Introduzione
Sono sempre stato incuriosito dalle performance dei personaggi dei cartoni animati. Slegati dalla doverosa aderenza e rispondenza alle leggi della fisica, i cartoon possono permettersi azioni a noi normalmente precluse. Questo articolo esplora il legame tra hamburger e cartoni animati, analizzando come questo cibo sia diventato un simbolo culturale e un elemento ricorrente nelle animazioni, con un focus su personaggi iconici come Poldo e sulla serie animata "Bob's Burgers".
Poldo: L'Eroe Pantagruelico dell'Hamburger
Nell’animazione, ma anche nei comics, due sono i soggetti che rappresentano bene i crapuloni: Poldo e Ciccio. Poldo Sbaffini, il cui vero nome è J. Wellington Wimpy, rappresenta bene il borghese decaduto durante la grande depressione (nasce infatti nel 1931). Poldo, eroe del fast food, non mangia gli hamburger, li divora con soave levità e con artistica voracità a blocchi di cinque o sei per boccone. Rende quello che è il simbolo del fast food un simbolo del pantagruelismo moderno. Tanto iconico, tanto simbolico, da diventare a sua volta il marchio di una catena, quella della Wimpy, appunto.
L’hamburger, come si sa e come il nome rivela, non è un prodotto americano ma tedesco, più precisamente di Amburgo. Per traslato, poi, il nome passerà dalla polpetta pressata al panino imbottito. Panino che può raggiungere delle vette di sapore tutt’altro che disprezzabili, anche in una ottica gourmet, differenziandosi dalla produzione massificata di fast food et similia. Questo, non andrebbe nemmeno sottolineato, interessa relativamente al nostro eroe. Poldo deve ingerire panini a profusione, tutti iconograficamente sul modello del cheeseburger, per poter essere soddisfatto. Certo, sarebbe consigliabile una maggiore variazione nello stile di vita, considerati i livelli di acido urico e colesterolo che certamente avrà, ma vederlo abboffarsi con quella semplicità da 86 anni ancora ci fa tenerezza.
Bob's Burgers: Una Famiglia Americana e la sua Hamburgeria
Un’altra che merita di entrare nel novero, e che presenta peculiarità diverse da quelle sopra descritte, è Bob’s Burgers, serie animata USA iniziata nel 2011 e che ad oggi è giunta ad 11 stagioni. La serie è incentrata sulla vita di una famiglia americana che vive in una piccola città costiera e il cui protagonista, Bob Belcher, gestisce un proprio locale di hamburger con l’aiuto della moglie Linda e dei tre figli Tina, Gene e Louise.
Bob presenta considerevoli differenze rispetto a padri di famiglia ben più famosi nell’animazione americana, quali Homer Simpson e Peter Griffin (con I Simpson, i personaggi di Bob’s Burgers hanno condiviso un episodio crossover nel 2018). Mentre questi ultimi due sono rispettivamente un impiegato di una centrale nucleare e un operaio di una fabbrica, e pertanto si collocano socialmente tra la classe operaia e la piccola borghesia, Belcher gestisce un proprio locale di hamburger, e pertanto lavora in proprio. I primi sono genitori mediocri e indolenti che lasciano le incombenze familiari principalmente alle proprie mogli; il secondo si sforza, non sempre riuscendoci, di conciliare il lavoro e la famiglia che lo aiuta nel mandare avanti il locale, anche se i figli combinano molti guai.
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La piccola e fatiscente paninoteca, chiamata per l’appunto Bob’s Burgers, si trova su Ocean Avenue, in una non meglio definita località balneare (East o West Coast? Mah…), la cui maggiore attrattiva è il Wonder Wharf, un vecchio e malconcio luna park sul molo. Che appartiene, assieme al locale e a metà degli immobili della città, all’eccentrico Mr. Fischoeder, che riscuote ogni mese gli affitti andando in giro con un golf cart. Tra i tanti personaggi non possiamo non citare Teddy, il miglior cliente di Bob, nonché suo miglior amico. E poi Gayle, la gattofila e patologica sorella single di Linda. Jimmy Pesto, lo strafottente proprietario dell’omonima pizzeria dall’altra parte della strada, per il cui figlio - Jimmy Pesto Junior - Tina ha una cotta più o meno segreta. Infine Mr. Frond, il ridicolo consulente scolastico della Wagstaff, la scuola che frequentano i tre piccoli Belcher, e Hugo, l’ispettore sanitario ex fidanzato di Linda, che perseguita Bob per ripicca.
