Salame o La Salame: Un'Analisi Grammaticale e Storica di un Salume Italiano

Introduzione

La lingua italiana, come ogni lingua viva, è in continua evoluzione. Parole cambiano significato, cadono in disuso o ne acquisiscono di nuovi. Un esempio interessante di questa dinamica è rappresentato dalla parola "salame", un termine apparentemente semplice che nasconde una storia ricca di sfumature linguistiche e culturali. Questo articolo esplorerà l'etimologia, l'evoluzione semantica e l'uso corretto del termine "salame", cercando di fare chiarezza su eventuali dubbi o incertezze grammaticali.

Etimologia e Significato Originario

L'origine della parola "salame" è ben definita. Deriva dal latino medievale "salamen", a sua volta derivato da "sal" (sale) con l'aggiunta del suffisso "-amen". Questo suffisso, già presente nel latino classico, indicava un significato collettivo, come in "calceamen" (ogni tipo di calzatura) da "calceus" (calzatura) o "lateramen" (tutto ciò che è fatto di mattoni) da "later" (mattone). Pertanto, "salamen" designava originariamente "ogni tipo di cibo conservato col sale", che si trattasse di carne o pesce.

In italiano, "salame" ha mantenuto questo significato generico per secoli, riferendosi a qualsiasi prodotto di carne suina lavorata e conservata con il sale. Fino alla prima metà dell'Ottocento, la parola includeva anche prosciutti, mortadelle e salsicce.

La Specializzazione Semantica: Il Ruolo di Parma e del Salame di Felino

A un certo punto, il termine "salame" ha iniziato a restringere il suo significato, specializzandosi per indicare un particolare tipo di salume. Questo processo di specializzazione semantica sembra essere legato alla regione di Parma e, in particolare, al rinomato salame di Felino.

Esistono indizi che suggeriscono che già nel Cinquecento, nel Parmense, "salame" si riferisse a un salume con una fisionomia specifica, diversa da altri prodotti come il prosciutto. Una testimonianza interessante è quella di Giorgio Franchi, parroco di Berceto, che nel 1550 descrisse i doni offerti dalla comunità di Parma a Margherita d'Austria, tra cui "dui [gran piati] de salame, dui de persuti…". La sequenza suggerisce che "salame" non fosse più un termine generico per "salume", ma indicasse un prodotto specifico.

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Un ulteriore indizio a favore dell'origine parmense del significato moderno di "salame" è dato dal dizionario parmigiano-italiano di Ilario Peschieri (1828 e 1841). Peschieri traduceva il parmigiano "salàm" non con "salame", ma con "Salsicciotto", consapevole che in italiano "salame" aveva ancora il significato più ampio di "salume". Solo più tardi, il Malaspina avrebbe osato tradurre "salàm" anche con "Salame".

Si può ipotizzare che la specializzazione semantica della parola "salame" sia dovuta alla fama e all'eccellenza di un particolare salame parmigiano: il "salàm äd Flén", il salame di Felino. Ancora oggi, il salame di Felino è considerato il salame per antonomasia in Italia, tanto da non richiedere quasi mai specificazioni.

Il Salame di Felino: Un Prototipo Iconico

Il salame di Felino, insignito del marchio IGP (Indicazione Geografica Protetta) dall'Unione Europea, rappresenta un punto di riferimento per tutti gli altri salami. La sua accezione "nucleare e prototipica" sembra aver influenzato l'evoluzione del significato della parola "salame" nell'italiano comune.

Un'ulteriore conferma di questa centralità del salame parmigiano si trova in un bassorilievo duecentesco del Battistero di Parma, opera di Benedetto Antelami, dove sono raffigurati due salumi che sembrano proprio salami gentili di Felino. Questi salami, di grandi dimensioni, sono stati probabilmente preparati con l'intestino gentile del maiale, una pratica ancora oggi utilizzata per i salami più pregiati.

L'aggettivo "gentile", riferito a questi salami, può avere un duplice significato: da un lato, indica un sapore squisito; dall'altro, può celare un pizzico di ironia, alludendo alla parte "bassa" dell'intestino del maiale utilizzata per l'insaccatura.

