Il Fascino del Carnevale Veneziano: Storia, Costumi e Tradizioni

Il Carnevale è una festa tradizionale molto popolare e amata in tutta Italia. Si celebra la fine dell’inverno e l’arrivo della primavera. Questa festa ha origini molto antiche e, in ogni regione, si è evoluta nel tempo dando vita a tradizioni e costumi unici e inconfondibili. La tradizione carnevalesca delle città italiane vede tutti gli anni sfilare costumi storici di ogni tipo. Sempre più sono le persone che a Carnevale decidono di acquistare un vestito d'epoca da indossare durante le allegoriche feste. Il loro fascino nei dettagli che ci trasportano nelle epoche storiche è irresistibile sia per grandi che per piccini.

Origini e Significato del Termine Carnevale

Per quanto riguarda il significato della parola “carnevale” (carnovale in toscano antico), l’etimologia più accreditata è quella medievale, che deriva dalla locuzione “carne‐levare”, ovvero, “togliere la carne”, riferito in origine al giorno precedente la Quaresima, in cui si cessava l’uso della carne (Treccani). Di diverso parere era, però, Du Cange il quale affermava che la parola “carnevale” traesse la sua etimologia da due parole “carn‐aval”, vale a dire “carne trangugio”. Un’altra ipotesi è che il temine “carnevale” tragga le sue origini da “Carmen Arvale”, ovvero i “Carmina Arvalia”, antichi riti propiziatori di epoca romana presenziati dalla confraternita dei fratelli Arvali come personificazione degli antichi Lari.

Qualunque sia l’origine etimologica effettiva, nulla compromette l’immagine che il termine Carnevale ci dipinge nell’immaginario, come periodo di festa e di socializzazione rimpianto durante tutto il resto dell’anno, di abbuffate e di stravizi, di mangiate e bevute ma anche di balli sfrenati e giornate che non vedono la loro fine, quando tutto ciò che di norma è vietato o obsoleto diventa lecito ed originale, un periodo insomma di abbondanza e sfrenatezza. “Carnevale bon compagno, pòzzi venì tre vòte all’anno”, esclamavano alcuni contadini del fermano (Mannocchi; 1921). Nel Camerinese si intonava “Ecco Carnuà che se la coje, oggi maccherò, domà le foje”, dove per “foje” si intendevano le verdure che si sarebbero mangiate dall’inizio della parentesi quaresimale (Eustacchi‐Nardi; 2014). Quasi identica la strofa recitata ad Agore di Acquasanta Terme: “Carnavale: de male vogghie, uoia li maccarù, d’mà li fogghie” (Polia; 2012).

Il Carnevale di Venezia: Un'Esplosione di Colori e Storia

Tra le feste più belle e famose del Carnevale in Italia, non si può non menzionare il Carnevale di Venezia, uno dei più antichi e spettacolari del paese. Come non ricordare quello di Venezia con il grande folclore rinascimentale, che vede bellissimi abiti ispirati a quel periodo prender posto nelle vie e nella piazza San Marco. La città dei canali più famosa al mondo ci regala ogni anno una grande ispirazione per questo tipo di vestiti, che ritroverai nelle nostre proposte in questa sezione del negozio. I primi cenni storici di questa festa nella città lagunare risalgono al 1094, in un documento vengono descritti divertimenti pubblici nei giorni che precedono la Quaresima, venne invece ufficialmente dichiarata festa pubblica con un editto del Senato della Serenissima, nel 1296.

Il carnevale consentiva ai veneziani di lasciare per un breve periodo da parte le loro occupazioni quotidiane per dedicarsi totalmente ai divertimenti e alle feste, ognuno poteva giocare ad essere chi preferiva, nascondendo dietro la maschera identità, genere e appartenenza sociale. Durante il periodo del Carnevale c’era infatti una sorta di annullamento delle divisioni sociali, questo concedeva ai cittadini persino la pubblica derisione delle autorità e dell’aristocrazia.

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Costumi d'Epoca: Un Viaggio nel Tempo

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Le Maschere Veneziane: Simboli di Anonimato e Trasgressione

Tra le maschere più antiche e famose del Carnevale italiano troviamo sicuramente le maschere veneziane, come Bauta, Moretta e Colombina. La Bauta era una maschera indossata principalmente dalla nobiltà veneziana, sia dagli uomini che dalle donne, e prevedeva un lungo mantello scuro accompagnato da una maschera per il viso squadrata, rigorosamente bianca che permetteva di mantenere l’anonimato durante i balli e le feste. La Moretta, invece, era una maschera femminile di velluto scuro, accompagnata da abiti raffinati e mantelli, e veniva tenuta in bocca grazie a un piccolo bottone, impedendo alla donna di parlare.