Il Successo di Bob's Burgers: Un'Analisi Critica
Al suo debutto Bob’s Burgers ha ricevuto recensioni per lo più negative da parte della critica. Che è andata invece ricredendosi a partire dalla seconda stagione. Il giudizio medio di Rotten Tomatoes le riconosceva del potenziale, bisognoso però di “trovare il suo ritmo”. Per Reuters sembrava “intenzionata a scimmiottare il quoziente di volgarità de I Griffin“. Il Washington Post lo definiva “l’ennesimo cartone animato […] inutilmente volgare e noioso”. Maureen Ryan, redattrice di Vanity Fair, sintetizza bene il cambio rotta di tutti questi giudizi: “Credo di avere istintivamente liquidato Bob’s Burgers come un’altra serie un po’ volgare e un po’ divertente, senza rendermi conto di quanto cuore avrebbe avuto alla fine”. Così, nel 2013 la stessa TV Guide classifica lo show tra i 60 migliori cartoni animati di tutti i tempi.
Se la delicatezza di Bob’s Burgers ha avuto bisogno di tempo prima di venire apprezzata dalla critica, ce ne è voluto un po’ anche prima che gli spettatori ci si affezionassero. Il suo stile di animazione non corrisponde all’ironia satirica de I Simpson (che incontrano Bob e famiglia in un crossover di Halloween 2017), o alla comicità demenziale de I Griffin (Peter e Homer da Bob’s in S21 E15!), e nemmeno alla trasgressività iconoclasta di South Park.
Sono trascorsi ormai quasi 40 anni da quando il popolo giallo di Springfield ha inaugurato un filone - quello delle serie animate statunitensi per adulti - a cui le piattaforme di streaming hanno dato nuova linfa e nuovi spazi. All’interno di questo filone, una buona parte degli show più noti, riprendendo il genere sitcom (da Il mio amico Arnold a Modern Family) ha per protagonista la famiglia americana (più o meno) tradizionale, di solito con tre figli (o due e un alieno). E in questo novero a buon diritto appartiene Bob’s Burgers, che forse non a caso richiama vagamente l’atmosfera di un’altra famiglia strampalata - quella di King of the Hill (serie che aveva chiuso i battenti dopo 13 stagioni, pochi anni prima del debutto di Bob’s). E forse non a caso Jim Dauterive, sceneggiatore e produttore di King of the Hill, ha contribuito anche allo sviluppo del nostro show, accanto a Bouchard.
Questo cartone animato è diverso da tutti gli altri del suo genere per diversi fattori. Innanzitutto qui viene evitata qualsiasi stravaganza visiva, tanto da sembrare ogni episodio un minifilm con attori animati. Il plot di questa episodica commedia è sempre giocato sulle diverse personalità dei protagonisti. Peculiarità che richiedono tempo per essere messe a fuoco e apprezzate. Così, ad esempio, la mania della goffa Tina per i cavalli da una parte e per gli zombie dall’altra, esprime il confuso passaggio dall’infanzia all’adolescenza che si vive nella pubertà. Bob adora parlare di nascosto con le vivande che sta per cucinare. Louise è inseparabile dal suo copricapo rosa con le orecchie da coniglio. Gene, aspirante showman e musicista, non si separa quasi mai dalla sua tastiera, con cui riesce a malapena a strimpellare qualche effetto. Linda invece di sera fatica a separarsi da un calice - o da una bottiglia - di vino.