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"Salame Gentile" e "Salame Culare": Sfaccettature Linguistiche e Gastronomiche

L'espressione "salame gentile" compare già nel Seicento in una ricetta dei "Li quattro banchetti destinati per le quattro stagioni dell'anno" di Carlo Nascia, cuoco palermitano alla corte del Duca Ranuccio II Farnese. La ricetta, scritta in un italiano-parmigiano, testimonia l'esistenza di una specifica tipologia di salame chiamata "gentile".

A Parma, i "salàm gentìl" sono anche chiamati "salàm culär", un'espressione meno elegante che si riferisce all'utilizzo dell'intestino retto del maiale per l'insaccatura. L'espressione "budello culare" è antica e diffusa in diverse regioni italiane, a testimonianza di una tradizione gastronomica legata all'utilizzo di parti specifiche dell'animale.

Salame: Genere Grammaticale e Uso Corretto

La questione del genere grammaticale di "salame" è relativamente semplice. Si tratta di un sostantivo maschile singolare. Pertanto, la forma corretta è "il salame", non "la salame".

Errori comuni nell'uso della lingua italiana

Oltre alla questione specifica del "salame", è utile affrontare alcuni errori comuni nell'uso della lingua italiana, che spesso generano incertezze e dubbi.

  • Secondo che/A seconda che: Entrambe le forme sono corrette, "secondo le circostanze" e "a seconda delle circostanze".
  • Apposto/Affianco: L'errore di confondere "apposto" e "affianco" è frequente.
  • Allo stato attuale/Allo stato di fatto: La locuzione corretta è "allo stato attuale delle cose" o "allo stato delle cose".
  • Ausiliare con i verbi servili: Se dopo il verbo servile (dovere, volere e potere) c'è il verbo essere, l'ausiliare corretto è il verbo avere.
  • Eddai/E dai: La grafia esatta è "e dai". "E" è congiunzione, in questo caso usata come esortativo, e "dai" è una forma verbale.
  • Molto maggiore/Molto migliore: Sia l’Accademia della Crusca sia il Treccani danno corrette le forme “molto maggiore” e “molto migliore”.
  • Perché/Per cui: "Perché" proviene dall’unione di “per” e “che” e, dal momento che l’accento va sull’ultima sillaba, allora è accentato.
  • Piuttosto che: L'uso corretto di "piuttosto che" è nella forma disgiuntiva.
  • Ché: Forma corretta: “sbrigati, ché è tardi”.
  • Uso delle maiuscole: L’uso delle maiuscole, da noi, è regolato dalla grammatica.

Salsiccia e Salciccia: Un Confronto Lessicale

Un'altra parola legata al mondo dei salumi che merita attenzione è "salsiccia". Accanto alla forma più comune "salsiccia", esiste anche la variante "salciccia", considerata da molti parlanti come più "corretta" perché in essa appaiono evidenti gli ingredienti principali: il "sale" e la "ciccia" (la carne).

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Tuttavia, l'origine del termine "salsiccia" non è legata alla "ciccia". Secondo i dizionari etimologici, la parola deriverebbe dal latino tardo "salsicĭa" (neutro plurale), sovrapposizione di "salsus" e "insicĭa" ('polpetta'), composto dalla preposizione "in" e da un derivato di "secāre" ('tagliare').

Nei dizionari storici più antichi, come il Vocabolario degli Accademici della Crusca, l'unica forma presente è "salsiccia". La variante "salciccia" è invece accolta nel TOMMASEO-BELLINI, senza particolari controindicazioni. Negli strumenti moderni, "salsiccia" è considerata la forma principale e preferita, mentre "salciccia" è indicata come variante "antica e regionale" o "popolare".

Nonostante ciò, "salciccia" è una forma diffusa, utilizzata anche in contesti formali. La sua popolarità è probabilmente dovuta alla percezione di una maggiore trasparenza etimologica.

In conclusione, pur riconoscendo il valore acquisito per le sue attestazioni in letteratura e per la sua potenza “visiva”, "salciccia" resta una variante popolare e regionalmente connotata, da utilizzare con consapevolezza.

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