L'emigrazione italiana ha portato con sé non solo la forza lavoro, ma anche un patrimonio culturale inestimabile, tra cui spicca la gastronomia. Molti cuochi italiani hanno attraversato l'oceano, portando con sé le tradizioni, i sapori e le tecniche culinarie del Bel Paese, contribuendo a plasmare il panorama gastronomico americano. Questo articolo esplora le storie di alcuni di questi chef, analizzando i loro successi, le sfide affrontate e l'impatto che hanno avuto sulla cultura culinaria americana.
Gino Angelini: Umiltà e Tradizione
Raccontare Gino Angelini partendo dall'America significa perdere il cuore della sua storia. Gino Angelini è prima di tutto un cuoco italiano, formatosi in Italia in un'epoca in cui la cucina si imparava sul campo, nelle brigate, attraverso regole ferree e il rispetto delle gerarchie. «Ho cominciato a quattordici anni. A quell’età impari soprattutto la disciplina, che in quei tempi era durissima, fatta di orari infiniti, di obbedienza cieca ai superiori, di rimproveri e ordini perentori, ma anche di rispetto per il lavoro e per chi lavora con te. Una dichiarazione che chiarisce bene come il suo iter professionale sia stato umile e come l’umiltà sia rimasta la caratteristica della sua personalità, malgrado i grandi successi italiani e internazionali. Il passaggio al Grand Hotel Des Bains di Riccione segna una fase di maturazione importante. Qui Angelini entra in una dimensione diversa, dove la cucina si interfaccia direttamente con l’ospitalità, con una clientela internazionale, con un’idea di servizio più strutturata. Quando arriva negli Stati Uniti, nel 1975, Angelini non rompe con il suo passato italiano. L’esperienza al Rex di Los Angeles, al fianco del visionario imprenditore romano Mauro Vincenti, è la naturale prosecuzione di un percorso già avviato. «Se cambi la cucina per farla capire subito, non stai più facendo cucina italiana. La sua filosofia è chiara: rimanere fedele alle radici italiane per far conoscere l'autentica cucina italiana.
Nuccio Giannino: Sapori Pugliesi in Florida
Dalla Puglia a Fort Lauderdale, con furore. Originario di Trinitapoli, nella provincia di Barletta-Andria-Trani, Nuccio Giannino ha portato i profumi della sua tradizione e i sapori di una terra generosa - la Puglia - fino in Florida, partendo dal profondo Sud con una valigia piena di speranze e di obiettivi. L’obiettivo si è concretizzato, alla grande. L’atmosfera in sala e in cucina profuma di Puglia, di amore per la buona cucina e di passione per la musica. Nuccio è un artista poliedrico e autentico, poiché non è solo un cuoco, ma nemmeno soltanto un cantante. Il singer-chef, infatti, è capace di incantare con una voce calda e accogliente e, allo stesso tempo, di far innamorare con i suoi piatti ispirati alla tradizione italiana, sempre rivisitati con estro e creatività. Il successo televisivo targato Rai, in effetti, non si è fatto attendere. L’Italia tanto amata soprattutto dagli americani e immensamente sospirata dai connazionali che, per svariati motivi, hanno dovuto lasciare la propria terra. Ed è stato proprio un omaggio a loro, il brano “Bell’Italia”, scritto e interpretato da Nuccio Giannino e prodotto da Dj Roberto Onofri, entrato nelle classifiche delle comunità italo-americane in pochissime settimane, proprio perché accarezza nostalgie e sensibilità patriottiche. Quali piatti si gustano nel ristorante “Dal Contadino Trattoria”? Giannino incarna l'esempio di come la passione per la propria terra e per la cucina possano creare un connubio vincente, portando un pezzo d'Italia in America.