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Rinunciando alle classiche gag demenziali e presentando una comicità più adulta, delicata e sfumata, Bob’s ingrana necessariamente dopo un po’ di episodi. Perché qui l’obiettivo è creare una sorta di legame affettivo con questa strana e meravigliosa famiglia. Una famiglia, quella dei Belcher, che immancabilmente fatica a pagare l’affitto alla fine di ogni mese. E che vive ogni giorno qualche bizzarra avventura, solitamente legata alla loro stramba quotidianità. Anche se spesso la sceneggiatura ricorre alla doppia trama (alcuni membri vivono una storia, i restanti una seconda parallela), il finale prevede sempre la famiglia retoricamente riunita. Spesso le avventure riguardano la stessa sopravvivenza del loro locale. A differenza infatti di Homer Simpson e Peter Griffin, entrambi dipendenti (rispettivamente di una centrale nucleare e di una fabbrica di giocattoli), Bob lavora in proprio, aiutato da tutta la famiglia.
La Metafora della Classe Media Americana
Qualche critico ha voluto vederci una metafora della tragedia della classe media americana, fatta a pezzi dalla crisi del 2008. Nella sigla iniziale, l’insegna del negozio alla sinistra del Bob’s Burgers cambia in ciascun episodio. Come se vi operasse un fallimento a catena. Fallimento che aleggia anche sul ristorante, perché Bob, come si diceva, è un pessimo imprenditore. Ha una visione troppo romantica della cucina in generale e dei suoi hamburger in particolare. E fatica molto a piegarsi alle più semplici logiche commerciali. La sua passione lo porta a concepire ogni giorno un nuovo ‘hamburger del giorno’ (dai nomi sempre divertentissimi), cosa che ha ricevuto lodi da diversi veri chef. “Siamo tutti Bob Belcher in fondo e quindi immaginiamo un fallimento dietro ogni angolo. In realtà ci sorprendiamo che sia così difficile mandare avanti un serial per tante stagioni. […] Ma amiamo la sfida proprio per questo.
La Struttura Temporale e l'Evoluzione dei Personaggi
Classica caratteristica dei cartoni animati è la costruzione di un mondo dove il tempo sembra non passare mai. I Simpson hanno ormai trascorso più di una trentina di Natali, a conti fatti, avendo sempre la stessa età. La stessa logica vale per i Belcher. In questo presente indefinito, Tina vive ogni infatuazione come fosse la prima. Louise scopre ogni volta daccapo che il suo egoismo non può sempre essere assoluto. E Gene che deve cominciare a cavarsela da solo. Mentre le produzioni più recenti (da Rick and Morty a Disenchantment) vanno nella direzione contraria, accettando l’idea di evoluzione orizzontale. E quindi andando più o meno inevitabilmente verso una fine, ovvero un finale della saga. Bob’s Burgers invece potrebbe continuare idealmente per sempre, come I Griffin o South Park. “[…] Finché tutto ciò funziona, possiamo continuare così.
Umorismo Nero e Riferimenti Culturali
Senza avere grandi pretese, e restando fedele al suo tipico umorismo nero, lo show negli anni non è quindi mai cambiato, nel senso migliore del termine. Riuscendo quasi sempre a bilanciare pathos, eccentrico realismo e una comicità fuori dagli schemi. Ne I Simpson la realtà americana viene non solo rappresentata direttamente, ma anche indirettamente citata attraverso battute più o meno sarcastiche. Le citazioni in Bob’s Burgers - spesso pronunciate da Gene, un aspirante cabarettista di 11 anni! - richiedono un po’ di cultura generale per essere comprese e apprezzate. Ad ogni modo Bob’s riesce a rendere leggeri anche i suoi tanti riferimenti, colti o pop che siano. Perché la leggerezza è una delle chiavi portanti di questo show, che si diverte a decostruire sitcom, musical e cinema più che ad essere un puro e semplice cartone animato.
E nonostante i mille riferimenti allo schifido umano (troppo umano) - pipì, pupù, cose puzzose o caccolose (oh god) ecc. - Bob’s non è mai volgare, anzi. Lo show ad esempio non ha mai usato una parola che dovesse essere censurata dalla rete o dalla piattaforma. Del resto lo schifido di cui sopra è assolutamente naturale detto da un bambino di 11 anni che parla in famiglia. Soprattutto se la famiglia è dei bassifondi, non costretta ad etichette di comportamento di alcun tipo. E a differenza de I Griffin e compagnia bella, dove spesso è solo un tema tra gli altri, qui la famiglia è palesemente il tema centrale. Il legame indissolubile che unisce i Belcher è chiaro e cristallino. “Siete i miei figli e vi voglio bene. Ma siete tutti pessimi in quello che fate qui.
