Nell'immaginario comune, la grammatica è spesso percepita come un insieme di regole rigide e esercizi faticosi, una visione limitata della sua vera essenza. In realtà, la grammatica è lo studio sistematico di una lingua, delle sue norme e del suo funzionamento, un'arte che risale all'antichità e che ha influenzato profondamente il nostro modo di comunicare.
Origini e Significato del Termine "Grammatica"
Il termine "grammatica" deriva dal greco tèchne grammatikè, che significa "l'arte dello scrivere". Tuttavia, già nell'antichità greca, il termine aveva assunto un significato più ampio, comprendendo lo studio del linguaggio e delle lingue.
Ogni lingua possiede delle norme intrinseche, che vengono applicate naturalmente da chi la utilizza. Ad esempio, in italiano, espressioni come "la tavolo" o "i bicchiere" sono immediatamente riconoscibili come errate, poiché violano le regole grammaticali. Lo stesso vale per tutte le lingue del mondo: il loro uso è regolato da norme che i parlanti conoscono e mettono in pratica comunicando.
Grammatica Implicita vs. Grammatica Esplicita
Esiste una grammatica che si acquisisce spontaneamente, attraverso l'uso della lingua stessa. Questa grammatica, definita "vissuta" o "implicita", è quella che permette a chiunque di parlare e comprendere una lingua, anche senza averne studiato formalmente le regole.
Tuttavia, la grammatica può anche essere intesa come lo studio sistematico di una lingua e delle sue norme, la "grammatica esplicita" o "riflessa". Questo tipo di studio grammaticale consente di descrivere la struttura di una lingua in tutti i suoi aspetti e di comprenderne le regole di funzionamento.
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Suddivisione Tradizionale della Grammatica
Tradizionalmente, la grammatica viene suddivisa in tre aree principali:
- Fonologia: lo studio dei suoni che compongono le parole.
- Morfologia: lo studio della forma delle parole, delle loro variazioni e delle relative regole.
- Sintassi: lo studio del modo in cui le parole si combinano in frasi e come le frasi si combinano tra loro.
Grammatica Normativa vs. Grammatica Descrittiva
Lo studio grammaticale è da sempre legato all'insegnamento linguistico, e per questo motivo si è spesso ritenuto che la sua funzione principale fosse quella di indicare gli usi corretti della lingua. Tuttavia, il contrasto nasce su come intendere le regole grammaticali e in base a quali criteri selezionarle.
La grammatica normativa si basa sul principio che le norme per un uso corretto della lingua debbano provenire da esempi di autori illustri ed essere basate su un modello di lingua scritta e letteraria. Non seguire tali norme equivarrebbe a non rispettare la grammatica.
La grammatica descrittiva, invece, parte dall'idea di descrivere il funzionamento della lingua sulla base degli usi che i parlanti fanno della lingua. In tal modo, si possono realmente individuare le norme di una lingua poiché le ricaviamo dagli usi reali, con la consapevolezza che la lingua è in movimento e dunque anche le norme possono cambiare.
Le Origini Storiche della Grammatica: Panini e la Tradizione Indiana
Le prime testimonianze di studi grammaticali risalgono ai grammatici indiani, in particolare a Pāṇini, vissuto nel IV secolo a.C. La sua opera, l'Ashtadhyayi, è una grammatica sanscrita che raccoglie le regole che governano il linguaggio in otto volumi.
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Pāṇini è considerato il padre della linguistica, e la sua grammatica sanscrita è un'analisi estremamente approfondita della lingua, raggiungendo un grado di complessità che non è mai stato eguagliato in nessun'altra lingua. L'opera include definizioni, intestazioni e regole operazionali, come "la sostituzione, l'affissazione, l'enfatizzazione e la combinazione", e infine le "metaregole", che richiamano le altre regole in modo ricorsivo.
La grammatica sanscrita di Pāṇini rivela ben più di una semplice affinità con l'odierno linguaggio di programmazione. Come sostiene Chandra, è la grammatica stessa a essere "un algoritmo, una macchina che fa a pezzi i fonemi e i morfemi per poi comporre parole e frasi".