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La Tradizione Culinaria del Carnevale

Il Carnevale in Italia è anche una festa per il palato che celebra l’abbondanza, il piacere e il divertimento. La cucina tradizionale del Carnevale riflette queste caratteristiche e propone piatti ricchi e sfiziosi, spesso fritti e dolci. Tra i dolci tipici del Carnevale più famosi, sicuramente ci sono le frittelle di Carnevale, delle palline dolci fritte in olio, a base di farina, latte, zucchero, uova e lievito. Altri piatti tipici del Carnevale in Italia sono le chiacchiere una sorta di frittelle dolci croccanti e leggere, a base di farina, burro e vino. La tradizione napoletana fa risalire l’origine di questo dolce alla Regina Margherita di Savoia, solita intrattenersi con le sue ospiti a chiacchierare. Un giorno fu costretta a interrompere le sue chiacchiere perché in preda alla fame e chiese al suo cuoco di preparare qualcosa da mangiare insieme alle ospiti.

Stenterello: Un Personaggio Tipico del Carnevale Toscano

E' creazione dell'attore Del Buono che lo ha inserito nelle sue commedie a partire dalla finde del Settecento, e più precisametne tra il 1798 e il 1800. Stenterello incarna perfettamente la figura del tipico toscano: chiacchierone ma allo stesso tempo anche pauroso, è abile e astuto anche se sfortunato. Gracile e magrolino, è basso di statura e di solito dall'aspetto trascurato e malandato. Si parla di lui in Borgo Ognissanti a Firenze dove, al civico 4, una targa ricorda la nascita del personaggio ad opera di Luigi del Buono, commediografo che ideò la figura e che è stato sepolto poco distante, nel corridoio, aperto gratuitamente al pubblico, che porta al chiostro monumentale del Ghirlandaio, adiacente alla Chiesa stessa. Del Buono, che nacque come orologiaio a Firenze, abbandonò tutto all'età di 25 anni per dedicarsi alla carriera artistica, con ottimo successo.

Antiche origini e rituali

Alcune delle più evidenti consuetudini che accompagnano le festività carnevalesche le possiamo paragonare ad alcune più remote legate ai Saturnali, giornate di feste e riti propiziatori e purificatori, insieme ad altri prettamente agrari connessi al ciclo stagionale, al buon esito della semina ed alla fertilità della terra in generale. Le festività erano dedicate a Saturno, dio della seminagione, e mitico dio‐re della penisola italiana che aveva regnato durante l’”età dell’oro”. I Saturnali, per il loro carattere, ricordano assai da vicino il nostro Carnevale, mentre, per il periodo dell’anno in cui ricorrevano (dal 17 al 23 dicembre, durante il solstizio d’inverno), non sono compatibili con i giorni di festa odierni. Si credeva che durante questa “età dell’oro” gli uomini vivevano felici, nell’abbondanza di tutte le cose ed in perfetta eguaglianza fra loro; tali condizioni di quel tempo fortunato si volevano, in un certo modo, rievocare nei giorni dei Saturnali, durante i quali si festeggiava con conviti e banchetti l’abbondanza dei doni della terra e, concedendo agli schiavi la più larga licenza, si rappresentava l’antico stato di eguaglianza fra tutti gli uomini. Questa festa, a differenza del culto di Saturno, quasi ignoto fuori dal Lazio, si diffuse in tutto il mondo romano e rimase la festa più popolare e più cara alle genti di ogni condizione sociale fino al trionfo del cristianesimo.

