La Danza dei Panini di Chaplin: Un'Analisi di "La Febbre dell'Oro"

Charles Chaplin, figura poliedrica del cinema, non fu solo attore, regista, sceneggiatore e produttore, ma anche un ballerino di talento. La danza, elemento ricorrente nelle sue opere, raggiunge il suo apice in "La Febbre dell'Oro" (The Gold Rush, 1925), un film che Chaplin stesso desiderava fosse ricordato come il suo capolavoro.

Chaplin: Un Artista Multiforme

Chaplin amava moltissimo la danza. Come sappiamo tutti è stato non solo un attore, ma anche regista, sceneggiatore, produttore e ballerino.

"La Febbre dell'Oro": Un'Epopea Comica e Poetica

"La Febbre dell'Oro" è un film in strardinario equilibrio tra comicità, poesia e dramma che rivela la profonda libertà espressiva del suo autore. La storia è quella del povero cercatore d’oro che, affascinato dalla corsa alla ricchezza, parte per il mitico Klondike.

All'inizio degli anni Quaranta Chaplin decise di rimettere mano a una delle sue opere più pure, sostituendo le didascalie originali con un commento narrato, modificando il montaggio e scorciando il finale.

Genesi di un Capolavoro

Come diceva René Clair: Prima di tutto c’è il cinema. Così Charles Chaplin descrisse nella sua Autobiografia la genesi di La febbre dell’oro: “Finalmente ero libero di girare la mia prima comica per la United Artists, e ansioso di eguagliare il successo del Monello. Per settimane mi arrovellai nel tentativo di trovare una buona idea. Poi, una domenica mattina, mentre ero dai Fairbanks per il week-end, mi misi a guardare, con Douglas, dopo colazione, delle diapositive stereoscopiche. Alcune erano vedute dell’Alaska e del Klondike; una era del Chilkoot Pass, con una lunga fila di cercatori che scalavano il monte coperto di ghiaccio, e una didascalia stampata sul rovescio che descriveva i disagi e le difficoltà affrontati per superarlo. Pensai che questo era un tema magnifico. Subito cominciarono a svilupparsi le situazioni comiche e, pur non avendo ancora steso un soggetto, la storia prese forma nelle sue linee generali.

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Ispirazioni Tragiche e Trasposizioni Comiche

È paradossale che nell’elaborazione di una comica la tragedia stimoli il senso del ridicolo; perché il ridicolo, immagino, è un atteggiamento di sfida: dobbiamo ridere in faccia alla tragedia, alla sfortuna e alla nostra impotenza contro le forze della natura, se non vogliamo impazzire. Lessi un libro sulla spedizione Donner che, diretta in California , sbagliò strada e si smarrì sui monti ricoperti di neve della Sierra Nevada. Su centosessanta pionieri ne sopravvissero soltanto diciotto: per la maggior parte morirono di fame e di freddo. Alcuni si diedero al cannibalismo, divorando i propri caduti, altri arrostirono i mocassini per alleviare i morsi della fame. Fu quest’orribile tragedia a darmi lo spunto per una delle mie scene più comiche. In preda ad una fame irresistibile mi bollivo una scarpa e la mangiavo, togliendo i chiodi come se fossero le ossa di un delizioso cappone e mangiando le stringhe come spaghetti. Nel delirio provocato dall’inedia, il mio partner si convince che io sono un pollo e vuole divorarmi.

Chaplin si ispirò ad un drammatico episodio di cronaca narrato da Charles Fayette McGlashan nel libro History of the Donner Party. A Tragedy of the Sierra (A. Carlisle & Co., San Francisco 1922), un episodio di cannibalismo accaduto in una spedizione sperdutasi in California nel 1847.

La Trama: Fame, Amore e Ricerca dell'Oro

Il personaggio del povero vagabondo questa volta si trova in Alaska, terra di cercatori d’oro, dove patisce il freddo, la fame e la solitudine. Incontra prima il temibile Black Larsen per poi instaurare un sodalizio con il robusto Giacomone in cui si imbatte accidentalmente cercando un rifugio in una baracca di legno. I due dovranno cercare di sopravvivere insieme alla fame e al freddo.

