Acqua Tofana: Storia, Ricetta e Ingredienti di un Letale Veleno del XVII Secolo

L'acqua Tofana, un veleno tristemente famoso del XVII secolo, è avvolta nel mistero e nella leggenda. La sua storia, i suoi ingredienti e il suo utilizzo hanno affascinato storici, scrittori e appassionati di teorie del complotto per secoli. Questo articolo esplora in dettaglio la storia dell'acqua Tofana, la sua presunta ricetta, i suoi ingredienti e il suo impatto sulla società dell'epoca.

Le Origini: Thofania d'Adamo e Giulia Tofana

Le notizie biografiche su Giulia Tofana sono scarse e lacunose. Si ritiene fosse figlia, o forse nipote, di Thofania d’Adamo, giustiziata a Palermo nel 1633 con l’accusa di aver avvelenato il marito. È possibile che Thofania fosse la vera ideatrice dell'acqua Tofana, e che Giulia abbia avuto il merito di incrementarne le vendite, allargando il mercato potenziale creato dalla parente. Giulia Tofana riuscì in breve tempo a far conoscere il suo veleno e a commercializzarlo fuori dalla sua zona d’origine, giungendo ad ottenere ricavi nelle città di Napoli e Roma. Il mercato si allargò a tal punto che decise di trascinare in questa impresa la figlia, forse sorella, Girolama Spera.

La Ricetta Segreta: Ingredienti e Preparazione

Risulta molto interessante scoprire la composizione chimica della mortifera pozione. Gli ingredienti sono noti, ma non se ne conoscono le esatte dosi. L’acqua tofana conteneva arsenico, piombo e, probabilmente, belladonna. Giulia Tofana faceva bollire, in una pentola sigillata, dell’acqua con miscela di anidride arseniosa, limatura di piombo e antimonio, ottenendo un liquido trasparente e privo di odore e sapore.

Secondo alcune testimonianze, Giulia Tofana preparava l'acqua Tofana facendo bollire in una pentola sigillata una miscela di anidride arseniosa, limatura di piombo e antimonio, ottenendo un liquido trasparente, inodore e insapore. La serva di Giulia Tofana, durante il processo, descrisse la preparazione del veleno in dettaglio: "Si fa l’acqua con arsenico e piombo, che si mettono a bollire in una pignatta nuova, otturata bene, che non rifiati, fino a che cali un dito; l’acqua che ne resta è chiara e pulita; presa in vino o in minestra provoca il vomito; poi viene la febbre, ed in quindici o venti giorni si muore: bastano cinque o sei gocce per volta in ogni giorno per far l’effetto, e non altera il sapore della minestra né del vino".

Il Commercio del Veleno: Cosmetici e "Manna di San Nicola"

L’acqua Tofana era venduta perlopiù come prodotto cosmetico. Era anche venduto in ampolle o boccette da un quarto di litro con la raffigurazione di San Nicola di Bari ed era detta manna di San Nicola. Essendo questo veleno inodore, insapore e trasparente ben si prestava ad essere scambiato con la manna raccolta a Bari dove ci sono le reliquie del santo di Mira.

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Giulia Tofana, secondo le testimonianze, vendeva il veleno solo a donne intrappolate in matrimoni infelici che desideravano liberarsi dei mariti. Il veleno veniva spacciato come cosmetico, venduto in piccole fiale o bottigliette con l'immagine di San Nicola di Bari, da cui il nome "manna di San Nicola".

La Fuga e l'Arresto: Roma e il Processo

A causa di una cliente che non aveva ben usato il prodotto, Giulia fu costretta a lasciare Palermo. La donna decise di scappare, accettando le lusinghe di un frate, Girolamo o forse Nicodemo. L’ecclesiastico la condusse a Roma, dove potevano entrambi costruirsi una nuova vita. Ma ancora una volta una cliente “sbadata” mise nei guai Giulia. Arrestata, durante il processo, l’avvelenatrice palermitana confessò di aver venduto una quantità di veleno sufficiente a uccidere 600 uomini nel solo periodo in cui visse a Roma, tra il 1633 e il 1651.