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Bob's Burgers: Il Film
Nel 2007 I Simpson approdano sul grande schermo. È l’esordio di una ‘sitcom animata’ al cinema. “All’epoca dissero quanto era stato difficile realizzare la serie e il film contemporaneamente. Li prendevamo in giro ed ora ci sentiamo incredibilmente in colpa.” Nel 2022 esce nei cinema Bob’s Burgers - Il Film, sostanzialmente un episodio in formato extralarge (dalla durata cioè di 1 ora e mezzo), con il compito di attrarre nuovo pubblico e di grattare “ogni prurito che i fan dello show hanno mai avuto”. Il budget più consistente permette un più ampio respiro tecnico e stilistico. Ci sono tanti (troppi?) momenti musical all’interno della pellicola, e l’ambientazione è quella del thriller, tipica di svariati episodi cult. Il tema rimane comunque quello della serie: i componenti della famiglia Belcher devono affrontare le proprie paure e i propri problemi, dalle altalene nel cortile della scuola all’affitto e al mutuo da pagare, fino al dichiarare i propri sentimenti. E anche questa volta devono superare qualsiasi ostacolo per salvare l’attività di famiglia. Come sempre, tra delicate risate e momenti vagamente malinconici. Ispirando quella loro irresistibile tenerezza, mai zuccherina. Perché in fondo Bob’s Burgers è una sitcom animata leggermente comica, e terribilmente poetica. Provare per credere. E se non sarete ancora convinti, provate una seconda stagione per ricredervi.
Il Cast e le Origini Ebraiche
Gran parte del cast della serie è di origini ebraiche: è ebreo il creatore della serie, Loren Bouchard, e come lui anche il doppiatore di Bob, H. Jon Benjamin, e quelli dei figli Tina e Gene, rispettivamente Dan Mintz e Eugene Mirman. Anche per tutti questi aspetti, in passato alcuni siti ebraici americani si sono chiesti se i Belcher fossero una famiglia ebraica, voce in parte smentita dal fatto che Linda ama addobbare l’albero di Natale. Tra i personaggi ebrei della serie, quella più rilevante è Tammy Larsen (doppiata da un’attrice ebrea, Jenny Slate), arrogante ed egocentrica compagna di classe di Tina. Nel 2014 Tammy e Tina sono state al centro di un episodio della quarta stagione, Il Bat Mitzvah di Tina (Mazel Tina nella versione originale), in cui Tina cerca di partecipare al Bat Mitzvah di Tammy convincendo il padre ad occuparsi del catering, per poi cercare di sostituirsi alla festeggiata per avere il suo momento di gloria. Su tutti questi aspetti, Mosaico ha intervistato il doppiatore di Gene Belcher, Eugene Mirman: nato a Mosca nel 1974 da padre ebreo lettone e madre ebrea russa, vive negli Stati Uniti da quando aveva 4 anni.
Oltreché come doppiatore in varie serie animate, ha acquisito una rilevante fama nel suo paese come comico, esibendosi in trent’anni di carriera in numerosi locali e cabaret, oltreché in programmi televisivi e radiofonici. Da ragazzo guardavo molti spettacoli comici, e mi sono diplomato in questa disciplina nel Hampshire College nel Massachusetts. In seguito, negli anni ‘90 ho iniziato a fare stand-up comedy, trasferendomi prima a Boston e poi nell’area di New York. Qui ho conosciuto Loren Bouchard, creatore di Bob’s Burgers, che all’epoca stava lavorando ad un’altra serie, Dr. Katz, Professional Therapist. Insieme lavorammo brevemente in altre serie animate da lui create, Home Movies e Lucy, the Daughter of the Devil, dove io facevo la voce di una suora. Ci sono forti somiglianze tra i nomi Gene e Eugene. Tu e altri membri del cast siete ebrei. Nella serie no, ma quando mi esibisco come comico ogni tanto parlo delle mie origini. Per quanto riguarda Bob’s Burgers, basta pensare ai tempi di lavorazione: nella serie di solito prima registriamo i dialoghi e poi ci vuole un anno per l’animazione.