Celestino Drago: Educare gli Americani alla Vera Cucina Italiana
Novecento dollari e il cambio di vestiti per due settimane. In quella valigia fatta in fretta nel 1979, Celestino Drago non aveva altro. «Ma perché non era mia intenzione trasferirmi negli States - racconta -. Io pensavo di fare un’esperienza di lavoro, approfittare di un biglietto aereo pagato per fare due settimane a Los Angeles». Invece, una volta arrivato, lì venne folgorato sulle strade della California dalla “mission” della sua vita: far conoscere agli americani l’autentica cucina italiana. «Non c’erano gli ingredienti giusti, era una cucina introdotta negli Usa dagli emigrati italiani che s’improvvisavano cuochi senza aver alcuna esperienza ai fornelli, a loro serviva un lavoro e facevano quello che voleva la gente. Ho trovato una cucina orrenda, in particolare quella del Sud da cui provenivano la maggior parte degli italiani, piatti stracolmi di pomodoro, piccanti, pesanti… Quella era considerata la cucina italiana, e non era nemmeno lontanamente quello che avrebbe dovuto essere. Così mi sono messo in testa una cosa: se io rimango qui devo fare la vera cucina italiana e aprire un mio ristorante. «In realtà è stato un caso. Ho frequentato l’Istituto tecnico industriale e sono partito da Galati Mamertino per andare a Pisa a fare la scuola da perito meccanico. Mentre studiavo in Toscana arrotondavo lavorando nel ristorante “Pierino” di Ignazio e Francesco Diana. Ho iniziato da lavapiatti, poi un giorno mi misero a fare dei primi. «Io come primogenito di 8 figli sono stato fortunatissimo, perché sono stato quello cui i miei genitori hanno potuto dedicare più attenzioni. Mio padre era un contadino, in campagna mi faceva vedere come si coltivavano i pomodori, mi affidò un pezzettino d’orto “Questo è tuo, portalo avanti”, e mi ha insegnato tutto. Mi portava con gli animali, mi ha insegnato a mungere le pecore, a fare il formaggio, a mietere il frumento. «Tantissimo, ma non solo nella ristorazione. «La passione vera e propria per la cucina è sfociata mentre lavoravo nel ristorante di Pisa. In pochissimi anni sono diventato lo chef assieme al proprietario che mi aveva dato fiducia. La gente cominciava a parlare di questo giovane ai fornelli. Un giorno si presentò un signore che aveva sentito parlare di me e mi disse “Un mio amico ha un ristorante a Hollywood e ha bisogno di uno chef giovane che conosce la cucina toscana, perché non vieni? Se ti piace rimani. «Quando mi sono messo in testa di “educare” gli americani alla vera cucina italiana. In quel periodo, nel ‘79, era tutto bellissimo. Mi sentivo come un bambino in un negozio di caramelle, era tutto divertimento, lavoro, amici. «All’inizio sì, poi ho fatto venire mio fratello Calogero che nel frattempo s’era diplomato all’Alberghiero di Giarre. In meno di un anno ero già alla guida del mio primo ristorante “Celestino” a Beverly Hills. Nel giro di qualche mese ci hanno raggiunto anche Tanino e Giacomino. Oggi a Los Angeles siamo io, Calogero, Tanino, Giacomino e Carolina. A Galati c’è mio fratello Pino con il suo ristorante Degusto, e purtroppo si occupa anche di politica locale. Maria Lucia abita a Messina e insegna alle scuole elementari. Nino ci ha lasciato troppo presto così come mio papà Antonino. «Quella del ‘79 era un’America molto diversa, però le dico che è ancora possibile anche se molto più difficile. Oggi per avere un lavoro qui ci vogliono qualifiche molto specifiche, prima si deve dare l’opportunità a un cittadino americano, a meno che non si abbia un minimo di 500mila dollari da investire, in quel caso un permesso si ottiene subito. Allora era tutto molto più facile: il datore di lavoro faceva una domandina, le carte si “sbrigavano” molto in fretta e uno cominciava a lavorare. E poi era pure una terra vergine dal punto di vista dell’italianità a tavola. «Con gli ingredienti. Ero un po’ fissato. Mi portavo i semi dalla Sicilia, mi facevo coltivare i pomodori, la rucola, il basilico… Oggi mi arriva tutto dall’Italia, anche il pesce freschissimo. «La volontà di fare e la passione che avevo dentro. Di più: l’amore per la mia patria, per la Sicilia. «Assolutamente. Per me la sala del ristorante è un’aula scolastica, bisogna insegnare, fare capire alla gente anche la cultura e la storia che c’è dietro un piatto, solo così possono capire… In uno dei miei ristoranti che ho chiamato “L’arancino” c’è il menù scritto in dialetto