Il Processo e l'Esecuzione: Campo de' Fiori

Nell’anno 1659 fu condannata e giustiziata a Roma, nello stesso luogo che vide ardere il libero pensatore Giordano Bruno. Nel pomeriggio del 5 luglio 1659 penzolavano dalle forche erette in Campo de’ Fiori a Roma cinque donne, per alcuni erano megere che intrattenevano commerci con il Diavolo in persona. Molte donne accusate dalla Tofana d’aver ricorso ai suoi veleni, furono catturate, torturate e pubblicamente giustiziate. La follia omicida che aveva attraversato un lungo tratto della nostra penisola, si trasformò in paura.

L'Acqua Tofana nella Storia e nella Cultura Popolare

L’acqua Tofana non è un semplice veleno, è stata protagonista della storia e dell’immaginario per oltre due secoli. Cosciuta con diversi nomi, l’acqua tofana, si è mossa con discrezione tra le pagine di cronaca giudiziaria, quelle di grandi romanzieri e di amanti delle teorie del complotto.

L'acqua Tofana ha ispirato romanzi, opere teatrali e persino teorie del complotto.

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  • Letteratura: Alexandre Dumas ne "Il Conte di Montecristo" fa riferimento all'acqua Tofana, descrivendola come un veleno potente e subdolo. Sir Arthur Conan Doyle nel 4 capitolo del suo romanzo a Study in Scarlet ci parla di Acqua Tofana, Socialisti e Carbonari. Anche Stendhal nelle sue "Passeggiate Romane" cita l'acqua Tofana, raccontando di come fosse inodore e incolore, e di come una goccia somministrata settimanalmente potesse causare la morte in due anni.

  • Teorie del complotto: Alcuni storici e teorici del complotto sospettano che l'acqua Tofana sia stata utilizzata per avvelenare figure storiche di spicco, come Wolfgang Amadeus Mozart e Papa Benedetto XIII.

Veleni nella storia

Le prime tracce di utilizzo del veleno risalgono a oltre 10.000 anni fa. Già nel Magdaleniano, l’ultima fase del Paleolitico superiore europeo, le comunità che popolavano il nostro continente usavano il veleno per cacciare. Nel 1858, il paleontologo Alfred Fontan rinvenne, durante scavi presso la grotta inferiore di Massat, nell’Ariége (regione del Midi-Pirenei), fra i resti ossei di grossi mammiferi, alcuni frammenti di frecce, ricavate dall’osso o dall’avorio degli animali, sulle cui punte erano presenti delle scanalature, probabilmente per trattenere su di esse il veleno.

Ma, al di là e soprattutto prima dei suoi usi profani, il rapporto tra veleno ed umanità rileva di significati sacri che affondano nei primordi delle civiltà. Prima tra tutte è la relazione tra veleno e creazione, tanto intima quanto metaforica di quella tra Bene e Male; la sostanza velenosa rappresenta infatti, sul piano simbolico, l’eterna presenza del negativo in ogni cosa, ma anche la possibilità, attraverso un contra veleno, che il male trasmuti nel bene, e viceversa. Nella civiltà cattolica, non a caso, è il serpente, animale velenoso per eccellenza, anzi la cui unica arma efficace è spesso solo quella della sua produzione mortale, a proporre all’uomo di accedere alla «conoscenza del bene e del male»: secondo l’interpretazione giudaico-cristiana un «veleno dell’anima» che lo porterà alla cacciata dal paradiso e a dover sopportare il peso del peccato originale. Da questo anche l’ombra peccaminosa gettata su Eros che, giustamente dirà Nietzsche, «è stato avvelenato dal cristianesimo sino a trasformarlo in lussuria».

Nella mitologia greca la triade che sovrintendeva, non solo alla medicina, ma al molto più complesso rapporto tra normalità e patologia, era composta di ben tre divinità. La prima è Ermes-Mercurio, la divinità dell’annuncio e della sottile ironia, dello «spirito che rende liberi e sani», ma anche della duplicità e della trasformazione insite nell’ordine delle cose. Il caduceo di Mercurio è il simbolo della coniugazione degli opposti, i due serpenti la cui risalita e avvinghiamento lungo «l’axis mundi», genera un nuovo equilibrio. Ma il calice della salvezza, nel quale si abbeverano le serpi, è quello nel quale Asclepio, figlio di Apollo, dio dell’armonia, preparerà i suoi rimedi. Ma il rimedio, il pharmakon, non sarebbe possibile senza il veleno del serpente, in altre parole senza che anche il male partecipi alla guarigione. Perché ciò che cura può anche uccidere, e viceversa. L’etimologia di farmaco è infatti riferita sia ad un principio di cura sia al veleno, forse derivando dall’egiziano mak che significava la compresenza dei due. Il serpente dunque, simbolo non della malvagità ma della parte oscura, nascosta e strisciante che vive in ognuno di noi, non solo non deve essere demonizzato ma è fondamentale associarlo invece alla cura.