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La parte ufficiale della festa era rappresentata da un sacrificio solenne nel tempio di Saturno, dentro cui si teneva il banchetto pubblico (convivium publicum). Al convito ufficiale seguivano poi i banchetti privati nelle singole case, dove si invitavano parenti ed amici e che talora degeneravano in orge ed abbuffate: a tavola si imbandiva quanto di meglio offrivano le cantine e dopo ci si abbandonava al gioco dei dadi, che le leggi proibivano al di fuori di quei giorni. Il senso di eguaglianza umana, per pochi giorni rinato o rievocato, si manifestava nella massima libertà concessa allora ai servi, per i quali i padroni stessi usavano imbandire un banchetto; gli schiavi potevano considerarsi temporaneamente degli uomini liberi, e potevano comportarsi di conseguenza. Si usava anche sorteggiare il nome di colui che doveva dirigere il buon andamento delle feste, “Princeps Saturnalicus”, il “re della festa”, una sorta di caricatura della classe nobile a cui veniva assegnato ogni potere. Le origini sulla divinità di Saturno risultano problematiche; era il dio dell’agricoltura, protettore della campagna e dei raccolti, quindi di importanza fondamentale per la religiosità del tempo, ma viene anche riconosciuto come dio degli inferi. Il “princeps” dei Saturnali personificava esattamente una divinità infernale, da identificare con Saturno o con Plutone, preposta alla custodia delle anime dei defunti, vestendo con una buffa maschera e un costume a colori sgargianti, tra i quali spiccava il rosso (il colore degli dèi). In epoca romana si credeva che tali divinità, uscite dalle profondità del suolo, vagassero in corteo per tutto il periodo invernale, quando cioè la terra riposava ed era incolta a causa delle condizioni atmosferiche. Dovevano quindi essere placate con offerte e feste in loro onore ed indotte a ritornare nell’aldilà, dove avrebbero favorito i raccolti della stagione estiva. Si trattava, insomma, di una sorta di lunga “parata carnevalesca”.

Alcuni studiosi hanno associato il Carnevale anche agli antichi Lupercalia, festività romane che si svolgevano i giorni nefasti di febbraio (dal 13 al 15), in onore del dio Fauno (Faunus Lupercus), protettore di greggi e bestiame. Il rituale, fortemente sentito dal popolo, si poneva a difesa degli animali da allevamento dai lupi che, nel periodo all’apice dell’inverno, non era infrequente che scendessero anche a basse quote alla ricerca di cibo. La cerimonia, celebrata da giovani sacerdoti chiamati Luperci, seminudi con le membra spalmate di grasso ed una maschera di fango a coprire il volto, si svolgeva nella grotta del Lupercale: il rito richiedeva, nella prima fase, il sacrificio di una o più capre e di un cane (che assolveva al ruolo del lupo); dopodiché si procedeva alla “segnatura” di due giovani novizi che l’anno successivo avrebbero cerimoniato anch’essi come sacerdoti Luperci. I giovani venivano segnati sulla fronte da un coltello immerso nel sangue della capra sacrificale che veniva poi asciugato con della lana bianca intinta nel latte dell’animale, al che i due solevano ridere. Venivano poi fatte loro indossare le pelli di capra, dalle quali venivano tagliate delle strisce da usare come fruste. Dopo un ricco banchetto, tutti i Luperci correvano intorno al colle saltando e colpendo con queste fruste sia il suolo, per favorirne la fertilità, sia le persone, in particolar modo le donne le quali, per garantirsi una maggiore fecondità, offrivano volontariamente il ventre.

L'Importanza della Maschera: Un Simbolo di Trasformazione

L’elemento che ricorre in tutti questi riti presunti all’origine del moderno Carnevale, è senza dubbio la presenza fissa ed obbligata della maschera, ancora oggi attributo fondamentale, che sia questa radicata nella tradizione o orientata verso tendenze più contemporanee. Sull’etimologia della parola “maschera” ci sono diverse ipotesi; la più accreditata sembrerebbe essere quella che lega il termine alla radice preindoeuropea “masca”, traducibile come “fuliggine” o, in maniera meno letterale, come “fantasma nero” (il FEW ricostruisce una base *mask, “scuro”). Un’altra ipotesi abbastanza diffusa, non del tutto incompatibile con la precedente, è quella che farebbe derivare il termine “maschera” direttamente dal latino medievale “masca(m)”, usato come sinonimo di “strega”, presente peraltro nel testo dell’editto di Rotari (“Lexlongobardorum I, 11: stringam, quodest mascam”; 643 d.C.) . Alcune tracce del vocabolo si trovano anche negli antichi idiomi germanici e nel provenzale, dove la parola “masc” era adoperata col significato di “stregone”. Nel dialetto dell’area ligure e piemontese ricorre la parola “masca” associata alla figura della strega. Secondo alcuni studiosi il tardo latino “masca(m)” dovrebbe essere un relitto del sostrato pregallico, alternante con *basca, cfr. fr. “rebacher”, dall’ant. fr. *rabaschier, “far fracasso”, detto degli spettri, da un verbo *bascare che corrisponde al greco báskein, termine che allude alla fascinazione magica (Accademia della Crusca).