Il Doppiaggio Italiano di Bob's Burgers
Due parole sul doppiaggio in italiano: a differenza di film e serie in cui privare della voce un attore o un’attrice in carne e ossa è semplicemente dissacrante e, anzi, spesso costringe lo show ad un appiattimento generale della qualità, con le animazioni è tutta un’altra storia. I personaggi dei cartoni animati, non avendo un corpo, possono essere soggetti alle interpretazioni vocali più disparate, il limite essendo unicamente culturale (tipo lo straniamento dato da un cowboy che parla cinese). Ma italiani e americani vanno culturalmente abbastanza d’accordo - molto probabilmente a causa della colonizzazione operata dai secondi sui primi - e spesso e volentieri, nel campo delle animazioni, capita di assistere addirittura a miglioramenti apportati dal doppiaggio. Non sempre (non è ad esempio il caso di Rick and Morty) ma spesso, ed è sicuramente il caso di Bob’s Burgers (incredibile la voce di Linda fatta da Davide Lepore).
Il Panino nella Cultura Popolare
Il panino è stato uno dei protagonisti indiscussi degli ultimi due millenni di storia dell’alimentazione. Da Leonardo a Lord Sandwich fino ai Simpson, passando per Mc Donald’s, inventore dell’hamburger, quello più venduto al mondo, il panino rappresenta la soluzione ideale per la merenda, ma frequentemente anche la soluzione per il pranzo o la cena, di un bambino come di un adulto da generazioni. Legato ai ricordi dell’infanzia così come alle scampagnate con gli amici o alle gite fuori porta, ma anche alla ricreazione scolastica, è, senza dubbio, uno dei pasti completi più diffusi in assoluto. La mostra “Tra i due, miti e riti del panino” promossa dall’ Accademia del Panino Giusto, nella sua sede a Milano, fino al 28 febbraio, ne ripercorre la storia raccontandola attraverso centinaia di documenti, film, immagini e oggetti. Il panino, infatti, è il protagonista di centinaia di film, cartoni animati, sketch teatrali ma anche musica. Senza parlare dei significati e delle tradizioni religiose. Famoso è quello del panino di Sant’Antonio che oggi come allora, nel giorno della festa liturgica, il 17 gennaio, spinge centinaia di devoti del Santo in tutt’ Italia a consegnare porta a porta, ma anche per le strade della città, un panino alle persone più bisognose o ai vicini di casa come simbolo. Quella del panino è una delle ritualità più internazionali, ma anche molto italiana. “Ci facciamo un Panino? Ogni città, paese e addirittura quartiere ha il “suo” panino, non inteso solo come la qualità di pane - anche quella, ovviamente - ma per il ripieno. E così se a Firenze spopola il panino “cu o Lampredotto”, i palermitani difficilmente rinunciano al “panino cu a meuza” (panino con la milza), a Napoli storicamente si mangiava il panino con la ricotta di fuscelle, a Roma c’è quello con la mortazza (mortadella) e a Milano il panino al prosciutto, preferibilmente cotto. La mostra ripercorre un secolo di storia del panino anche attraverso tante curiosità. Nel 1914, ad esempio, un soldato italiano riceveva e mangiava 700 grammi di pane al giorno. Un lusso per molte reclute. Oggi la razione quotidiana di un panino è di 60-70 grammi.
Da diversi decenni, capita che i prodotti culturali americani che più hanno saputo fare satira e parodie sui vizi della società contemporanea siano sitcom animate: da I Simpson a Futurama, da I Griffin ad American Dad, senza dimenticare le recenti serie che hanno esordito direttamente sulle piattaforme come Netflix, quali ad esempio BoJack Horseman (creata quest’ultima da uno sceneggiatore ebreo, Raphael Bob-Waksberg).