La Grammatica Greca e Latina
La tradizione che ha dato origine alla grammatica per come noi la conosciamo è quella greca, continuata poi con gli studiosi latini. Tra i primi a occuparsi di nozioni grammaticali furono filosofi come il sofista Protagora, che individuò i generi (ne distingueva tre: maschile, femminile e "inanimato") e Aristotele, che distinse due classi di parole: i nomi e i verbi. Ma è ai filosofi stoici, in particolare a Crisippo, che si deve, già nel 3° secolo a. C., l'elaborazione della terminologia grammaticale rimasta ancora oggi in uso.
La prima Grammatica greca, intesa come opera specificamente destinata a illustrare le caratteristiche di una lingua, si deve a Dionisio Trace (2° secolo a. C.). Tale opera servì poi da base e da modello per le grammatiche di numerose lingue. Tutte queste riflessioni sulla lingua passarono poi anche agli studiosi latini e del latino, ed è attraverso la loro mediazione che si sono diffuse e sono giunte fino a noi.
Sviluppi Successivi: Medioevo, Rinascimento e il XX Secolo
In seguito, grande importanza ebbero gli studiosi medievali e rinascimentali, che concentrarono la loro attenzione soprattutto verso gli aspetti logici della lingua. Nel 20° secolo posizioni analoghe sono state sostenute dal linguista americano Noam Chomsky, che ha elaborato una teoria linguistica denominata appunto grammatica generativa (o trasformazionale). Egli sostiene che tutte le lingue abbiano, al fondo, una struttura identica, che però si concretizza in modo diverso nelle varie lingue.
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Tuttavia, già agli inizi del Novecento, il linguista francese Ferdinand de Saussure aveva elaborato una teoria linguistica di segno diverso. Tra le altre cose, Saussure sostiene invece che esistono differenze profonde tra le varie lingue, a partire proprio dalla diversità delle categorie grammaticali. Ciò dunque non consente di affermare che, al fondo, tutte le lingue siano identiche. Egli considera le lingue come strutture, dove ciascun elemento è necessariamente collegato con gli altri, come in una rete.
La Grammatica Italiana: Un Breve Sguardo Storico
Le prime grammatiche dell'italiano comparvero nel Cinquecento e furono ispirate da principi pratici, poiché tendevano a indicare il modello di lingua da utilizzare come norma comune. A quel tempo, infatti, le norme dell'uso italiano erano ancora incerte, poiché non si era consolidata una tradizione univoca, specialmente nell'ortografia. In realtà tale direzione era favorita anche dal fatto che fino a pochi decenni fa la maggior parte della popolazione parlava essenzialmente uno dei tanti dialetti locali e appariva necessario allargare la conoscenza della lingua italiana.
In altre parole le grammatiche dovevano servire per offrire a tutti regole comuni per l'uso della lingua, dall'ortografia alla fonetica, dalla morfologia alla sintassi. E la fonte dell'uso grammaticalmente corretto veniva individuata nella lingua scritta della letteratura e delle classi più colte. Tale concezione della grammatica contrasta con le teorie che, giustamente, vedono negli usi concreti sia scritti sia parlati della lingua l'autentica fonte delle norme grammaticali.
Oltre la Grammatica Tradizionale: Usi Metaforici e Creativi
La parola "grammatica" non si limita al solo ambito linguistico. Spesso, viene utilizzata in senso metaforico per indicare le regole o i principi fondamentali di una disciplina, un'attività o un'arte. Si parla, ad esempio, di "grammatica della scultura", "grammatica della musica" o "grammatica del calcio".
Un esempio particolarmente affascinante è l'uso che ne ha fatto Gianni Rodari, apprezzato scrittore per ragazzi, che ha intitolato uno dei suoi libri più importanti "Grammatica della fantasia".
La Prosodia: Un Elemento Chiave della Grammatica
La prosodia è un aspetto fondamentale della grammatica che riguarda la modulazione di alcuni parametri del parlato, come la frequenza fondamentale della voce, la durata e l'intensità. La loro modulazione permette la realizzazione dei tratti prosodici, come accento, tono, giuntura, intonazione e ritmo.
La F0 (frequenza fondamentale) è molto importante per l'espressione di informazioni linguistiche (per es., la modalità oppure il tipo illocutivo) e paralinguistiche (per es., lo stato d'animo del parlante). In alcune lingue se varia F0 varia il significato delle parole, in altre tale variazione distingue significati solo a livello post-lessicale (ossia rispetto alle frasi). La durata è il tempo impiegato a compiere i gesti articolatori per la produzione di un'unità di parlato: si misura in millisecondi (ms). L'intensità dipende dall'interazione tra la pressione dell'aria subglottidale, il passaggio dell'aria attraverso la glottide stessa, l'ampiezza di vibrazione delle pliche vocali e la configurazione della cavità fonatoria.