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La coppia Ermes-Apollo da una parte, ed i due serpenti dall’altra, delineano allora un dualismo che riflette essenzialmente il rapporto archetipico tra il normale ed il patologico, che non possono e non devono essere scissi ma vanno invece ricongiunti. Dice un testo alchemico: «La cura è nel ricongiungimento tra gli opposti. Ermes si occupa di mostrarci la strada regia della congiunzione, Apollo la sua misura, ma sono i serpenti, mobili come il mercurio, terrestri come gli elementi minerali, umidi a mutevoli al contatto con il sole e la luna, che ci forniscono la prima materia».

Narra il mito indù che Vishnù mise d’accordo i Deva e gli Asura, dei e demoni sempre in lotta tra loro per il possesso del Mondo, e li spinse ad una forzata collaborazione per produrre l’Amrita, chiamata Soma nei Veda, la bevanda che rende immortali. Il procedimento consisteva nella zagolatura dell’Oceano di latte, la mente umana, usando come frullino la montagna cosmica Mandara e come frusta l’immenso serpente cosmico policefalo Vasuki dalla cui bocca, all’inizio, schiumò un denso veleno, il kalakuta, che rischiava di annientare tutto il Mondo.

Il venefico è da sempre il mezzo più diffuso per togliere discretamente di mezzo i propri nemici. La capacità di un veleno di uccidere in modo invisibile, e a distanza di tempo dalla sua assunzione, ne ha sempre fatto uno strumento perfetto per omicidi e vendette politiche in cui il colpevole voleva restare anonimo, o avere il tempo di allontanarsi dalla scena del delitto. Probabili venefici furono ancora quello dell’imperatore Claudio avvelenato dalla moglie Agrippina con un piatto di funghi e una piuma intrisa di una pozione letale, come anche la morte di Britannico per mano di Nerone. Arrivando al Medioevo, troviamo il famoso avvelenatore Carlo detto il Cattivo, re di Navarra e conte d’Èvreux, che regnò dal 1349 al 1387, anno della sua morte. È addirittura con la benedizione del Papa che Machiavelli, testimone delle congiure ordite dai Borgia, con la tristemente nota acqua Tofana, parla del veneficio come arma politica.

Il filtro mortale ha preso il nome da colei che sembra averlo creato: Giulia Tofana, una cortigiana di Filippo IV di Spagna. La sua storia ci dice che nei primi del Seicento a Palermo, una relazione con un farmacista le permise di aver accesso ai veleni più comuni, e di impratichirsi al loro uso. Ma forse la più nota avvelenatrice politica fu Lucrezia Borgia che mise a punto la cosiddetta «camicia italiana». Si prendeva un indumento che doveva stare a stretto contatto con la pelle (una camicia, o una maglia appunto) e lo si strofinava delicatamente con sapone all’arsenico. Se consideriamo che a quei tempi l’igiene faceva difetto, e che dunque un indumento era indossata anche per moltissimo tempo, la vittima lentamente ma fatalmente moriva. Forse una tecnica utilizzata anche dagli inglesi per uccidere Napoleone.

Il numero dei veleni è pressoché infinito: ve ne sono di provenienza dal vasto regno animale, si pensi ai serpenti, ai ragni, alle scolopendre, alle meduse, alle tracine, e di origine vegetale, curaro e cicuta, o minerale, arsenico e via enumerando. Non possono mancare, ovviamente, in questo sommarissimo elenco categoriale, quelli di sintesi: dall’iprite al Zyklon B, per non parlare dei più tristemente noti, sino alla diossina che inonda i polmoni di tanti cittadini residenti nelle vicinanza di noti impianti siderurgici.