Il Vagabondo è il solo a opporvi un’etica personale fatta di gentilezza, stupore, ostinazione e fantasia, con un piglio da eroe: epico nel modo in cui trasforma ogni miseria in grazia, ogni fallimento in un atto di resistenza, ogni movimento in gesto artistico.

Un Sogno di Capodanno e la Danza sul Tavolo

Dopo aver atteso invano Georgia e le sue amiche durante la notte di Capodanno che ha organizzato in casa, si addormenta e sogna l’arrivo delle ragazze, per le quali improvvisa la famosissima danza sul tavolo.

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La "Danza dei Panini": Un Simbolo di Ingegno e Speranza

Al vertice delle numerose gag sta però, ancora oggi, la scena della danza dei panini. La famosa “danza dei panini”, il momento culminante della sequenza, fu chiaramente realizzata con la musica; tutte e undici le riprese di questa sequenza erano di lunghezza uniforme, e quando Chaplin in seguito aggiunse il commento musicale al film, il numero si rivelò perfettamente sincronizzato alla musica The Ocean Roll.

E la scelta di farlo nel periodo della corsa all’oro di fine Ottocento funzionava come perfetta allegoria dell’avidità dei singoli e del senso d’illusione collettiva già in parte affiorante nell’American Dream.

Origini e Sviluppo della Gag

Di per sé non si trattava di un’idea originale: già Fatty Arbuckle in Rough House ne aveva abbozzato gli elementi di base. Per quanto sia giustamente divenuta famosa in questa occasione, non era la prima volta che la “danza dei panini” veniva filmata. Già in The Cook del 1918, Roscoe Arbuckle infilava due panini con due forchette in modo da mimare due gambe e scarponi in miniatura che si producevano in una piccola danza. Con ogni probabilità aveva imparato la gag da Chaplin ai tempi in cui lavoravano insieme per Sennet. Tuttavia con Arbuckle era solo una trovata ingegnosa, con Chaplin un tocco di genio, un capolavoro di destrezza, di ritmo, di forza espressiva e di realismo. I panini-piedi divenivano una estensione della vita, ogni loro movimento si rifletteva nel volto al di sopra di loro.

Un Ballo di Ribellione e Poesia

La danza dei panini, che rientra di diritto tra le sequenze più incredibili della storia della Settima arte, marca la ribellione della poesia in un mondo brutale, dove tutto è misurabile col denaro, con la possibilità di spesa.

Chaplin Musicista: La Colonna Sonora Come Contrappunto

Del resto ricordiamo che Chaplin era anche un musicista. Quando a partire dal 1927 con l’uscita de Il cantante di Jazz il cinema “scoprì” il sonoro, Chaplin continuò con la pantomima firmando le colonne sonore di capolavori come City Lights (1931) e Modern Times (1936), elaborando un nuovo linguaggio che attingeva all’uso onomatopeico del suono, sincronizzando meticolosamente alle immagini i suoi accompagnamenti musicali. Come scrisse nella sua autobiografia, l’attore cercava sempre di comporre «musica romantica ed elegante, che fosse in contrasto con il personaggio vagabondo; un contrappunto di grazia e delicatezza, che esprimesse sentimento».

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Anche i maggiori detrattori riconobbero tuttavia che la partitura orchestrale composta per questa versione rappresentava una delle vette espressive della sua carriera di compositore: “Non solo ha composto musica per la tempesta di neve, per gli scontri tra gli uomini, per le scene di ballo e per quelle d’amore; ma anche per il singhiozzo, la fame, il sonno, le allucinazioni, per la battaglia di palle di neve, per il sospetto, la dignità, l’orgoglio e l’indifferenza”. A.I.

Critica Sociale e Umanità

Con una dichiarazione forse non troppo famosa Chaplin diceva: “Sono diventato ricco recitando la parte del povero”. La dichiarazione calza perfettamente a proposito di La febbre dell’oro. Il senso del film, sferzante e polemica critica ad un capitalismo che capovolge il senso delle cose, sembra trovare una conferma nell’immagine di Big Jim sulle spalle del piccolo Charlot.

Nella scrittura e nella resa finale il film, in mirabile equilibrio tra comicità, poesia e dramma come quasi sempre nel cinema di Chaplin, si sente l’indignazione del diseredato nei confronti delle storture di un sistema, anche e soprattutto capitalistico, che è all’origine della degenerazione dei rapporti umani. È così che la favola di Charlot cercatore d’oro si trasforma in un atto d’accusa celato ed edulcorato, nei confronti di un sistema poco incline a valutare le sottigliezze poetiche che Chaplin indicava nei suoi film.