siciliano e in inglese. «Sìcuramente, anche più di quanto avrei potuto immaginare. Si è andati oltre la “cucina italiana”. Qui ci sono ristoranti che fanno cucina regionale, sarda, romana, siciliana, campana… «Una decina in tutto. Alcuni con i miei fratelli, poi ho anche una panetteria-pasticceria, un servizio di catering per gli special event con “Drago centro” che è il posto dove lavoro di più. Abito a Century City, un quartiere attaccato a Beverly Hills, ma la sera sono lì, la mattina, invece, sono al Pastaio, sempre a Beverly Hills. «Speriamo. Io ho due figlie Olivia, 29 anni, che lavora al Pastaio, Francesca che ne ha 27 e si occupa di moda. La figlia di Giacomino studia in Svizzera come hospitality manager, la figlia di Tanino è nello stesso settore… È un lavoro durissimo. Cosa le ha dato e cosa le ha tolto questo lavoro?«Mi ha dato tantissime soddisfazioni, ho potuto esprimermi secondo i miei desideri, ho fatto i miei investimenti, ho avuto tanti riconoscimenti, sono stato nominato Cavaliere del Lavoro dal presidente della Repubblica, mi invitano nelle università a parlare della mia storia… Quello che mi è mancato è stata la mia terra, la Sicilia, le tradizioni, una sensazione che è difficile spiegare. Sono qui da 46 anni, e tanti dei miei fratelli non li ho visti crescere se non per un mese l’anno, d’estate, in Sicilia. Quando diventi un po’ più maturo questa cosa ti pesa di più, infatti ho deciso di trascorrere almeno 4 mesi l’anno in Sicilia. Vuole fare anche il vino?«È un vigneto sperimentale. L’ho fatto anche per invogliare i giovani a restare. A loro vorrei dire “non dovete andar via, abbiamo dei terreni che ci offrono tutto, mi auguro che altra gente veda questo piccolo vigneto a Galati e ne faccia altri. Per i miei 60 anni è nata la Fondazione Celestino Drago, per contribuire a conservare tramite i racconti della cucina, la memoria di quelle tradizioni che stanno scomparendo. Un giorno chi si ricorderà chi era tuo nonno? I giovani di oggi vivono nell’era dei social media, degli iPhone, tutto per loro è a portata di mano. «Una specie di caponata che faceva mio padre con i vegetali. Lui cucinava in padella ogni ortaggio a parte, peperoni, melanzane, patate… Poi metteva tutto assieme con un po’ di cipolla e pomodoro. A mio padre piaceva cucinare. Anche quando ai fornelli c’era mia madre lui doveva sempre aggiungere il suo “tocco”. Quel profumo, quel sapore, così come la salsa di pomodoro di mia madre, ce li ho sempre con me, anche se qui gli ortaggi non avranno mai il sapore della Sicilia. È tutto questo che noi chef abbiamo il dovere di portare a tavola: il racconto di queste tradizioni, di questi sapori, della convivialità, del senso dell’accoglienza, che poi è quello che rappresenta la cucina italiana. Drago è un ambasciatore della cucina italiana, che ha saputo creare un impero gastronomico a Los Angeles, mantenendo sempre un forte legame con le sue origini siciliane. La sua storia è un esempio di come la passione, la determinazione e l'amore per la propria terra possano portare al successo in un paese straniero.
Andy Luotto: Tra Spettacolo e Cucina
Attore, comico e chef italo-americano noto per la sua versatilità artistica e la capacità di unire spettacolo e cucina in modo originale. Nato a Brooklyn nel 1950, ha iniziato la sua carriera nel mondo dello spettacolo come attore e doppiatore, per poi affermarsi in Italia grazie alla televisione, partecipando a programmi cult come L’altra domenica e Quelli della notte, con Renzo Arbore. Parallelamente alla carriera artistica, Luotto ha coltivato una grande passione per la cucina, aprendo diversi ristoranti e pubblicando numerosi libri di cucina: Faccia da chef, 2011; Padella story. Andy Luotto, chef e showman, protagonista indimenticato della televisione italiana degli anni ’70 e ’80, racconta la sua vita tra spettacolo e cucina in un’intervista pubblica con il giornalista Antonio Di Lorenzo. Nato a Brooklyn nel 1950, scoperto da Renzo Arbore, Luotto ha lasciato un segno nella storia della TV con programmi come L’altra domenica e Quelli della notte, per poi dedicarsi con successo alla gastronomia. Autore di libri come Faccia da chef e Padella story, Luotto incarna la creatività italoamericana che unisce passione, talento e leggerezza. La sua figura rappresenta un esempio di come la passione per la cucina possa convivere con altre forme d'arte, creando un personaggio unico e originale.