Teriaca

A questo proposito, in un piccolo bloc-notes risalente agli anni ’30-’40 del secolo scorso di Giovanni Recordati, fondatore della nota casa farmaceutica, troviamo un ricettario galenico nel quale era riportata la composizione dell’«Acqua Teriacale». Il termine, secondo quanto scrive G. Olmi nel suo articolo Il Farmaco principe: la Teriaca, era già in uso negli ambienti medici di Alessandria d’Egitto nel IV-III secolo a.C.. Il suo nome viene fatto derivare dal femminile di theriacòs, cioè «buono contro le morsicature degli animali», a sua volta derivato da therìon, animale velenoso. Nel tempo la composizione della Teriaca è molto mutata: Nicomede II di Bitinia, ad esempio, studiava e ricombinava diversi antidoti, mentre Attalo III Philometore, re di Pergamo nel I secolo a.C., mescolava piante velenoso con altre non pericolose ed elaborava i suoi antidoti. Fu per suo ordine che il celebre farmacologo Nicandro di Colofone (ca. 150 a.C.) scrisse i due trattati: Theriaka e Alexipharmaka, il primo sugli avvelenamenti da animali ed il secondo su quelli da vegetali.

La storia della Teriaca vera e propria inizia però con un altro antidoto famoso: quello sviluppato da Mitridate VII (o forse VI) Eupatore, re del Ponto (132-63 a.C.), il più celebre tra i sovrani esperti di tossicologia. Plinio il Vecchio, nella sua Storia Naturale (Vol IV, Libro XXIX, cap. 24:285), scrive che: «Il Mithridatiumum antidoton era formato da 54 ingredienti». Secondo Pazzini nel suo Storia dell’Arte Sanitaria dalle origini a oggi, il sovrano aveva studiato, assieme al suo medico Crateua, tutti i possibili casi di avvelenamento e di ognuno lo specifico rimedio; mettendo assieme tutti gli antidoti si poteva così contrastare ogni possibile veneficio. Plinio poi ci dice anche: «Uni ei excogitatum cotidie venenum bibere praesumptis remediis, ut consuetudine ipsa innoxium fieret». Nel 63 a.C., dopo ripetute guerre con Roma, Mitridate fu definitivamente sconfitto da Pompeo e si fece uccidere da un servo con la spada non essendo riuscito a morire di veleno. Dopo la vittoria, Gneo Pompeo portò con sé a Roma il Mithridatium, la ricca biblioteca di ricette tossicologiche del sovrano sconfitto. Circa un secolo più tardi, Andromaco il Vecchio, medico di Nerone, rielaborò la formula teriacale di Mitridate, aggiungendovi soprattutto la carne di vipera. Il concetto base era sempre quello dell’assuefazione: il veleno è antidoto a se stesso cioè, come dicono gli omeopati, similia similibus curantur. Galeno ci scrisse due piccole opere e ricordò anche il modo per fare i trocisci (i precursori delle nostre pastiglie) con la carne di vipera, i quali servivano poi per confezionare la Teriaca.

Durante il medioevo la Teriaca godette di alta considerazione nella medicina araba: Giovanni Mesue Damasceno descrive anche la Theriaca diatessaron cioè «composta di quattro cose», mentre Avicenna la richiama nel suo Liber Canonis precisandone l’efficacia in base all’età della sua composizione; età che paragona a quelle dell’uomo. Moses Maimonides, un gigante della medicina, nel 1198 nel suo celeberrimo Treatise on Poisons and Their Antidotes, riprende il tema scrivendo che: «Universal antidotes consist of the great theriac, the electuary of Mithridates, and the small theriac (composed of only four ingredients)».

Dopo l’Alto Medioevo la medicina esce da quegli stessi monasteri che avevano trascritto, in mezzo alla barbarie ed all’ignoranza volgare, anche della Chiesa, i testi della civiltà greco-latina, e nascono le prime scuole laiche. Nel X secolo era celebre quella di Salerno. Le crociate da un lato ed i commerci con l’Oriente di Veneziani e Genovesi dall’altro portarono in Europa nuove spezie e nuovi veleni. E dunque anche la Teriaca dovette adattarsi a queste nuove configurazioni geopolitiche. Già nell’ambito strettamente mediterraneo esisteva da tempo un contravveleno per i morsi di tarantole, scorpioni, serpenti e scolopendre: la terra sigillata di Malta, prodotta dall’Ordine Cavalleresco con specifiche sigillature, dalla grotta nella quale si diceva avesse dimorato S Paolo. Il Santo, infatti, nel suo viaggio a Roma verso il 60 d.C., aveva fatto naufragio nell’isola e si era riparato in una grotta nella quale, però, era stato assalito da serpenti velenosi.

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