L’utilizzo della maschera è accertato in epoca preistorica nello svolgimento delle pratiche religiose come simbolo del passaggio tra la realtà visibile ed il mondo invisibile, mettendo così in comunicazione il mondo umano con quello degli spiriti. Colui che indossava la maschera perdeva la sua identità per immedesimarsi nel soggetto rituale che si desiderava rappresentare; l’effigie della maschera doveva somigliare, quanto più possibile, allo spirito umano o animale con cui si voleva entrare in contatto, celando la vera identità di chi la indossava. Il soggetto mascherato non voleva imitare la divinità, ma rappresentava la divinità stessa che prendeva possesso del contenitore umano. In seguito, nell’antico Egitto e nella Grecia classica si diffuse l’uso della maschera funeraria. Nel vivace contesto culturale ellenico, tuttavia, la maschera iniziò ad essere uno strumento figurativo, diffondendosi nei teatri della Grecia antica.

Le maschere che per tradizione caratterizzavano il carnevale secoli addietro erano tutt’altro che allegre ed affabili, dovendo rappresentare gli spiriti che dal mondo degli inferi salivano quei giorni dell’anno a camminare tra la gente. I demoni si comportavano secondo la loro natura ed erano soliti danzare e cantare, ma anche frustare e beffeggiare chiunque essi incontrassero (Piccioni; 2014). Queste maschere, secondo l’antico rito, debbono far baccano, infastidire, turbare e creare un’atmosfera ambigua ed inquietante. Infatti, ancora oggi, nelle attuali feste in maschera, non è raro individuare figure come “il diavolo” o “la morte”, che resistono forse ignare del loro significato apotropaico, oppure altre pensate appositamente con lo scopo di coinvolgere ed infastidire il pubblico.

Le maschere più ricorrenti nella tradizione marchigiana, da nord a sud, erano più o meno le stesse in ogni paese ed in ogni campagna: solitamente si trattava di figure come “lo sposo” e “la sposa”, “il diavolo” o “la morte”, “il dottore” e “il prete”, “il gobbo” o “lo zoppo” ed altri personaggi di stampo campagnolo caratterizzati diversamente da zona a zona, in base alle usanze di ciascun luogo. Nelle campagne tra Pesaro ed Urbino “adulti e bambini si mascheravano come potevano… Gli sposi, il dottore e il prete non mancavano mai… c’era un musicante con la fisarmonica e via per le strade della campagna.

Arlecchino: La Maschera Simbolo del Carnevale Italiano

La maschera ad oggi più famosa come simbolo del Carnevale in tutto il nostro Paese è senza dubbio Arlecchino, personaggio della Commedia dell’arte a metà tra lo Zanni bergamasco ed una figura demoniaca farsesca francese. Nel XII° secolo Orderico Vitale, nella sua “Storia Ecclesiastica”, parla di un corteo infernale di anime guidate dal demone Herlechin; piuttosto simile a questo è il demone Alichino, descritto da Dante nell’Inferno come membro dei Malebranche, un gruppo di diavoli che tortura i dannati con la pece bollente. La maschera di Arlecchino prende forma nel XVII° secolo e la caratterizzano un ghigno diabolico ed un piccolo corno o bernoccolo sul lato destro della fronte. Anche l’etimologia del nome evoca un’origine infernale: “Holle Konig” (Re dell’Inferno) in ambiente germanico, divenuto poi “Helleking” ed “Harlequin”. Hellequin è il nome di un personaggio, tipo comico del diavolo, nelle rappresentazioni medievali francesi, da cui la maschera odierna sembrerebbe trarre la sua origine.

Dalla metà del XVI° secolo, con l’arrivo nella Commedia dell’arte della maschera di Arlecchino, si va gradualmente perdendo il carattere demoniaco, facendo prevalere qualità come comicità e astuzia, e vizi come l’ingordigia, diventando l’emblema del servo povero ma spensierato e mantenendo il carattere vivace ed irriverente che lo ha sempre contraddistinto. La leggenda popolare vuole che il costume di Arlecchino sia stato confezionato dalla madre stessa la quale, vedendo il proprio figlio soffrire del fatto che non potevano permettersi una maschera vera e propria data la gravità della loro condizione economica, mise insieme tutti i pezzi di stoffa donati ad Arlecchino dai bambini più fortunati in segno di affetto, così che anche lui potesse partecipare alla festa di Carnevale. La tradizione popolare era abituata a tali espedienti per garantirsi comunque l.

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