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Valentino Luchin: Dalla Cucina alle Rapine
Da chef di successo a protagonista di rapine in banca: è questo il cambio di vita choc raccontato dai media americani su Valentino Luchin, veneto di 62 anni, ex stella dei fornelli californiani. Originario di Este, in provincia di Padova, Luchin si era trasferito negli Stati Uniti negli anni ’90, diventando executive chef del Rose Pistola, ristorante di culto nel quartiere North Beach, e aprendo in seguito l’Ottavio Osteria a Walnut Creek, chiuso nel 2016. In questi anni era molto noto e apprezzato: il suo volto compariva spesso in fotografie mentre, con maestria, teneva per la punta delle chele enormi aragoste, simbolo della sua cucina elegante e creativa. Lo scorso mercoledì, secondo quanto riportano diversi media americani, Luchin sarebbe stato l’autore di tre rapine in un solo giorno nel Central District di San Francisco, che comprende North Beach, Russian Hill e Union Square. La modalità era quella del cosiddetto “note job”: senza mostrare armi né creare panico, Luchin consegnava un biglietto scritto a mano ai cassieri, chiedendo contanti. I dipendenti, spaventati, obbedivano immediatamente, mentre i clienti rimanevano immobili per la paura. La polizia di San Francisco, grazie a segnalazioni della comunità e al lavoro degli “ambasciatori” del dipartimento, è riuscita a identificare Luchin come principale sospettato. Lo chef è stato arrestato poche ore dopo nella sua abitazione (‘senza incidenti'). Gli sono stati contestati tre capi d’imputazione: due per rapina e uno per tentata rapina, ma non è ancora chiaro se verranno formalizzate ulteriori accuse. Non è la prima volta che Luchin finisce nei guai con la legge. Nel 2018 era stato arrestato per aver rapinato 18.000 dollari in una filiale della Citibank a Orinda, armato di una pistola ad aria compressa. In quell’occasione, aveva ammesso ai media locali di aver agito per disperazione e aveva inviato un biglietto di scuse alla cassiera. “Pensavo fosse un buon piano, ma non lo era - dichiarò all’East Bay Times - Non era un’azione aggressiva. L’arma era finta, non saprei nemmeno caricare una pistola vera”. La carriera di Luchin era già stata segnata da difficoltà economiche: la chiusura dell’Ottavio Osteria lo aveva lasciato in bancarotta, con debiti superiori ai 110.000 dollari. Nonostante ciò, nel 2022 risultava ancora attivo in cucina presso l’Old Clam House, uno dei ristoranti storici di San Francisco, anche se non è chiaro se vi lavorasse stabilmente. La storia di Valentino Luchin, dall’apice della cucina californiana a un percorso segnato da rapine e arresti, racconta di un uomo che, dopo il successo e la popolarità, sembra aver ceduto alla disperazione, trovandosi intrappolato in una vita fatta di scelte drammatiche e conseguenze gravi. La sua vicenda rappresenta un esempio tragico di come le difficoltà economiche e personali possano portare una persona a compiere scelte drastiche, segnando un brusco declino da una carriera di successo nel mondo della ristorazione.
L'Impatto dei Cuochi Italiani sulla Cultura Culinaria Americana
I cuochi italiani in America non si sono limitati a replicare le ricette tradizionali, ma hanno saputo adattarle ai gusti locali, creando una fusione di sapori e tecniche che ha arricchito la cultura culinaria americana. Hanno introdotto ingredienti freschi e di alta qualità, promuovendo un'alimentazione più sana e consapevole. Inoltre, hanno contribuito a diffondere la cultura italiana, creando un'atmosfera conviviale e accogliente nei loro ristoranti, che sono diventati luoghi di incontro e di scambio culturale.
Sfide e Successi
Il percorso dei cuochi italiani in America non è stato sempre facile. Hanno dovuto affrontare sfide linguistiche, culturali ed economiche. Tuttavia, la loro passione, la loro determinazione e la loro creatività hanno permesso loro di superare gli ostacoli e di raggiungere il successo. Molti di loro sono diventati veri e propri ambasciatori della cucina italiana, contribuendo a diffondere la cultura e i sapori del Bel Paese in tutto il mondo.
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