I Tratti Prosodici: Accento, Tono, Giuntura, Intonazione e Ritmo
I tratti prosodici normalmente riconosciuti sono l'accento, il tono, la giuntura, l'intonazione, il ritmo, la quantità e la sillaba. L'accento realizza la funzione cosiddetta culminativa, nel senso che evidenzia una sillaba all'interno della parola (è la sillaba accentata o tonica) rispetto alle altre (dette atone). Il tono è fondamentale per le lingue tonali (o lingue a toni) in cui livelli tonali diversi modificano il senso o la categoria grammaticale di una parola. Con il termine giuntura si indicano le caratteristiche fonetiche legate alla presenza di un confine. L'intonazione corrisponde all'uso dell'altezza tonale per veicolare significati a livello post-lessicale, ossia differenziare il significato e il valore pragmatico delle frasi.
I Domini Prosodici: Sillaba, Parola, Sintagma e Enunciato
Secondo molti studiosi esistono veri e propri domini prosodici, gerarchicamente ordinati all'interno di una struttura e individuabili in base all'osservazione di regole fonologiche sensibili alla presenza di cesure prosodiche, all'organizzazione delle prominenze o degli eventi tonali nella catena fonica. I domini prosodici proposti non coincidono con unità di altri livelli, benché i rispettivi confini talvolta si sovrappongano. Le sillabe possono essere di vari tipi (per es., aperte o chiuse), e la loro esistenza è giustificata sia da considerazioni fonetiche sia da considerazioni fonologiche. Il dominio prosodico superiore è la parola prosodica (o fonologica), considerata il dominio dell'accento e coincidente con gli elementi raggruppati attorno a un accento lessicale. A livello inferiore, secondo alcuni, c'è il sintagma fonologico, un dominio prosodico proposto per via di una regola fonologica specifica dell'italiano: il raddoppiamento sintattico. Al vertice della struttura si trova l'enunciato, che si può estendere anche oltre i confini della frase. È costituito da uno o più sintagmi intonativi ed è dominio della graduale diminuzione di F0 (declinazione) osservata soprattutto in alcuni stili di eloquio.
Nomi Collettivi: Un Caso Speciale nella Grammatica
I nomi collettivi formano una classe di unità lessicali che designano al singolare insiemi di entità, in altri sensi isolabili, percepite come una nuova entità costituita da una pluralità di elementi che condividono qualche caratteristica. Dal punto di vista semantico e referenziale sono considerate rilevanti le proprietà dell'insieme designato da un nome collettivo e quelle dei suoi membri costitutivi nonché le relazioni intercorrenti tra i membri dell'insieme da una parte e tra i membri e l'insieme stesso dall'altra. I nomi collettivi possono riferirsi a insiemi di persone, animali, parti del corpo animale e/o umano, vegetali o parti di essi, oggetti o entità astratte non esperibili sensorialmente.
Dal punto di vista sintattico è rilevante la questione dell'accordo. I nomi collettivi al singolare si accordano di solito con verbi e aggettivi al singolare, mentre con i pronomi coreferenti, secondo Bernardini (2010), prevale l'accordo al plurale. Dato che la forma singolare si riferisce a una pluralità di entità, sono abbastanza diffusi, soprattutto nel parlato informale, i casi di accordo al plurale (il cosiddetto "accordo a senso").
Per ciò che riguarda il comportamento dei nomi collettivi in relazione alla categoria morfologica del numero, alcuni di essi sono numerabili e ammettono il plurale indicando una molteplicità di insiemi. Altri sono non-numerabili, cioè sono dei "nomi di massa" non pluralizzabili; se occorrono al plurale essi possono subire un mutamento semantico.
Dal punto di vista della loro struttura morfologica i nomi collettivi possono essere semplici oppure complessi, cioè ottenuti mediante l'aggiunta di suffissi o di elementi formativi ad altre unità lessicali. I suffissi tipicamente collettivi sono ‑ame, ‑ume, ‑aglia, ‑ime, ‑uglio, ‑iglia e ‑iglio.
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