvero un microrganismo vivo che, se somministrato in quantità adeguata, può avere effetti benefici sulla salute dell'ospite. Nel caso dei cavalli (e delle capre), il lievito di birra può aiutare a ripristinare l'equilibrio della flora intestinale, che può essere alterato da diversi fattori, tra cui:

  • Alimentazione: cambiamenti nella dieta, eccesso di carboidrati (come il mais), alimenti avariati o contaminati.
  • Infezioni: batteriche, virali o parassitarie.
  • Stress: viaggi, competizioni, cambiamenti ambientali.
  • Farmaci: antibiotici, antinfiammatori.

Un'alterazione della flora intestinale può causare diarrea, in quanto i batteri "cattivi" prendono il sopravvento sui batteri "buoni", compromettendo la digestione e l'assorbimento dei nutrienti. Il lievito di birra può aiutare a ripristinare l'equilibrio, favorendo la crescita dei batteri benefici e contrastando la proliferazione di quelli dannosi.

Come somministrare il lievito di birra

Il lievito di birra può essere somministrato in diverse forme:

  • In polvere: può essere miscelato direttamente nella razione di cibo.
  • In compresse o capsule: più pratico da somministrare, soprattutto se l'animale è restio a mangiare il lievito in polvere.
  • In forma liquida: meno comune, ma può essere utile per animali che hanno difficoltà a deglutire.

La dose di lievito di birra da somministrare dipende dal peso dell'animale e dalla gravità della diarrea. È sempre consigliabile consultare un veterinario per determinare la dose appropriata e la durata del trattamento.

Altre considerazioni

Oltre al lievito di birra, è importante adottare altre misure per contrastare la diarrea nei cavalli (e nelle capre):

  • Garantire un'adeguata idratazione: la diarrea può causare disidratazione, quindi è fondamentale assicurarsi che l'animale abbia sempre a disposizione acqua fresca e pulita.
  • Somministrare fieno di buona qualità: il fieno è una fonte di fibra importante per la salute intestinale.
  • Evitare alimenti che possono irritare l'intestino: come il mais, le zucchine e altri alimenti potenzialmente problematici.
  • Monitorare attentamente le condizioni dell'animale: se la diarrea persiste o peggiora, è necessario consultare immediatamente un veterinario.

Nel caso specifico riportato dall'utente, è probabile che le zucchine abbiano contribuito alla diarrea, in quanto sono molto acquose e povere di fibra. Tuttavia, è importante considerare anche le altre possibili cause, come l'eccesso di mais o le bacche di sambuco selvatico. La somministrazione di lievito di birra e l'eliminazione degli alimenti potenzialmente problematici hanno portato alla risoluzione del problema, ma è fondamentale continuare a monitorare attentamente l'animale per prevenire recidive.

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