Un'Etica Personale Contro l'Avidità

Ciò che il Vagabondo troverà, tuttavia, sarà qualcosa di molto più prezioso di una pepita o un giacimento; e il suo viaggio comico e struggente assumerà i connotati di una riflessione lirica sul desiderio, sulla fame (fisica ed emotiva), sul riscatto e la dignità. Il contesto in cui uscì il film è rilevante: nel 1925, l’America postbellica (benché tardivamente coinvolta nella Prima Guerra Mondiale) viveva un’illusione collettiva di prosperità. Ma Chaplin, figlio della povertà e della marginalità, continuava a raccontare i diseredati.

L'Amore e la Redenzione

Quest’ultima opzione si concentra nel personaggio di Georgia (Georgia Hale), la soubrette di cui il Vagabondo si innamora, che sposta, determina, attrae e disassa tutto il coté sentimentale del film. La ragazza in un primo momento appare vanesia, civettuola, svagata: ma non è una cattiva persona, solo una giovane donna che gioca con l’attenzione degli uomini per sfuggire alla noia e illudersi di poter esercitare una piccola resistenza privata ai soprusi del villaggio. Quando però si accorge dell’affetto sincero del Vagabondo e ne percepisce l’innocenza, è lui l’unico uomo che inizia a guardare con occhi diversi.

Un Finale Utopico

E nel finale, Chaplin osa anche un happy end in piena regola: come Jack, il Vagabondo è diventato milionario; ma il vero tesoro è l’amore ritrovato. Quando Giorgia, imbarcatasi senza saperlo sullo stesso piroscafo che lo sta riportando in America, lo difende credendolo un clandestino e scopre invece che è ricco e celebrato, lo sguardo che gli rivolge non è quello di una sorpresa che potrebbe essere velata di opportunismo, ma solo quello di un’accresciuta consapevolezza affettuosa.

C’è in questo epilogo una sorta di gentile utopia: il mondo può anche essere crudele, ma la bontà e la speranza possono trionfare. Non è retorica da fiaba morale «liofilizzata»: è solo un’idea di «giustizia poetica». Il povero, che ha conservato la propria umanità, merita ricchezza, rispetto, amore.

Produzione e Accoglienza

Alla sua uscita, nel giugno del 1925, The Gold Rush fu accompagnato sulla stampa americana da una ricca aneddotica: dalle tonnellate di gesso, sale e coriandoli impiegati per ricostruire l’Alaska in studio, alla sfarzosa première con orchestra e danze a tema ‘artico’ al Chinese Theatre di Los Angeles, ai dieci minuti di risate ininterrotte trasmesse in diretta dalla BBC per il lancio inglese. Fu riportato che in alcune sale europee, i proiezionisti si trovarono costretti a riavvolgere la pellicola per accontentare un pubblico in delirio che chiedeva un bis della ‘danza dei panini’. The Gold Rush incassò cifre da capogiro e fu distribuito in più di duecento paesi.

Iniziata nella primavera del 1924, la lavorazione della Febbre dell’oro durò quattordici mesi. Il film, appena montato, fu proiettato in “anteprima” a Hollywood, in giugno; poi Chaplin fece parecchi tagli (equivalenti a più di una bobina) e lo fece uscire in prima visione a New York il 16 agosto 1925, allo Strand Theatre, dove erano stati proiettati in prima visione tutti i film di Chaplin, da A Dog’s Life in poi.

Un Trionfo di Pubblico e Critica

Chaplin aveva avuto un nuovo trionfo, dopo un’assenza di due anni e mezzo dallo schermo, e aveva superato, per valore artistico e per popolarità, The Freshman (Viva lo sport!) l’umoristico film di Harold Lloyd, pieno di gag, che si proiettava all’incirca in quello stesso periodo; il divertente The Navigator (Il navigatore) e il brillante e fantasioso Sherlock, Jr. (Calma, signori miei!), di Buster Keaton. La febbre dell’oro è stato uno dei maggiori successi di cassetta tra il ’20 e il ’30, e incassò circa due milioni e mezzo di dollari in America, e cinque milioni di dollari in totale.

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